Da oltre quattro anni e mezzo, la guerra in Siria continua a mettere a dura prova l’equilibro del sistema internazionale. Le difficoltà legate alla risoluzione di un conflitto che ha provocato oltre 250 mila morti e quattro milioni di rifugiati, sembrano attenuarsi alla luce dall’intesa recentemente raggiunta a New York tra Stati Uniti e Russia. Lo scorso 18 dicembre, il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha votato all’unanimità una risoluzione che ufficializza la volontà della comunità internazionale di mettere fine al conflitto siriano, iniziato nel 2011 come rivolta contro un regime dittatoriale e oggi degenerato in una vera e propria guerra confessionale.

Il voto unanime di questa risoluzione dell’Onu rientra in una più ampia strategia internazionale che ha come obiettivo quello di limitare l’estensione dei territori sotto il controllo dello Stato Islamico e di incoraggiare dei negoziati ufficiali per una transizione politica nel paese. La convergenza di posizioni tra le grandi potenze, divenuta sempre più auspicabile all’intensificarsi delle operazioni militari nella regione, costituisce una svolta nella storia del conflitto siriano. È la prima volta dall’inizio della guerra che il Consiglio di Sicurezza (rappresentato in via eccezionale dai ministri degli esteri dei quindici paesi membri) adotta una risoluzione di tale portata, prevedendo entro il prossimo mese un cessate il fuoco, da negoziare tra il regime di Bashar al-Assad e le “opposizioni” siriane.

Il Segretario di Stato americano John Kerry esulta al raggiungimento di quella che definisce una “tappa importante” e che a suo avviso dimostra un “grado di unità senza precedenti”. Un’unità della comunità internazionale che risulta sempre più complessa da implementare soprattutto in seguito all’incidente diplomatico scatenato qualche giorno fa dall’abbattimento di un caccia russo da parte dell’aviazione di Ankara. In questo senso, la decisione dell’Onu tenta di limitare la “frammentazione” politica degli attori impegnati nel conflitto siriano, fenomeno che recentemente ha favorito il rafforzamento dello Stato islamico in Siria permettendogli di riaffermare il suo protagonismo nella polveriera mediorientale.

I negoziati che hanno permesso l’adozione della risoluzione 2254, iniziati a Vienna il 30 ottobre sono proseguiti negli scorsi giorni tra Riyadh, Mosca e New York sotto i buoni auspici di John Kerry. L’eccezionalità dell’azione diplomatica del Segretario di Stato americano è di aver riunito attorno allo stesso tavolo Iran, Russia e Arabia saudita, principali sostenitori e finanziatori delle parti in conflitto in territorio siriano. La risoluzione, che prevede un cessate il fuoco tra governo siriano e “opposizioni”, non si applicherà invece alle “azioni offensive e difensive” rivolte contro lo Stato Islamico, il Fronte al-Nusra ed altre organizzazioni legate ad Al-Qaeda. A contrario, il Consiglio di Sicurezza incoraggia i paesi coalizzati nel Gruppo internazionale di sostegno per la Siria a continuare l’azione militare di contrasto alle posizioni dello Stato islamico in territorio siriano e irakeno.

La risoluzione prevede inoltre, entro la scadenza dei prossimi sei mesi, la creazione di un governo di transizione «inclusivo e non settario» che possa elaborare una nuova costituzione nella previsione di libere elezioni entro i prossimi diciotto mesi, come precisato dal segretario dell’Onu Ban Ki-moon. Elemento fondamentale in questo processo di transizione politica sarà quindi la partecipazione delle formazioni che si oppongono al governo del presidente Bashar al-Assad, finora oggetto di violenta repressione da parte del regime di Damasco. Al Segretario generale delle Nazioni Unite è stato quindi attribuito il compito di preparare il governo siriano e le opposizioni alle negoziazioni che cominceranno nel mese di gennaio.

Uno dei punti politici di maggior frizione rappresenta però la definizione degli interlocutori di questo nuovo processo negoziale. Un elemento essenziale è il ruolo del presidente siriano Bashar al-Assad nel processo di transizione. Il ministro degli esteri francese Laurent Fabius ha domandato con insistenza garanzie riguardanti la sua uscita dalla scena politica, posizione condivisa dal presidente Barack Obama. Visto da Mosca, Bashar al-Assad rimane invece una pedina fondamentale nella politica mediorientale della Russia, e rappresenta l’unica garanzia per mantenere la presenza militare russa nel quadrante sud-est del mediterraneo, a difesa degli interessi strategici ed economici del Cremlino. In questo senso, il ministro degli affari esteri russo Sergej Lavrov non esclude la partecipazione di Bashar al-Assad alla transizione politica in Siria sostenendo che “solo il popolo siriano può decidere per il proprio avvenire ”ed egualmente“ per l’avvenire del presidente siriano” come riportato Le Monde

È lecito chiedersi quali movimenti di opposizione al governo di Damasco tra quelli attualmente partecipanti al conflitto prenderanno parte ai negoziati internazionali, considerando che le grandi potenze tenteranno di far prevalere la propria posizione e quella dei propri alleati strategici. Nel corso della conferenza di Riyadh che tra il 9 e 10 dicembre ha riunito i vari segmenti dell’opposizione siriana, la presenza del gruppo di tendenza salafita Ahrar al-Sham, è stato fortemente criticato da Damasco, da Mosca e dall’alleata Teheran. Secondo Foreign Affairs, i fondamentalisti di Ahrar al-Sham, sostenuti da Arabia saudita, Qatar e Turchia potrebbero essere inclusi in una futura coalizione con l’Esercito libero siriano e le milizie Curde. In questo caso è da capire se Iran e Russia reclameranno la partecipazione di gruppi come Hezbollah e altre minoranze con il rischio reale di imporre un nuovo schema confessionale al quadro di risoluzione conflittuale.

Andrea Radouan Mounecif