Calcio

    Torna a splendere il sole sulle sponde del Danubio

    Austria e Ungheria entrambe qualificate per il prossimo super-europeo di Francia, due nazioni legati da antiche tradizioni calcistiche che stanno vivendo due momenti decisamente opposti sul piano politico.

    Da decenni lungo il corso del Danubio da Vienna a Budapest il pallone da calcio sembrava come sparito dal radar, invece Austria e Ungheria hanno finalmente rialzato la testa dopo anni e anni di crisi nera se non nerissima, qualificandosi a braccetto al maxi europeo che si terrà in Francia la prossima estate. Per il calcio europeo si tratta di un piacevole ritorno alla tradizione perché se è vero che il football l’hanno inventato i Maestri inglesi, le fondamenta tecniche e tattiche del gioco più appassionate del mondo sono state gettate dai popoli danubiani. Se il calcio oggi è uno sport di squadra dove le capacità tecniche individuali devono essere messe a servizio dei compagni, dove gli spazi sul terreno di gioco vanno razionalmente prima coperti e poi aggrediti muovendo il pallone palla e non le gambe a vuoto lo dobbiamo solo a loro: ad austriaci e ungheresi.

    Il fiume Danubio sta al calcio come il blues al rock and roll: se abbiamo potuto ammirare squadre leggendarie come l’Ajax, il Milan degli Olandesi, il Barcellona, dobbiamo riconoscere che le loro radici affondano nell’humus danubiano. Il leggendario Wunderteam di Hugo Meisl, nel quadriennio 1930-34, giocava un calcio orgasmico (per quei pochissimi che oggi sono vivi e hanno potuto vederlo) fatto di difesa alta, possesso palla e continui movimenti sul fronte offensivo: il loro Metodo (in numeri 2-3-2-3) assomigliava già al moderno 4-3-3 (o 4-5-1/4-1-4-1) zonale mostrato dagli uomini di Guardiola. Anche la stella di quella squadra, Mathias “Cartavelina” Sindelar faceva le veci di Leo Messi: si muoveva su tutto il fronte offensivo, partiva da dietro e risucchiava i difensori avversari come un vortice. Solo l’Anschluss, la sciagura del nazismo e la Seconda Guerra Mondiale interruppero quella meravigliosa Nazionale che però, tra la fine degli anni Quaranta e Cinquanta ebbe un’altra generazione d’oro che permise alle casacche bianche di centrare il bronzo ai Mondiali di Svizzera 1954. Stiamo parlando della generazione del portiere Zeman (la Tigre di Hütteldorf, nessuna parentela con Zdenĕk!), del roccioso difensore, sempre del Rapid, Ernst Happel (divenuto negli anni Settanta/Ottanta leggenda della panchina, a lui è dedicato il Prater, lo stadio della capitale), dell’eclettico tuttofare Hanappi, una sorta di Alaba in salsa ariana e dell’elegante metronomo Ocwirck, poi leggenda della Sampdoria.

    In quegli anni però le imprese di Happel e soci vennero oscurate dai cugini ungheresi, una squadra letteralmente dorata, l’Aranycsapat (che in magiaro significa appunto “squadra d’oro). Ricordiamo che siamo agli inizi degli anni Cinquanta: le due sponde del Danubio, quella austriaca e quella danubiana, sono più lontane che mai essendo separate dalla cortina di ferro. La repubblica austriaca è diventata una sorta di appendice della Repubblica Federale Tedesca mentre l’Ungheria è divenuta una repubblica popolare di stampo stalinista legata a Mosca.

    Nonostante questa dolorosa separazione dal proprio retroterra culturale mitteleuropeo, la squadra allenata da Gusztáv Sebes riuscì costruire quella che, citazione di Federico Buffa, era una sorta di summa di cinquant’anni di calcio danubiano. Grosics, Buzánszky, Lóránt, Lantos, Bozsik, Zakariás, Budai, Kocsis, Hidegkuti, Puskás, Czibor è una filastrocca, uno scioglilingua che tutti gli ungheresi conoscono a memoria. La squadra di Sebes giocava un calcio fantascientifico: difesa sempre alta, terzini che si sganciavano sulle fasce, ali che arretravano in difesa, mediani che irrompevano in attacco e attaccanti che rinculavano in difesa. Quando li ho visti su YouTube o in qualche spezzone alla TV quella squadra mi sembrava come teletrasportata dagli anni Duemila. All’apparenza Sebes schierava i suoi con il WM inglese (cioè 3-2-2-3): in realtà i tre difensori giocavano una zona purissima, uno dei due mediani (Zakariás) arretrava spesso sulla linea dei difensori, in attacco poi il centravanti (Hidegkuti) faceva il centrocampista mentre le due mezzali nominali (Kocsis e Puskás) erano rispettivamente la prima e la seconda punta! Nacque così il 4-2-4, il modulo che sta alla base dello sviluppo del calcio europeo. Quella squadra incantò l’Europa per un triennio (ne sanno qualcosa gli inglesi, travolti a Wembley 3-6 nel novembre 1953), poi però cadde sul più bello, perdendo 3-2 la finalissima dei mondiali svizzeri contro un avversario, la Germania Ovest, probabilmente dopato e desideroso di sollevare i propri connazionali dopo l’atroce disfatta del secondo conflitto bellico. Più che dalla Germania, Puskas e compagni furono vinti, come il Wunderteam, dalla politica: nell’autunno 1956 i carri armati sovietici spensero nel sangue la rivolta e il desiderio di riformare l’austero regime stalinista di Rákosi. Quasi tutti i giocatori ungheresi, che militavano nell’Honvéd ed erano quindi impegnati in una trasferta a Bilbao, decisero di chiedere asilo politico, su tutti le stelle Kocsis e Puskás. Gli unici che rimasero “intrappolati nella cortina” furono il poderoso mediano Bozsik, una sorta di Beckenbauer magiaro, il già citato centravanti di manovra Hidegkuti e il portiere Grosics. L’Ungheria non sarà più lo stessa, nonostante qualche buona Nazionale negli anni Sessanta, capeggiata da un calciatore come Floriàn Albert che oggi sarebbe sui livelli di Messi e CR7; dal 1986, anno dell’ ultima qualificazione a una fase finale dei mondiali, di fatto è calato il sipario sul calcio ungherese. Lo stesso discorso però va esteso alla vicina Austria: nonostante una buona generazione negli anni Settanta, quella che vedeva in campo il portiere Koncilia, l’elegante centrale difensivo Pezzey, il compassato centrocampista Prohaska e del bomber Krankl e che ben figurò ad Argentina 1978, dagli anni Ottanta il calcio austriaco ha conosciuto una crisi nerissima, malgrado due fugaci apparizioni ai mondiali del 1990 e del 1998. Agli Europei casalinghi del 2008 (ospitati assieme alla vicina Svizzera) si era presentata una squadra indecente, guidata in campo dal quarantenne Ivica Vastić, bomber croato naturalizzato austriaco e ultima gloria del football danubiano prima dell’esplosione di Alaba e soci, una vera pena per i tifosi austriaci che videro i propri beniamini conquistare un solo punto.

