Il terremoto ci dà l’opportunità di introdurre il lettore a quella branca della psicologia che si occupa degli interventi in situazioni catastrofiche ha una storia recente: le conoscenze in quest’ambito hanno ricevuto sistematizzazione, andando così a formare la “psicologia dell’emergenza”, appena negli ultimi decenni.

Numerose ricerche scientifiche hanno confermato un aspetto prima sottovalutato, cioè che i sopravvissuti alle catastrofi molto spesso presentano disagi psicologi legati all’evento e stentano a riprendersi anche molto tempo dopo la cessazione del pericolo.

Non è che in precedenza i medici e gli psicologi non tenessero in considerazione questo genere di fatti, lo facevano però solo nell’alveo delle biografie dei pazienti coinvolti, le cui reazioni presentano, del resto, una notevolissima varietà interindividuale.
La più grande innovazione pratica in questo campo è stato comprendere l’importanza di interventi il più possibile immediati tempestivi, come lo sono stati, per fortuna, nei giorni successivi al sisma che il 24 agosto ha duramente colpito l’Italia centrale.

Il trauma causato da un terremoto, epitome dell’evento catastrofico ed improvviso, comporta una fortissima risposta di stress, che in un primo momento si può però considerare fisiologico, poiché facilita le risposte necessarie per mettersi al sicuro e poi, nel breve periodo, a riorganizzare la propria esistenza.

terremoto centro-Italia

Nei giorni immediatamente successivi all’evento traumatico sensazioni di smarrimento, irrealtà e ottundimento sono da considerarsi normali, ma se una risposta siffatta si protrae troppo a lungo nel tempo il soggetto interessato potrebbe ricevere una diagnosi di “Disturbo Post-Traumatico da Stress” (DPTS).

È importante intervenire subito per poter fare poi un’accurata diagnosi differenziale, necessaria a distinguere tra il “Disturbo Acuto da Stress” (DAS) e il più grave DPTS: nel primo, come recita il “Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali”, “Il disturbo dura al minimo due giorni e al massimo quattro settimane e si manifesta entro settimane dall’evento traumatico”, mentre nel secondo “La durata delle alterazioni descritte è superiore a un mese”.

L’esperienza che può indurre il disturbo viene così definita: “la persona ha vissuto, ha assistito o si è confrontata con un evento o con eventi che hanno comportato la morte, o una minaccia per la vita, o una grave lesione, o una minaccia all’integrità fisica, propria o di altri”.

Se, come detto, molti dei problemi sperimentati subito dopo l’evento catastrofico devono essere considerati come una normale reazione, è proprio in questa fase che l’intervento di professionisti specializzati nella psicologia dell’emergenza può essere decisivo rispetto alla migliore evoluzione della salute dei soggetti coinvolti.

Il defusing è una tecnica da attuare il prima possibile, “a caldo”, subito dopo l’evento critico, per aiutare gli individui, trattati singolarmente o in gruppi piccoli, a gestire lo stress legato alla situazione.

Il debriefing è invece una tecnica di soccorso emotivo “a freddo”, che si attua dopo circa una settimana dall’evento catastrofico, strutturandola in uno o più incontri della durata di circa due o tre ore per gruppi più estesi di quelli formati per il defusing. Ha lo scopo è di offrire alle persone uno spazio protetto per parlare, confrontare i propri pensieri, i ricordi e le emozioni più disturbanti con gli altri, così da ridurne l’impatto emotivo e contenere le reazioni, combattere le paure e favorire quindi il recupero della normale funzionalità.

Dopo una prima fase di forte stress e paura, l’individuo inizia a compiere una serie di azioni volte a ristabilire la propria idea di normalità, un percorso che richiede tempi diversi per ognuno.

L’adattamento alla nuova realtà scaturita da un “evento spartiacque” è il fine ultimo di ogni intervento attuato nella Psicologia dell’emergenza. Per fortuna le capacità di recupero degli esseri umani sono sorprendenti e le risorse che vengono utilizzate sono spesso erano prima sconosciute agli stessi individui che le mettono in campo.

Da ciò che raccontano gli operatori accade regolarmente che, anche dove c’era una società individualista, sorge una piccola comunità che si affida e si lascia guidare dalle norme di condivisione e supporto reciproco. anche all’interno di nuclei formati per caso, magari da vicini di casa che si salutavano appena.

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