Con la Turchia ancora in tumulto dopo il tentato e fallito Colpo di Stato di venerdì sera, mentre si diffondono e si moltiplicano le voci e le testimonianze di una sanguinosa rappresaglia con decapitazioni e torture inflitte ai militari caduti nelle mani dei sostenitori del Presidente, appare sempre più chiaro che gli eventi appena trascorsi potrebbero avere compromesso forse definitivamente i rapporti tra il Capo di Stato turco e gli USA.

Erdogan non sembra voler dimenticare o perdonare l’atteggiamento ambiguo assunto ieri nelle ore durante le quali il golpe sembrava avere inizialmente successo, il silenzio imbarazzante della Casa Bianca e delle cancellerie occidentali indicava che Usa (e UE al seguito) speravano che l'”alzamiento” avesse successo, il rifiuto delle autorità tedesche ad accordare l’atterraggio al jet privato del Presidente è un pesantissimo indizio in tal senso.

Solo quando a Istanbul la situazione ha iniziato a pendere decisamente in favore dei filo-Erdogan e il Presidente era in fase di ritorno nel suo paese sotto la protezione dei suoi partigiani sono arrivate tardive e balbettanti dichiarazioni di sostegno alle “istituzioni elette” da parte di Obama, Merkel e soci.

Del resto gli Usa se fossero stati decisi a sostenere Erdogan contro i militari ribelli potevano aprirgli la pista di una base NATO, in Europa o persino sullo stesso suolo turco visto che il paese ospita la struttura di Incirilik, una delle più grandi del suo tipo, da cui partono i cosiddetti “raid anti-ISIS” di Obama.

E proprio Incirilik è vittima ora della vendetta di Erdogan, visto che tutto il traffico per la base è stato bloccato e anche la fornitura di energia elettrica alla struttura è stata interrotta, bloccando del tutto le sue attività. Non è certo l’interruzione dei pochi ambigui e svogliati “bombardamenti” americani sull’ISIS a preoccupare Pentagono e Casa Bianca, quanto la prospettiva di essersi alienati, con la loro ambiguità in fase di golpe, quello che era il principale agente dell’alleanza atlantica e della CIA nell’attuale scenario mediorientale, responsabile diretto di anni di sostegno ai gruppi terroristici attivi in Siria.

Ancora una volta il dilettantismo e la mancanza di visione e prospettiva in campo internazionale dell’amministrazione Obama ha fatto precipitare una situazione che, pur con diversi punti spinosi (il rapporto tra Erdogan e la posizione apparentemente “filocurda” assunta dagli Usa) sembrava saldamente favorevole agli interessi di Washington.

Erdogan sta usando Incirilik come “bargaining chip” per assicurarsi l’estradizione in Turchia del suo rivale Fetullah Gulen, da molti anni esule in Pennsylvania sotto la protezione americana? Oppure siamo sull’orlo di uno stravolgimento completo della fedeltà e dell’alleanza turca con gli Usa? Solo i prossimi giorni ci potranno dare la risposta.

 

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