Tarantino

Diceva Pavel Florenskij che la conoscenza è simile ad una solida e resistente cassaforte: la si può prendere a colpi di accetta ed essa resiste, mentre se si trova e inserisce la chiave necessaria, essa cederà e ci rivelerà il suo contenuto. Negli anni è stato facile sentire i più acri commenti verso il lavoro di Quentin Tarantino, ed e’ stato facile anche individuare come culla di queste critiche il puritanesimo più genuinamente americano, che poi l’Europa copia, dimostrando una volta in più che dagli Stati Uniti, sappiamo troppo spesso copiare solo il peggio.

Se un intellettuale onesto agisce senza lasciarsi guidare da componenti pregiudiziali verso l’opera di un artista, il primo dovere implicito del caso dovrebbe essere quello di comprendere i significati più profondi di tale opera. Quindi, cerchiamo la chiave di lettura per capire Tarantino, piuttosto che tentare di svalutarne il lavoro, criticando ancor prima di capire.

La più comune delle critiche legate al regista italo-americano, come sappiamo, è quella di essere eccessivamente violento nel rappresentare alcune sequenze nei suoi film. Attenzione però. A differenza dei suoi maestri (Sergio Leone, Akira Kurosawa, Stanley Kubrick per citarne alcuni), il direttore cinematografico porta in scena una crudezza che contiene in sé l’antidoto contro di essa.

Il mondo creato da Tarantino non è un giardino edenico, o una specie di Castalia romantica e giusta. Il suo mondo è una realtà ordinata da regole sane, dove chi sbaglia paga in ogni caso. Immergendo i personaggi di quest’ultimo film in un tenebroso umorismo pregno di scaltrezza e scegliendo come compositore il nostro prezioso Ennio Morricone, Tarantino ci regala un lavoro che si interroga su un’America divisa da due anime, che si ama e che si odia al tempo stesso.

I personaggi si maltrattano tra di loro, si insultano, eppure si studiano a vicenda, arrivando a conseguenze estreme. Il nord ed il sud. I neri ed i bianchi. La giustizia istituita e la criminalità. Uno scontro per la vita che è anche conoscenza del nemico. Oswaldo Mobray ci avverte: “le precauzioni debbono essere prese, perché la vita è troppo dolce per essere perduta”. Necessarie sia per i personaggi, che nella peggiore delle bufere sono costretti ad un’intimità forzata e pericolosa, sia per lo spettatore che si accosta al grande schermo.

Varcare la soglia dell’ immaginazione tarantiniana è infatti equivalente ad un viaggio negli inferi nel quale ci vengono assegnati, ciononostante, ottimi compagni. I personaggi di questo film sembrano così calzanti ai soggettivi caratteri degli attori da farci pensare che siano stati costruiti come un abito su misura. E questi personaggi, impegnati in una guerra crudele e surreale al tempo stesso, diventano soldati che da fazioni opposte riescono nel compito, apparentemente impossibile, di trovare unità, almeno nel caso più importante, quando la guerra sta per finire e i combattenti in campo rimangono solo due. Le due americhe diventano una, e questa unica, sofferente, impossibile America ride. Il cerchio si chiude, ancora una volta. La bufera, lì fuori, finirà. Forse.

Elias G. Fiore

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