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Giuseppe Insalaco

Giovanni Falcone, in un indimenticabile convegno a fine anni ’80, lancia parole forti: “Gli omicidi Insalaco e Parisi costituiscono l’eloquente conferma che gli antichi ibridi connubi fra la criminalità mafiosa e occulti centri di potere costituiscono tuttora nodi irrisolti con la conseguenza che, fino a quando non sarà fatta piena luce su moventi e mandanti dei nuovi come dei vecchi omicidi eccellenti, non si potranno fare molti passi avanti”.

Ad ascoltarlo una importante platea, anche di politici. Il giudice del Maxiprocesso, quello che di lì a qualche anno sarà fatto saltare in aria con il tritolo sull’autostrada allo svincolo per Capaci, ancora una volta mette il dito nella marmellata. Scoperchiando quello che era diventato noto a tutti: indissolubili e fortissimi legami tra Cosa Nostra e pezzi di politica siciliana e nazionale. Sì sapeva già dagli anni ’50, ma qualcuno non ha voluto vedere. Le frasi di Falcone hanno ancora più significato davanti, appunto, alla eliminazione di Giuseppe Insalaco, l’unico sindaco, nella storia di Palermo, a essere stato ucciso dalla criminalità organizzata mafiosa.

Esattamente 30 anni fa. Era il 12 gennaio 1988. In via Alfredo Cesareo, due ragazzi su una Vespa si avvicinano a una Fiat 132 imbottigliata nel traffico e aprono il fuoco contro il guidatore. Cinque colpi di 357 magnum, quattro vanno a segno, tappando per sempre la sua bocca. I killer si chiamano Nino Galliano e Domenico Guglielmini. Entrambi, assieme a Domenico Ganci – fratello di Stefano, uno dei fedelissimi di Salvatore Riina, è morto un paio di giorni fa per infarto nel carcere di Parma – sono condannati quali membri del commando che mette fine alla vita dell’ex primo cittadino del capoluogo siciliano.

Che, in realtà, era già morto da tempo, in quanto la sua sorte era stata già decisa prima di quella sera. E destino che si era creato con le sue stesse mani, perché sia nel suo breve mandato da sindaco, sia post, denuncia con regolarità e sistematicità i giochi non proprio puliti e le continue commistioni tra la politica e i boss mafiosi. Facendo precisi nomi e cognomi. Mettendosi contro, fin da subito, Vito Calogero Ciancimino e Salvo Lima, i due potentissimi referenti della Democrazia cristiana e legati alla manovalanza del crimine palermitano. Cercando di scoperchiare e cambiare le regole per l’assegnazione degli appalti, che avevano norme consolidate negli anni.

Insalaco, allora, era uno di quelle persone da considerare “scomode”. Troppo scomode. Figlio di un carabiniere e cresciuto sotto la protezione dell’ex ministro Dc Franco Restivo, palermitano anche lui, e da tempo avviato a una eccellente e brillante carriera politica, diventa sindaco di Palermo il 17 aprile 1984, e lo sarà fino al 13 luglio dello stesso anno. Deve, secondo alcune precise direttive dall’alto, soltanto tamponare le “inquietudini” e l’operato di Elda Pucci, primo cittadino prima di lui e che, per la prima volta, ha costituito il Comune di Palermo parte civile in un processo di Mafia.

Quando arriva a piazza Pretoria, però, fa di testa sua. Alla prima occasione, l’anniversario dell’omicidio di Pio La Torre e Rosario Di Salvo, si presenta sul luogo dell’eccidio con tanto di fascia tricolore. Ed è solo l’inizio. Fa tappezzare la città con manifesti dell’amministrazione comunale, denunciando l’escalation sanguinaria mafiosa, in cui per la prima volta compare la parola mafia. Poco dopo, il 5 maggio 1984, eccolo a Roma in occasione di una manifestazione contro la Mafia e la Camorra.

Il suo progetto, appena sedutosi sulla poltrona da primo cittadino, è quello di cambiare le cose tra le fila della Democrazia Cristiana, senza però che quest’ultima fosse intenzionata a farlo. Così l’ascesa di “Peppuccio”, come era chiamato affettuosamente ma non troppo, diventa un’inesorabile caduta libera. In una intervista rilasciata a Saverio Lodato, dice senza infingimenti che “Ci sono gruppi economici e affaristici i cui interessi spesso coincidono con quelli della Pubblica Amministrazione. Per il loro peso e i loro intrecci riescono spesso a condizionare scelte che in situazioni normali dovrebbero essere di competenza della classe politica”.

La Democrazia cristiana inizia a scaricarlo. Ma lui, anche dopo aver lasciato la poltrona di sindaco dopo neanche tre mesi, resta con la schiena dritta. Nell’ottobre 1984, insieme al suo successore Nello Martellucci, è ascoltato dalla Commissione parlamentare antimafia, alla quale dice: “Non sono un democristiano pentito, ma sono venuto qui per dire quello che penso della DC palermitana, degli affari, dei grandi appalti, di Ciancimino, dei perversi giochi che mi hanno costretto alle dimissioni dopo appena tre mesi”. E ancora: “Mi facevano trovare ogni mattina i mandati di pagamento sulla scrivania, confusi insieme alla posta ordinaria. Speravano che non me ne accorgessi, che firmassi quelle delibere insieme alle ricevute. Ogni delibera valeva decine di miliardi”.

Denuncia, quindi, le pressioni di Vito Calogero Ciancimino, e racconta il criminale sistema di concessione degli appalti che da oltre 20 anni dominava su Palermo e la stava rovinando per sempre. Dopo pochi giorni da quelle parole, la sua auto è misteriosamente incendiata. Lui, però, continua a fare quello che deve. Descrive in tempi ancora non sospetti un legame a doppio filo tra la mafia e la politica degli anni ’80, capace di inserirsi nel controllo della cosa pubblica. Tira in ballo personaggi che, anni dopo, avrebbero trovato posto nelle inchieste su quei presunti patti e accordi degli anni ’90 che prendono il nome di “Trattativa Stato-Mafia”.

Prima di essere ucciso, lascia in eredità alla sua città una marea di carte, documentazioni e materiale scottante pubblicato da Saverio Lodato per L’Unità e Attilio Bolzoni per La Repubblica, che ha fatto gran scalpore nella Palermo per bene e sana, e in cui accusa duramente noti personaggi come Salvo Lima. E, soprattutto, si reca cinque volte da Giovanni Falcone, al quale concede una sorta di memoriale che lo stesso giudice utilizza, dopo il fallito attentato all’Addaura ai suoi danni, nel giugno 1989, per parlare pubblicamente di “ibridi connubi”, di “gioco grande”, e di“menti raffinatissime.

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