“Partecipazione all’associazione terroristica dello Stato Islamico”. E’ questa la pesante accusa a carico di un italo-marocchino arrestato questa mattina dalla Polizia al termine di un’indagine dell’Antiterrorismo coordinata dalla procura di Torino.

Il nome del 23enne autore del primo testo di propaganda dell’Isis in italiano, intitolato “Lo Stato Islamico: una realtà che ti vorrebbe comunicare”, è Elmahdi Halili.

Il padre, muratore, è in Italia dall’89. La madre è casalinga, un fratello perito elettronico (lo è anche lui) e la sorella studentessa. Proprio quest’ultima ha parlato della progressiva radicalizzazione anche in casa del fratello.

Sono stati ben 13 i decreti di perquisizione emessi nell’ambito dell’indagine che ha portato in carcere Halili e sono scattati a Milano, Napoli, Modena, Bergamo e Reggio Emilia. Nell’inchiesta sono coinvolti anche alcuni italiani convertiti all’Islam, oltre a cittadini di origine straniera. L’accusa ipotizzata nei loro confronti è di aver svolto una campagna di radicalizzazione e proselitismo sul web.

Halili non era sconosciuto alle forze dell’ordine. Era infatti già finito al centro di un’inchiesta della Procura di Brescia e della Digos che lo avevano bloccato nel marzo del 2015 per aver pubblicato e diffuso in rete un manuale islamico. Aveva patteggiato una pena di due anni per apologia del terrorismo. Non un reato qualunque che dovrebbe indurre il prossimo Governo a studiare adeguate contromisure per impedire a soggetti pericolosi di poter attrarre nella propria rete nuovi adepti da indottrinare.

L’inchiesta, denominata ”Balkan Connection”, aveva consentito di individuare persone in grado di fare opera di proselitismo per l’Isis, arruolando miliziani. Tra questi anche il foreign fighter bresciano Anas El Abboubi, arrestato, scarcerato dal Riesame e poi andato in Siria a combattere, dove avrebbe perso la vita, anche se mancano conferme ufficiali.

Il caso del giovane marocchino indica inoltre un altro rischio derivante dall’applicazione di misure blande da parte dei giudici. Secondo gli uomini dell’Antiterrorismo, il 23enne, dopo aver subito la condanna, ha accelerato il suo percorso di radicalizzazione.

Quando il 30 agosto del 2016 il capo della propaganda e portavoce dell’Isis Abu Mohammed Al Adnani fu ucciso ad Aleppo, Elmahdi Halili creò una piattaforma social dove pubblicò tre diverse playlist con i messaggi più famosi del braccio destro di Al Baghdadi, compreso quello in cui dava l’ordine ai lupi solitari presenti in Europa di colpire, seminando morte e terrore. Nella disponibilità del giovane c’erano poi, oltre ai messaggi di Al Adnani, anche i sermoni di Anwar Al Awlaki, conosciuto come il ”Bin Laden di internet”.

Come hanno spiegato il questore di Torino Francesco Messina e il capo della Digos Carlo Ambra, Halili aveva contattato e in alcuni casi anche incontrato, italiani convertiti, ghanesi, marocchini, spesso già noti alle forze dell’ordine. Al momento dell’arresto ha gridato: “Tiranni, Vado in prigione a testa alta”.

“Halili stava studiando come preparare il camion per compiere un attentato, siamo intervenuti in tempo, si informava sull’utilizzo del coltello dove e in che modo colpire”, ha aggiunto Messina, descrivendolo come “un soggetto molto motivato, senza nessuna intenzione di ravvedersi”.

Le vicende di Foggia e di Torino delineano una situazione tutt’altro che tranquilla, con un bacino abbastanza ampio in cui i radicalizzati possono pescare, con nuove risorse da “istruire” e fidelizzare.

I presunti grandi successi di Minniti che ha parlato di “allarme jihad mai stato così alto nel nostro Paese”, si scontrano con la brutale verità dei numeri: appena 132 rimpatri l’anno scorso e 29 in questi primi mesi del 2018. Proprio in questi giorni, Frontex, attraverso il suo direttore Maurice Leggeri, ha ribadito l’enorme rischio infiltrazioni sui barconi. L’Interpol, appena qualche settimana fa, ha segnalato la presenza di una cinquantina di tunisini, ex combattenti dell’Isis, approdati sulle coste italiane, e in alcuni casi ripartiti subito per altri paesi europei.

 

 

 

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