1. LA “VIA CILENA AL SOCIALISMO”

Il voto che portò nel 1970 alla presidenza del Cile il socialista Salvador Allende incontrò subito una furibonda opposizione nei settori conservatori e reazionari della società. “La Vía cilena al socialismo” comprendeva infatti la nazionalizzazione completa di grandi imprese (soprattutto quella del rame) senza indennizzo per le compagnie straniere (soprattutto statunitensi) che possedevano miniere ed impianti, le riforme del sistema sanitario, scolastica ed agraria, mentre nuova occupazione veniva creata sia tramite le imprese nazionalizzate, sia con progetti di lavori pubblici. Gli sforzi del governo nel portare avanti il suo programma condussero ad una forte azione di contrasto da parte dei proprietari terrieri, di alcune aree del ceto medio, della destra rappresentata dal Partito Nazionale, della Chiesa cattolica (che era scontenta della direzione laica cui puntava la riforma scolastica) e, di conseguenza, dei cristiano-democratici. I risultati a breve termine dell’ impressionante politica socialista intrapresa furono però un inatteso successo: crescita industriale, incremento del PIL, accompagnati da un considerevole declino dell’inflazione e della disoccupazione. In aggiunta alle condizioni per favorire l’impiego, Allende alzò i salari in diverse occasioni durante il 1970 e il 1971. Ma nel 1972, complessivamente, si registrò un’ inflazione galoppante dell’ escudo cileno. La combinazione di inflazione e calmieramento dei prezzi ordinato dal governo diede vita al mercato nero ed alla “scomparsa” di beni di prima necessità dagli scaffali dei negozi. Che cosa era accaduto? Semplicemente, gli Stati Uniti d’ America, il grande capitale “sovranazionale”, la speculazione borsistica avevano messo in moto la macchina micidiale per boicottare e sabotare l’ economia cilena. Si verificò infatti un crollo delle esportazioni dovuto principalmente al crollo del prezzo del rame. Il Cile era alla mercé delle fluttuazioni nel valore del suo più importante prodotto, più del 50% degli introiti del commercio estero del Cile derivava infatti da una singola materia prima. L’ andamento avverso, pilotato dagli USA, del prezzo internazionale del rame ebbe quindi un’ influenza catastrofica sull’economia cilena. Questo collasso si combinò ad una sorta di “cordone sanitario” steso attorno al paese andino dagli Stati capitalisti liberaldemocratici.

