Non dobbiamo promettere ciò che non dovremmo, per non essere chiamati a svolgere ciò che non possiamo. (A. Lincoln)

Nessuno ha mai fatto una statistica delle promesse non mantenute nel mondo, ma sono sicuramente miliardi di miliardi. E alcune promesse non mantenute hanno deciso il corso di alcuni importanti eventi storici. Perché un articolo che parla di Grecia, greci e debito ellenico si apra parlando di promesse è presto detto: nella notte tra il 25 e il 26 maggio, al termine di una riunione fiume, l’Eurogruppo ha promesso al Governo Tsipras che si procederà ad una ristrutturazione del debito pubblico greco. Sì, l’Ue prenderà in considerazione la sempre negata possibilità ma non adesso, bensì nel 2018.

Procediamo con ordine partendo dallo scorso 9 maggio. In tale data Alexis Tsipras si presenta al cospetto del Βουλή των Ελλήνων, il Consiglio dei Greci, il Parlamento per chiedere il voto favorevole ad una nuova manovra, a ulteriori misure di austerità: aumento delle tasse indirette e dell’Iva, istituzione di un fondo per le privatizzazioni, abolizione dei privilegi fiscali per le isole e la tanto discussa riforma delle pensioni le maggiori concessioni fatte ai creditori in cambio dei soldi per far fronte alle imminenti scadenze.

La maggioranza parlamentare tiene e sostiene il documento governativo (circa 7.000 pagine) e approva una manovra da 1.8 miliardi di euro. (1)

Il passaggio parlamentare non è l’ennesima declinazione del volere della troika, un do ut des lacrime e sangue in cambio di soldi. Lo stesso premier ha rassicurato Parlamento e popolazione sul fatto che l’economia facesse registrare valori superiori alle previsioni e che quindi i nuovi vincoli votati, in realtà, non avrebbero incontrato la necessità di una loro applicazione.

Tra le misure adottate dal Governo Tsipras anche un “pacchetto contingente”, un meccanismo di correzione automatica dei conti pubblici nel caso in cui si verifichi una deriva del deficit pubblico pari al 2% del PIL se nel 2018 non si sarà centrato l’obiettivo del 3.5% di avanzo primario.

Tsipras ha dimostrato ancora una volta di voler fare la sua parte svolgendo i compiti a casa assegnatigli dai creditori. La risposta delle istituzioni comunitarie è giunta per bocca del Presidente dell’Eurogruppo Dijsselbloem che in una dichiarazione con tanti “se” e punti interrogativi che ha preceduto l’incontro dei ministri delle finanze europei ha annunciato che sarebbe stato discusso “se”, “quando” e “a quali condizioni” adottare misure per alleggerire il debito greco.

Il 9 maggio, infatti, per la prima volta in seno all’Eurogruppo si è discusso dell’eventualità di ristrutturare il debito ellenico.
Pochi giorni prima, con tempistica sospetta, il Fondo Monetario Internazionale (FMI) aveva pubblicato un rapporto dal titolo Greece. Preliminary debt sustainability analysis – Update estimates and further considerations dove si afferma senza tanti giri di parole che il debito di Atene è insostenibile e che una ristrutturazione immediata si rende più che mai necessaria sia per permettere alla Grecia di ripartire sia perché il Fmi continui a essere parte in causa nel piano di salvataggio.

La sponda offerta ad Atene dall’istituzione monetaria di Washington si basa su una valutazione di merito che considera – oltre all’insostenibilità del debito giunto ad oltre il 180% del PIL (2) – irrealistico che la Grecia centri per anni consecutivi l’obiettivo di avanzo di bilancio del 3.5%.

A dare appoggio stabile a tal conclusione, nelle pagine dello studio A surplus of ambition: can Europe rely on large and primary surpluses to solve its debt problem? condotto da Barry Eichengreen e Ugo Panizza si legge che è estremamente difficile per un Paese prevenire che il proprio debito cresca quando il surplus primario necessario raggiunge livelli critici di più del 5%. Questo è possibile soltanto per alcuni anni.

Le previsioni del FMI, inoltre, parlano di un debito pubblico che, se non corretto, entro il 2060 toccherà il 300% del prodotto interno lordo mentre i costi “di servizio” del debito lieviterebbero al 60%. Di questo passo la Grecia sarà fallita abbondantemente prima di tale data. Il Fondo guidato da Christine Lagarde propone, così, un taglio nominale oppure una rimodulazione delle scadenze associate a obiettivi di bilancio che siano verosimili e sostenibili, vale a dire, non più 3.5% di surplus ma un più tollerabile 1.5% di avanzo.

La questione finisce sul tavolo dell’Eurogruppo riunitosi il 24 maggio scorso nel quale si deve decidere di sbloccare una nuova tranche di “aiuti” per Atene pari 10.3 miliardi di euro. (3) Riconosciuto il merito al Governo Tsipras di aver giocato la sua parte con nuove riforme fiscali, i creditori hanno accordato il nuovo prestito sulla base di due sub-tranche: 7.5 miliardi da versare entro il 15 giugno per poter far fronte agli impegni con Bce e FMI, gli altri dopo una verifica dell’applicazione del memorandum dopo l’estate.

