Matteo Renzi col Re saudita Salman, foto Reuters.

La mossa di Renzi, di recarsi in Arabia Saudita, suona inopportuna agli occhi di molti italiani perché è avvenuta nel bel mezzo d’una crisi di governo e delle relative consultazioni per formarne uno di nuovo, dove oltretutto lui e la sua squadra potrebbe entrare con migliori e maggiori appannaggi di quelli goduti nel vecchio governo. Soprattutto è suonata inopportuna perché l’Arabia Saudita non è considerata proprio un paese campione dei “diritti umani”, come a voler dire che una sua visita in una qualche altra nazione sarebbe invece risultata più “perdonabile”, pur rimanendo sempre sospetta (immaginatevi, per esempio, se Renzi si fosse recato in Francia o in Germania: le polemiche fra europeisti ed antieuropeisti sarebbero state senza dubbio molto vivaci, senza però tirare in ballo i “diritti umani”). Tant’è che non sono mancate nemmeno le cannonate da parte di quello che un tempo si sarebbe considerato, più o meno, come un suo “fuoco amico”: si veda a tal proposito cos’è comparso sul quotidiano La Repubblica.

Tuttavia, chi riduce la questione ai “diritti umani” pecca a dir poco d’ingenuità. V’è semmai, l’inopportunità dovuta al fatto che la visita di Renzi a Riyad sia avvenuta proprio nel momento in cui gli Stati Uniti dell’Amministrazione Biden annunciavano la loro interruzione delle vendite d’armamenti ad Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti; una scelta a cui l’Italia, in quanto paese “alleato”, non ha tardato ad uniformarsi, annunciando a sua volta il blocco delle vendite d’armamenti proprio ieri. Renzi, dunque, è capitato a Riyad proprio nel bel mezzo di questa situazione, quasi alla stregua d’un “agente disturbatore”.

Sul perché gli Stati Uniti (e i suoi diretti alleati, Italia in primis), abbiano invece deciso d’interrompere sia pur temporaneamente la vendita d’armamenti ad Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, possono esservi varie chiavi di lettura: sicuramente, tra tutte queste, quella di voler dare un segnale politico, di distensione, all’Iran, magari con la finalità di poter ricostituire almeno in parte quel “filo di dialogo” che la vecchia Amministrazione Trump aveva invece scelto di tagliare. Tra i temi in agenda, certamente scottanti, vi sono ad esempio la ricomposizione dell’Accordo sul Nucleare, che Trump aveva stracciato, ma che l’Amministrazione dei democratici e gli alleati dell’Unione Europea hanno invece sempre voluto che fosse “salvato”, recuperato e rispettato; ancora, la possibilità di poter ottenere una minor pressione di Teheran sul fronte siriano, dove gli Stati Uniti stanno cercando di riguadagnare spazi di manovra, così come nei confronti d’Israele (con cui Biden deve cercare un grado d’affiatamento paragonabile a quello che v’era stato con Trump), e da ultimo ma non meno importante anche un certo “lasciar fare” nel confronto che in un qualche modo Washington dovrà pur portare avanti con la Turchia di Erdogan.

Va da sé che, per poter creare le occasioni per un minimo di dialogo, si debba dare un qualche segnale politico, distensivo, non esclusivamente simbolico, e la sospensione della vendita d’armamenti ad Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, impegnati nella guerra contro lo Yemen ed in particolare contro gli sciiti di quel paese che da Teheran ricevono vicinanza ed appoggio, quando in forma diretta e quando indiretta, sia proprio funzionale a questa strategia. L’Iran, non è certamente un mistero, ha nell’Arabia Saudita e negli Emirati Arabi Uniti i suoi principali avversari nella regione del Golfo: la scelta statunitense, dunque, può presentarsi come una precondizione al dialogo.

Del resto, i rapporti fra Stati Uniti ed Arabia Saudita (e rispettivi alleati locali, cominciando proprio dagli Emirati Arabi Uniti) sono ormai cambiati rispetto al passato, per tante ragioni di tipo anche economico ed energetico ma non solo (si pensi per esempio al gas e al petrolio di scisto, che hanno consentito agli Stati Uniti di diventare da importatori ad esportatori d’energia, sebbene con costi produttivi che possono mantenersi convenienti solo col greggio ad alto prezzo sui mercati; viceversa, la “bolla speculativa” che ruota intorno a questo nuovo settore, negli Stati Uniti, può creare non pochi “grattacapi”). Anche i rapporti fra Stati Uniti ed Israele, per ragioni in parte simili ed in parte no, sono a loro volta molto cambiati. Di conseguenza, tanto i sauditi quanto gli israeliani sono oggi portati a muoversi sempre di più da soli, se necessario anche entrando in collisione con gli interessi americani (sia nella regione mediorientale che fuori). Qualche avvisaglia di questo nuovo fenomeno lo si può vedere anche nei rapporti che questi paesi hanno, a loro volta, coi paesi europei (Italia compresa) o con altri ancora, in primo luogo le potenze e le economie emergenti come Cina o Russia.

In tal senso, la visita di Renzi a Riyad (ma non andrebbero dimenticate nemmeno le sue frequentazioni a Tel Aviv, pure recenti) non appare più di tanto “sensazionale”.

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