2. COME SI PREPARA UN COLPO DI STATO

Così a partire dall’ ottobre del 1972 si susseguirono ondate di scioperi, che definire “selvaggi” è dire poco, da parte di alcuni settori della società cilena ostili al presidente. Ad astensioni improvvise e prolungate dei camionisti, in un paese dove la quasi totalità dei trasporti era su strada, si aggiunsero quelli dei piccoli imprenditori, di alcuni sindacati di professionisti, di gruppi di minatori e di associazioni studentesche. Essi trovavano fonte di ispirazione in una corrente politica che rivendicava il ruolo dei corpi sociali intermedi. Il corporativismo nazional-cattolico, definito Movimento gremialista, presto divenne un vero e proprio movimento di massa della borghesia, ma dotato anche di una significativa componente sindacale tra i minatori e i trasportatori, contro il governo di Salvador Allende. Il “gremialismo” avrebbe avuto un forte ruolo nel consegnare una base di consenso al golpe militare dell’ anno successivo. Insieme ad esso, il gruppo eversivo Patria y Libertad, finanziato direttamente dalla CIA, fu l’ altro protagonista della crisi sociale e delle violenze politiche che condussero il Cile nel baratro. Oltre all’inevitabile danno all’economia, l’effetto principale di questa situazione sempre più fuori controllo fu quella di portare il capo dell’ esercito, generale Carlos Prats, all’interno dell’esecutivo come Ministro degli interni e poi vicepresidente. Eppure, nonostante tutto, la coalizione “Unità Popolare” di Allende aumentò significativamente i suoi voti nelle elezioni parlamentari di inizio 1973. A questo punto, i Cristiano-Democratici si schierarono decisamente con la destra rappresentata dal Partito Nazionale ed il Cile si avviò verso la catastrofe. Dopo un primo, fallito tentativo di colpo di Stato nel giugno 1973, l’ allontanamento di Prats inviso alla maggior parte dell’ esercito per il suo lealismo costituzionale e la sua sostituzione con l’ ambiguo generale Pinochet, verso la fine dell’ estate, fecero capire chiaramente che ormai una crisi costituzionale era alle porte. I Cristiano-Democratici denunciarono il governo Allende per atti illegittimi, invocando sostanzialmente l’intervento delle forze armate e dell’ordine contro un governo democraticamente eletto. La tesi di una possibile guerra civile imminente fu sostenuta dal loro leader Patricio Aylwin: “Il governo di Allende aveva esaurito, con un totale fallimento, la via cilena verso il socialismo e si apprestava a consumare un autogolpe per instaurare con la forza la dittatura comunista […] Le Forze Armate non fecero altro che anticipare quel rischio imminente”. Ma la dichiarazione della DC cilena non riuscì ad ottenere nel parlamento cileno la maggioranza dei due terzi richiesta dalla Costituzione per mettere in stato d’ accusa il presidente.

3. IL RUOLO DEGLI U.S.A.

Allende scrisse: “La democrazia cilena è una conquista di tutto il popolo. Non è né l’opera né il dono delle classi sfruttatrici, e verrà difesa da coloro i quali, coi sacrifici accumulati nelle generazioni, l’hanno imposta… Con una coscienza tranquilla… io sostengo che mai prima d’ora il Cile ha avuto un governo più democratico di quello che ho l’onore di presiedere… Reitero solennemente la mia decisione di sviluppare la democrazia e lo Stato di diritto”. Le immagini del colpo di Stato dell’ 11 settembre 1973 guidato dal generale Pinochet, con i caccia dell’ aviazione che bombardano il palazzo presidenziale, le ultime fotografie che ritraggono- mentre difende “La Moneda” con alcuni fedelissimi- Allende poco prima della sua scomparsa (suicidio? esecuzione sommaria?) sono rimaste impresse nella memoria di intere generazioni. Così come quelle dello Stadio Nazionale trasformato in un enorme campo di concentramento provvisorio dove erano raccolte le migliaia di oppositori alla Giunta via via catturati e dove avvenivano torture, interrogatori violentissimi e stupri da parte dei militari addetti alla sorveglianza. Approssimativamente 130.000 individui vennero arrestati nei tre anni seguenti, con il numero di “scomparsi” (desaparecidos) che raggiunse le migliaia nel giro di pochi mesi. Moltissime persone furono uccise: alcune lanciate dagli aerei in stato semicomatoso, altre scomparvero nel nulla. Un rapporto recente conta in totale per il periodo 1973 – 1988 più di 40.000 vittime e 600.000 sequestri temporanei con violazione dei diritti umani. Accertato è anche il rapimento di molti bambini di famiglie che avevano appoggiato Unidad Popular, affidati a sostenitori del regime. L’ostilità del governo statunitense nei confronti del governo Allende non può essere revocata in dubbio. In alcuni momenti esso appoggiò attivamente la progettazione di colpi di Stato, anche se probabilmente non quello che alla fine in realtà si svolse, come dimostra la documentazione d’ archivio parzialmente desecretata agli inizi degli anni Duemila. Non è un caso che, dopo la presa del potere da parte di Pinochet, il Consigliere nazionale per la sicurezza Henry Kissinger dicesse al presidente Richard Nixon che gli Stati Uniti “non lo avevano fatto” (riferendosi al colpo di Stato), ma ne avevano “creato le condizioni il più possibile”, finanziando gruppi eversivi come il già ricordato Patria y Libertad ed interrompendo qualsiasi aiuto economico-finanziario al Cile, garantito invece ai governi conservatori e democristiani che avevano preceduto quello di Allende. Gli USA fornirono inoltre un massiccio supporto materiale al regime dopo il golpe.

