In Cina la storia contemporanea –a partire dalle Riforme dei 100 giorni (1898) dell’imperatore Guangxu- è segnata dalla promozione dell’occidentalizzazione, ma anche dalla difesa dei valori cinesi. Una discussione culturale e ideologica motivata dall’aspirazione a creare un moderno sistema democratico, pur assecondando l’esigenza di conservare un sistema autocratico quale espressione della tradizione cinese di Stato-civiltà.

Il tema continua ad essere oggetto di dibattito, tanto che studiosi, giornalisti, storici e filosofi, anche appartenenti ai quadri di Partito, danno voce a molte riflessioni critiche, a dispetto di chi in Occidente crede che in Cina domini il pensiero unico. Riconosciuta una sorta di equivalenza tra valori occidentali = valori liberali, ovvero quei princìpi di governo e ideali politico-sociali di libertà, uguaglianza, autonomia individuale e autogoverno repubblicano con cui l’Occidente definisce la propria identità liberale e democratica, ci si chiede anche se i valori occidentali siano compatibili con la “grande rinascita della nazione cinese” con cui sono promossi i “valori cinesi”. Ad esempio in Guangming online (31-01-2015) sul problema della circolazione dei valori occidentali nelle università socialiste si dice: “I valori occidentali principalmente si riferiscono, nella Cina di oggi, alle idee errate provenienti dal mondo capitalista occidentale e in particolare a quelle idee e valori politici propagandati dai paesi capitalisti occidentali rappresentati in primis dall’America, come la democrazia costituzionale, i valori universali, la società civile, il neoliberalismo, il nichilismo storico…”.

 Prima ancora della caduta dell’Impero, i difensori del sistema imperiale avevano sostenuto il principio divenuto in seguito proverbiale: “Sapere cinese come sostanza, Sapere occidentale come mezzo”, come dire che la Cina, nell’ accogliere il sapere occidentale sul piano strumentale -dato il maggiore livello di sviluppo e l’utilità pratica del sapere occidentale-, avrebbe dovuto nello stesso tempo difendere e preservare la peculiarità cinese sul piano etico-politico (“Ciò che faceva della Cina la Cina”). Era in pratica riproposta l’ideologia confuciana dei “Tre Cardini” che sancivano la sottomissione dell’individuo all’ ordine della società tradizionale.

Questa dialettica continuò subito dopo la caduta dell’Impero con il Movimento per la Nuova Cultura, che combatteva ogni restaurazione dinastica. Esso contrapponeva la cultura tradizionale cinese feudale-gerarchica alla cultura occidentale moderna e liberale. Negli anni ‘30, seguì la disputa fra i fautori dell’occidentalizzazione totale, e i difensori della base cinese: i primi erano liberali critici della Repubblica Nazionalista di Nanchino e ritenevano che la Cina dovesse importare dall’Occidente gli elementi concreti della modernità insieme a quelli politici e culturali (istituzioni democratiche e diritti individuali), i secondi erano conservatori organici alle politiche del governo Nazionalista, i quali sostenevano che la Cina avrebbe dovuto rimodellare la propria modernizzazione per adattarla alle proprie peculiari caratteristiche storico-culturali. Ormai, non si parlava più di occidentalizzazione bensì di modernizzazione.

Solo negli anni ’80, passata la Rivoluzione maoista, è tornata in auge l’idea di occidentalizzazione totale. Venne lanciata da Deng Xiaoping e dal progetto illuminista del Quattro Maggio con ideali di emancipazione individuale, autodeterminazione politica e rinnovata fiducia in scienza + tecnologia occidentali nella prospettiva di una democrazia liberale. Ma si riaccendeva anche, sempre negli stessi anni, l’interesse nei confronti delle molteplici tradizioni nazionali con specifiche caratteristiche cinesi, combattute precedentemente o ignorate dalla Rivoluzione. Tale interesse venne intercettato e fatto proprio dal Partito Comunista, creando un nuovo connubio fra confucianesimo e potere, in cui il confucianesimo forniva al Governo il tradizionale valore di Armonia (Hé), per amministrare l’ordine sociale, ricomporre le fratture provocate dal Mercato e superare le frequenti recriminazioni contro le disparità sociali.

Presso la Chinese Academy of Social Sciences -CASS sono numerosi gli studiosi liberisti (favorevoli alle politiche riformiste intraprese fin dagli anni Novanta) che sostengono le riforme liberiste e ne propongono un’espansione in senso politico, ritenendo che la modernizzazione porterà l’economia cinese alla completa integrazione nel mercato globale, ‘collocando’ il paese nella cosiddetta civiltà universale. Si afferma che la Cina, divenuta di fatto protagonista del capitalismo globale, dovrebbe continuare la propria crescita sotto l’insegna dei valori rappresentati dal modello occidentale, ma d’altra parte c’è chi rigetta questi valori come storicamente specifici dell’Occidente (propagandati al solo scopo di imporre un’ egemonia liberistica e capitalistica). La crescita economica ha inoltre ben dimostrato la validità della via cinese allo sviluppo, insieme al diritto ad affermare nel mondo una soggettività cinese.

