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Attentato a Istanbul 01 01 2017

Inizia come era finito il 2016 anche l’anno nuovo. Nella notte del veglione, ad Istanbul, in uno dei night club più rinomati e frequentato da VIP e turisti, il Reina, fa irruzione un commando di terroristi che spara sulla folla. Alla fine saranno 39 le vittime, dei quali 25 gli stranieri, e 70 i feriti in seguito all’attentato. Sembra che nelle ore successive l’ISIS abbia rivendicato l’attentato in lingua araba e turca (mai accaduto prima), “Turchia serva della Croce” avrebbero dichiarato i membri del califfato. Smentita invece la voce che narrava di un killer travestito da Santa Claus, sono otto i sospetti jihadisti indagati dalla Polizia turca.

Dopo Berlino, il 19 dicembre scorso, tocca ora a Istanbul. Un capodanno di sangue che non regala alcuna soluzione di continuità tra vecchio e nuovo anno.

stanbul night club attentato 01 01 2017Ma che fa anche seguito ai tanti attentati che nel 2016 hanno colpito la Turchia in diverse città. Un anno decisamente turbolento per il paese anatolico, se agli attentati aggiungiamo l’assassinio in diretta dell’Ambasciatore russo Karlov, che può essere legato anch’esso alla questione ISIS/Siria e il tentativo di golpe fallito da frange militari dello Stato turco con il conseguenti repulisti di Erdogan che ha colpito anche numerosi giornalisti e membri della società civile.

Attentato night club Reina, Istanbul

Proprio il “Sultano” con la sua ideologia neo-ottomana ha a suo carico le maggiori responsabilità per la trasformazione della Turchia in un paese turbolento, avvelenato dalle spinte islamiste. Sebbene non pochi si erano rallegrati quando, in seguito al vertice kazhako ad Astana, la Turchia di Erdogan ha dato finalmente l’impressione di voler voltare decisamente pagina rispetto alla “rotta” tenuta negli ultimi cinque anni nei confronti della Siria e di voler cooperare fattivamente con Russia e Iran per una soluzione del conflitto che prescindesse da precondizioni speciose del genere “Assad must go”, tuttavia, una volta che ci si è “seduti a cena con il diavolo”, non sempre è facile alzarsi chiedendo permesso e dileguarsi, e questo Recep Erdogan lo sta sperimentando molto bene sulla sua pelle.

Nell’ultimo anno la Turchia ha subito numerosi atti terroristici che sembrano scientemente organizzati e temporizzati per punire il Presidente turco per la sua svolta pragmatica nei confronti della Siria e della Russia. Il mondo jihadista adesso punta a colpire nel vivo l’immagine della Turchia, un’immagine che Erdogan in parte era riuscito a propagandare: la Turchia era considerata uno stato musulmano moderno, vitale, meta di turisti e investitori, crocevia per il Medio Oriente, i Balcani, l’Europa e il Caucaso.

Ma il Sultano, che nel 2010 portava avanti la politica “Zero Problemi coi Vicini”, lodava Assad e l’Iran, e discuteva di una “mini-schengen” che coinvolgesse Ankara, Damasco, Baghdad e Teheran, avrebbe dovuto essere più cauto. Avrebbe dovuto valutare con più attenzione il rischio di collaborare con l’Occidente sulla Siria. Invece la Turchia sotto la guida dell’AKP dal 2011 ha trasformato il varco di confine di Bab al-Hawa in una vera e propria autostrada per terroristi e si è compromessa spesso con estremisti di ogni sorta (l’export di petrolio rubato dall’ISIS sarebbe stato impossibile senza la conveniente sponda turca…).

A nostro avviso i rischi che correva Ankara in questa condotta aggressiva per certi versi e temeraria per altri erano chiaro sin dall’inizio. Il tentativo da parte di Ankara di sganciarsi dal giogo degli islamisti avrebbe comportato ritorsioni e rappresaglie sanguinose. Già nei mesi scorsi avevamo coniato per la Turchia un termine che calza a pennello al Sultanato di Erdogan: la Pakistanizzazione o Modello Pakistan, che dir si voglia. Troppe similitudini ad uno stato, quello pakistano, nato per essere una repubblica laica e moderna (almeno per gli standard del contesto islamico) e finita per essere una repubblica islamista con grandi lotte intestine etnico-religiose che la dilaniano dal suo interno.

LEGGI ANCHE: Le Purghe di Erdogan e il Modello Pakistan in Anatolia.

Gli ultimi eventi ci confermano che tale nostra preoccupazione fosse giustificata e che la possibilità che l’Europa si trovi con un grande paese musulmano scosso da periodici attentati, con istituzioni fragili, personalistiche e soggette a periodiche minacce da parte delle istituzioni spionistiche e militari dello Stato, diventi ogni giorno più probabile.

Qualcuno dovrebbe domandarsi, se questi sono i risultati nel seguire e appoggiare le iniziative degli Usa, che cosa aspetti l’Europa a iniziare a fare i propri interessi e impegnarsi fattivamente per un Medio Oriente pacifico e stabile, terreno di investimenti e commerci e non fonte di orde di migranti e centro nevralgico di reti terroriste capacissime (come si è visto di recente) di colpire anche il Vecchio Continente.

Paolo Marcenaro

 

1 COMMENTO

  1. Erdogan ha usato in modo spudorato assassini e terroristi in Siria per 5 anni, ora , dopo la sconfitta dela sua “strategia” d’accatto, ne resta vittima e resta coinvolto, insieme ai suoi cittadini, nella reazione di settori criminali di islamisti assassini.
    Era una cosa prevedibile, chi usa il tyerrorismo come arma poi ne resta coinvolto.
    Ora , se dovesse affondare la repressione in questi settori potrebbe trovarsi coinvolto in una guerra interna con gruppi terroristici che sono collocati in Turchia.
    Forse Putin aveva previsto cosa sarebbe accaduto dopo l’accordo russo-turco, ottima punizione per un politico spregiudicato ma inetto in politica estera come Erdogan.
    Vedremo in queste ore e giorni l’evoluzione della situazione turca che è solo all’inizio … per i turchi si prevedono giorni bui veramente.

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