4. COLPIRE UNO PER EDUCARNE CENTO

Il colpo di Stato di Pinochet ebbe un’influenza politica enorme in tutto l’ Occidente. Con l’appoggio ai generali felloni, gli USA vollero infatti mandare un forte monito anche ai Paesi sviluppati dell’ Europa: l’intendimento statunitense era quello di impedire la formazione di governi socialisti non all’ acqua di rose ma di fatto, pur se democraticamente eletti. Ed i presidenti di Washington non avrebbero esitato, per raggiungere tale obiettivo, a promuovere con finanziamenti occulti a forze eversive, invio di “specialisti”, ecc., l’ avvento di regimi reazionari autoritari. Ancor più imponente e attuale è l’ eredità che questo evento ha lasciato sul piano economico a livello planetario. La brutale repressione politica di Pinochet fu infatti il presupposto delle più significative “riforme” neoliberiste fino ad allora intraprese. Il Cile diventò una sorta di laboratorio, di immenso lager in cui sperimentare pratiche che di lì a qualche anno avrebbero cominciato a dilagare nell’ intero pianeta. La Giunta si affidò infatti a giovani “tecnici” cileni formatisi all’ Università di Chicago (i cosiddetti Chicago Boys), fortemente influenzati dalle dottrine neoliberiste dell’ economista Milton Friedman: privatizzazione, taglio della spesa pubblica e legislazione anti-sindacale ne costituivano i cardini. Fu realizzata così in Cile una “riforma” delle pensioni che andava radicalmente nel senso della loro “privatizzazione” a scapito del controllo pubblico della previdenza. Fu imbastito al suo posto un sistema “a capitalizzazione” che sostituì il sistema detto “a ripartizione”. A farne le spese furono soprattutto i ceti meno abbienti e la “classe media” della nazione, cioè la maggioranza del popolo cileno. Il cosiddetto “miracolo del Cile” declamato dal santone del neoliberismo Friedman- secondo il quale “la cosa veramente importante nell’economia cilena è che il libero mercato ha svolto il suo compito nel portare ad una società libera” (!)- fu caratterizzato in realtà da un alternarsi forsennato di “recessioni” e “ripartenze” che condussero molte piccole imprese al fallimento, mentre la disoccupazione si manteneva su alti livelli, i forti investimenti esteri in minima parte erano utilizzati a fini produttivi e l’economia, comprese le industrie appena privatizzate (a partire da quelle del settore minerario), finiva per essere dominata da monopoli favoriti dalle connessioni della Giunta e dai legami con le imprese straniere. Soltanto l’ introduzione, a partire dalla metà degli anni Ottanta, di interventi statali correttivi consentì di alleviare parzialmente le sofferenze cui le classi sociali più disagiate erano sottoposte. Non si può,, d’ altronde, tralasciare il modo in cui tutte queste politiche vennero attuate, ossia con la totale soppressione dei diritti civili e politici.