Sino a qui, la consueta routine. La novità è che nel corso di questa riunione dell’Eurogruppo si è aperto, per la prima volta, ad una possibile ristrutturazione del debito. (4) Su questo tema, lo scontro è stato a due: Germania contro FMI portatrici di due opposte concezioni. Ad uscirne vincitore è stato Schaeuble che ha condotto la trattativa in prima persona, imputandosi su un concetto ribadito da tempo immemore: nessun elettore tedesco deve rimetterci un euro riguardo il debito greco.

Al termine della riunione, l’Eurogruppo ha formulato una promessa, un impegno non vincolante, una volontà di massima a ristrutturare il debito di Atene ma non adesso, bensì, nel 2018 quando il terzo memorandum sarà completato e soprattutto dopo che in Germania si sarà votato per il rinnovo del Bundestag, elezioni previste nel 2017. Lacrime e sangue e austerità oggi in cambio di una promessa a fare qualcosa tra due anni. Ma soltanto “se necessario” perché, citando lo stesso Ministro delle Finanze tedesco, è inutile e impossibile fare previsioni adesso su quel che accadrà nel 2018.

Una promessa di tale genere era stata fatta anche nel novembre del 2012 e ribadita lo scorso agosto senza che, però, venisse applicata.

Taglio nominale fortemente escluso dal ventaglio delle possibilità, impegno non assoluto ad una ristrutturazione eventuale e rimandata al 2018 e mantenimento dell’obiettivo del 3.5% per quanto riguarda l’avanzo primario. Ad uscire sconfitto il Fondo Monetario Internazionale che rimane, inoltre, con il problema di dover spiegare agli altri Paesi il motivo per cui continui a prestare denaro a chi non può restituirlo, comportamento contrario allo statuto dell’organismo internazionale. In Grecia, il FMI ha esteso di molto le sue normali prerogative e, per dirla con Otmar Issing, ex capo economista e membro del Direttivo della Bce, si trova a dover spiegare al Mali perché deve aiutare gli europei. (5)
Alla fine è passato il concetto che quel che è buono per Berlino è buono per tutti in un’assunzione di leadership tedesca che appare fuori di discussione. D’altronde, la Commissione, in particolare quelle guidate dal portoghese Barroso, negli anni non hanno saputo arginare il nazionalismo finanziario tedesco che ha giustificato altri tipi di nazionalismo come quello, ad esempio, britannico.

Leadership europea, sì, ma con bisogno di copertura tecnico-politica: per questo motivo Berlino ha bisogno della presenza del FMI nel programma di salvataggio per la Grecia. Washington, dal canto suo, in un momento di particolare incertezza politica, economica e geopolitica ha dovuto piegarsi alla volontà di Berlino per non trovarsi ad aprire un fronte di tensione aperto in Europa. Fatto resta che se l’UE a guida teutonica si impegnerà (forse) a partire dal 2018, il Fondo Monetario Internazionale si è già impegnato da fine 2016.

Intanto il 10 giugno, il Bundestag ha dato il via libera alla nuova tranche del prestito accordato ad Atene ma quello di cui il popolo greco avrebbe bisogno sono gli investimenti esteri diretti: Come si chiede il quotidiano Kathimerini, come può andare avanti un Paese in cui una larga parte della popolazione è scivolata al di sotto della soglia di povertà e il cui popolo difficilmente beneficerà delle attuali riforme strutturali?

NOTE:
1. Negli ultimi tre mesi, Atene ha adottato misure per 5.4 miliardi di euro.
Interessate dalla nuova manovra anche il sistema pensionistico: la pensione minima è stata fissata in 384 euro per 20 anni di contributi; prevista una diminuzione degli enti previdenziali; previsto un aumento dei contributi che passano al 20%.
2. Atene è esposta verso i creditori per qualcosa come 311 miliardi di euro.
3. La parola “aiuti” è tra virgolette perché sarebbero tali se gli euro versati dai creditori finissero nelle casse del Governo ellenico per far fronte alla drammatica situazione sociale in cui versa il Paese. Un recente studio ha concluso che soltanto il 5% dei fondi ricevuti da Atene siano finiti direttamente nelle casse statali mentre il restante 95% siano stati assorbiti dai vecchi debiti contratti: 52.3% per gli interessi, 37.7% destinati agli istituti di credito.
4. Nel corso della riunione sono state decise le regole per la ristrutturazione del debito: tra le altre misure, diminuzione dei tassi di interesse sul secondo programma di salvataggio; rimborsi parziali anticipati con fondi non utilizzati dal fondo salva-stati, estensione delle scadenze. L’obiettivo è mirare ad una riduzione al 100% del debito/PIL già entro il 2050.
5. Crisi greca, l’economista Issing: inutile illudersi, meglio fuori dall’euro, Corriere della Sera.

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