    Le recenti qualificazioni ai prossimi Europei di entrambe le compagini danubiane stanno a indicare che comunque qualcosa si è mosso per davvero. Paradossalmente questi mutamenti stanno investendo questi due paesi proprio mentre si stanno nuovamente per allontanare dal punto di vista politico. L’Austria è sempre più una sorta di satellite della vicina Germania merkeliana, sia politicamente che culturalmente. Questo fatto si evince anche dalla composizione etnica della Mannschaft austriaca, simile a quella tedesca campione del mondo: a una solida base teutonica è stata infatti affiancata una ciurma variopinta capeggiata dal fuoriclasse David Alaba. Nato a Vienna da madre filippina e padre nigeriano (e in Baviera lo sfottono per il suo accento tipicamente wiener!), il terzino/mediano del Bayern è il prototipo del calciatore totale capace di giocare ovunque e di abbinare qualità a quantità, tecnica sopraffina a polmoni d’acciaio. Accanto al Pigmalione di Guardiola dobbiamo comunque citare Marko Arnautović, detto “Astronautović”, atipico attaccante di origine serba già meteora dell’Inter triplettista. Si dice che ai tempi della Beneamata il talentuoso Marko, definito dallo stesso Balotelli “più matto di me” fosse un re indiscusso della movida milanese, ora allo Stoke City ha trovato finalmente la sua dimensione, sia in campo che fuori. Va evidenziato come la Nazionale austriaca abbia compiuto una vera e propria impresa perché è giunta prima nel suo raggruppamento, tagliando il nastro della qualificazione prima della Russia del santone Capello (ormai spodestato) e della Svezia di Ibra. Dal punto di vista tattico i ragazzi del svizzero Koller giocano un calcio moderno, insolitamente dinamico per i canoni mitteleuropei, ma pur sempre vivace e talentuoso come vuole la tradizione, sono sicuro che Alaba e soci saranno una mina vagante in Francia.

    Discorso diverso per l’Ungheria, il paese in questa fase della sua storia sta riscoprendo le sue radici cristiane e il carismatico presidente Viktor Orbán sta prendendo di petto gli effetti della mondializzazione e dell’immigrazione sfrenata alzando i muri sul confine con la Serbia. Questo controverso presente dell’Ungheria è un po’ il riflesso nel tortuoso cammino della propria nazionale, giunta terza in un girone non irresistibile dietro a Irlanda del Nord e Romania ma poi riscattatasi un po’ a sorpresa, eliminando dopo lo spareggio la Norvegia del baby talento Odegaard. Chiaro, Puskás e soci erano un’altra cosa, tutta un’altra cosa, però la selezione allenata dal tedesco Storck ha dimostrato comunque di essere capace di fare le nozze con i fichi secchi proponendo un 4-5-1 coperto ma allo stesso tempo efficace con tanti pedalatori e portatori d’acqua al servizio di Priskin, la stellina della squadra. Il simbolo è però senza dubbio il portiere veterano: quarant’anni ad aprile, pancetta e crapa stempiata da ragioniere del catasto abbinata ai suoi caratteristici pantaloni lunghi beige che indossa da sempre (portano fortuna dice lui!). La qualificazione è passata soprattutto dai suoi guantoni, oltre che dai gol di Priskin. I mutandoni grigi kitsch di Király sono un po’ il simbolo di un paese salito agli onori della cronaca dopo i recenti fatti di attualità che vuole cantare fuori dal coro per resistere all’omologazione imposta dall’Europa dei banchieri. Così vicine e così lontane, Austria e Ungheria rappresentano le due facce del Danubio tornato finalmente sulle prime pagine del calcio europeo.

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