5. IL GOLPE CILENO CHE CI PORTIAMO DENTRO

L’ Italia fu il Paese europeo in cui le ripercussioni del golpe dell’ 11 settembre 1973 risultarono, oltreché immediate, più profonde e durature. La proposta del “compromesso storico” venne lanciata infatti dall’ allora segretario del PCI Berlinguer proprio con quattro articoli di commento sui fatti del Cile pubblicati dal settimanale del partito, “Rinascita”, già nell’ autunno di quello stesso anno. L’ idea di fondo, abbastanza bislacca, in quanto non teneva conto della reale composizione sociale dei partiti e degli interessi che essi rappresentavano, era che solo l’ accordo fra le forze di ispirazione comunista e socialista con quelle di ispirazione cattolica-democratica avrebbe potuto dar vita ad uno schieramento politico capace di realizzare un programma di rinnovamento della società e dello Stato italiani, sulla base di un consenso di massa tanto ampio da poter resistere ai contraccolpi delle forze più conservatrici, mettendo al riparo dal pericolo di finire come in Cile. E’ da quell’ epoca che, passando pressoché indenne attraverso la prima, la seconda e forse la terza Repubblica, l’ idea di trovare il “compromesso” tra forze che- in un quadro di rispetto delle regole della convivenza civile e di competizione politica non violenta- dovrebbero rappresentare visioni economiche e sociali alternative, domina ancora, nei fatti, la scena. Le più recenti e disastrose concretizzazioni di tale idea si sono avute con le “larghe intese” intessute tra Berlusconi, Letta prima e Renzi poi, da uno degli ultimi “grandi vecchi” protagonisti di quella stagione politica degli anni Settanta, ossia Giorgio Napolitano, divenuto purtroppo presidente della Repubblica dal 2006 all’ inizio del 2015. Questo per quanto riguarda il piano politico. Per quanto concerne invece il campo economico, fa un certo effetto scoprire come ancora verso la fine del 2011 l’ ultrasessantenne José Piñera, già ministro del Lavoro e della Sicurezza sociale nonché delle Miniere della Giunta di Pinochet, trovasse attenta udienza nel nostro Paese perorando la causa della sua “riforma cilena delle pensioni” attraverso le colonne del quotidiano Il Tempo, entusiasticamente rilanciate in rete dal quotato sito neoliberista dell’ Istituto Bruno Leoni. Secondo l’ economista di Santiago, le “riforme” Dini e Fornero erano “palliativi”. Il vero toccasana stava nel suo “sistema a conti di risparmio individuali detenuti dai lavoratori e la cui gestione è affidata a imprese private di investimento locali e straniere”. Non bastava dunque essere passati in Italia ad un meccanismo contributivo. Per Piñera vi erano molte buone ragioni per privatizzare anche nel nostro Paese l’intero nostro sistema previdenziale. Prima fra tutte, ovviamente, quella ideologica: sul piano etico, un sistema “collettivistico” (così definiva la previdenza statale, tanti anni al servizio del “pinochettismo” non erano per lui passati invano … ) toglie agli individui la libertà di organizzare la propria vita, va quindi rifiutato. Peraltro, a sentire l’ economista di Pinochet, il tasso di rendimento di un sistema a capitalizzazione è destinato a essere ben superiore di un sistema previdenziale redistributivo e statizzato… I lavoratori italiani però a quanto pare almeno fino adesso non hanno abboccato, come dimostra il pietoso fallimento dei tentativi di introduzione delle “previdenze integrative” (sostenute peraltro a spada tratta anche dai sindacati ufficiali). Ma ancor più fa effetto vedere come rampanti esponenti del Partito Democratico trovino oggi fonte di ispirazione nei testi di Milton Friedman e von Hayek, ossia dei guru del neoliberismo novecentesco che ispirò le scelte economiche della giunta golpista cilena. Si legga in proposito il documento pre-congressuale presentato dalla relativamente giovane promessa Francesco Boccia nell’ agosto 2013, intitolato “PD contro l’ istinto di conservazione”, dove alle lodi sperticate nei confronti di Napolitano, si alternano citazioni tratte a piene mani da “opere” dei due economisti nemici di Keynes. Ripartiamo da loro- dice in sostanza Boccia- perché altrimenti il PD “non sarà mai una sinistra di governo”. Dinanzi ad affermazioni simili, non può non tornare alla mente il noto aforisma di Gramsci: “La Storia insegna, ma non ha scolari”.

FILIPPO RONCHI

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