Attualmente apprezzata è la visione culturalista e tradizionalista di Chen Lai, studioso di “Saperi nazionali” all’Università Qinghua di Pechino, sostenitore di una moderno ritorno a Confucio e portavoce dell’attuale ideologia ufficiale di Partito. Nell’articolo “Conosciamo a fondo i valori distintivi della Cina”, pubblicato dal Quotidiano del Popolo il 4 marzo 2015, Chen Lai contrappone rigidamente i valori occidentali  ai valori cinesi, identificando i primi con quelli della modernità liberale e riducendo i secondi alla tradizione confuciana. Scrive Chen Lai: “…è solo attraverso delle operazioni di confronto, selezione e contrasto che un determinato sistema di valori si palesa nella sua peculiarità; così, se vogliamo discutere di ciò che caratterizza i valori cinesi, non possiamo limitarci a osservare la cultura cinese in modo isolato, ma dobbiamo anche prendere, come termine di paragone, la cultura occidentale e in particolare i suoi valori moderni. Se confrontati con quelli della modernità occidentale, i valori cinesi evidenziano quattro grandi caratteristiche.

1-            La responsabilità viene prima della libertà

2-            Il dovere viene prima dei diritti

3-            Il gruppo è superiore all’individuo

4-            L’armonia è superiore al conflitto

 Chen Lai ammonisce contro la pericolosità di una cultura fondata sui diritti, associandola alla proliferazione dell’individualismo, dannoso perché antepone l’interesse dell’individuo al bene sociale, e critica le società occidentali per la loro incapacità di promuovere una vera etica della responsabilità fra i cittadini. Ma osserviamo che la tradizione confuciana spinge a concepire i diritti come valori meramente etici (e non come meccanismi istituzionali), inoltre enfatizzando l’etica della responsabilità, si legittima l’autorità dello Stato a discapito dei diritti individuali dei cittadini.

Il pensiero di Xi Jinping espresso nel Discorso alla conferenza dei professori e degli studenti all’Università di Pechino dal titolo “I giovani devono consapevolmente mettere in pratica i valori fondamentali del socialismo”(Pubblicato su Xinhua il 4 maggio 2014).  Afferma il Presidente: “ –I principi dello stato sono quattro: proprietà, rettitudine, integrità e senso di vergogna. Se questi non si manifestano, lo stato andrà in rovina– [cit.da Guanzi, classico redatto nel periodo pre-imperiale]. Questa era la visione dei nostri antenati riguardo ai valori fondamentali del loro tempo. Ma oggi, nella Cina contemporanea, quali sono i valori fondamentali che la nostra nazione, il nostro stato devono difendere? È un problema teorico, ma anche un problema pratico. Così, dopo avere ricercato numerosi pareri e avere sintetizzato svariate visioni, abbiamo scelto di promuovere i valori di prosperità, democrazia, civiltà e armonia; quindi libertà, uguaglianza, giustizia e governo della legge; quindi patriottismo, dedizione al lavoro, affidabilità e amichevolezza, al fine di coltivare e mettere in pratica i valori fondamentali del socialismo. Prosperità, democrazia, civiltà e armonia sono i valori richiesti a livello dello stato; libertà, uguaglianza, giustizia e governo della legge sono i valori richiesti a livello della società; patriottismo, dedizione al lavoro, affidabilità e amichevolezza sono i valori richiesti a livello del cittadino. Questa sintesi, in realtà, è la risposta al grande quesito riguardo a quale tipo di stato e società vogliamo costruire e quale tipo di cittadino vogliamo formare…”.

Osserviamo che i 12 valori sono divisi in 3 livelli: 4 competono allo Stato, 4 sono relativi alla società, 4 sono relativi ai cittadini. Ma nessuno dei valori ritenuti universali è collocato sul livello dei cittadini, poiché se la democrazia riguarda lo Stato, diventa appannaggio del potere politico che deve occuparsi dell’esercizio della democrazia stessa. Quanto ai valori spettanti ai cittadini sono in realtà norme morali, doveri e compiti etici che i cittadini hanno la responsabilità di perseguire (patriottismo, dedizione al lavoro, affidabilità e amichevolezza) e non sono diritti, nel senso condiviso in Occidente.

 Xi Jinping in conclusione afferma che i valori fondamentali del socialismo, benché in buona parte di origine occidentale e liberale, rappresentano la trasmissione dell’ eccellenza della cultura cinese tradizionale.

Una cultura cinese tradizionale -oramai totalmente riabilitata dal Partito – che gode di grande apprezzamento presso il Popolo cinese, alieno dai dibattiti e dalle controversie accademiche e anche dall’esprimere opinioni personali. I cinesi infatti, come ho avuto modo di osservare parlando con gente comune, impiegati, lavoratori e studenti universitari, sono tanto legati alle loro tradizioni da non riuscire a concepire uno Stato che non sia Padre o Antenato. La Tradizione è di fatto percepita e perseguita come l’unica forma di Libertà e Democrazia possibile.

Maria Morigi

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