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theresa may

A poco più di un mese dal referendum sulla Brexit, il Regno Unito ha un nuovo governo capeggiato dal Primo ministro Theresa May: sarà lei, quindi, ad avviare la procedura per l’uscita dall’Unione europea.

Un compito arduo, a causa di una vera e propria “psicosi Brexit” che si è andata a generare già a partire dalla campagna elettorale sul voto referendario; si era infatti ventilato il timore di possibili danni economici a carico dell’intera Unione e della stessa UK, agitando lo spettro di un’imminente recessione e dure ripercussioni sul PIL. Dati alla mano, i numeri sembrano non essere così catastrofici, tanto che l’allarme lanciato in precedenza dalla BCE è stato ridimensionato sia dal FMI che dalla Bank of England, che hanno previsto una crescita del Regno Unito (comunque) superiore rispetto a Francia e Germania.

Se l’economia non è una scienza esatta, maggiori certezze vengono offerte dai Trattati istitutivi dell’Unione europea: in particolare, la possibilità per uno Stato membro di uscire dall’Unione è stata prevista ai sensi dell’art. 50 TUE (Trattato sull’Unione europea) che stabilisce come uno Stato, dopo aver notificato al Consiglio europeo l’intenzione di recedere, possa negoziare e concludere con l’Unione un accordo volto a definire le modalità di recesso, tenendo conto anche delle relazioni future. Nel caso in cui non si giungesse ad un accordo fra le parti, lo stesso articolo dispone la possibilità di un recesso unilaterale che avviene automaticamente due anni dopo la notifica al Consiglio europeo. In realtà, il recesso unilaterale non è un dettaglio di poco conto, inserito solo a seguito delle modifiche apportate dal Trattato di Lisbona (2007): tale norma è stata introdotta per sopire le preoccupazioni degli Stati membri che temevano una cessione definitiva della propria sovranità per tutte quelle materie che sono state affidate alla competenza dell’Unione.

Pertanto, semplificando, il neonato governo inglese sarà chiamato ad avviare, non prima del 2017 stando alle ultime dichiarazioni della May, una serie di trattative con il Consiglio europeo, affinché si produca un accordo di ritiro e vengano stabiliti i nuovi rapporti, commerciali e non, tra l’UE e l’ormai ex Stato membro, non essendo quest’ultimo più soggetto alla disciplina comunitaria.

Sebbene l’art. 50 elenchi i vari passaggi di questo recesso in maniera chiara, si profilano diverse questioni causate dal risultato della suddetta consultazione: il primo nodo riguarda i nuovi accordi di natura commerciale, terreno su cui il Regno Unito ha tutto l’interesse a volersi ritagliare una posizione vantaggiosa, al fine di scongiurare un ipotetico isolamento economico, per cui potrebbe essere seguita il sentiero intrapreso dalla Norvegia – garantendosi in tal modo pieno accesso al Mercato europeo comune (MEC) – o l’esempio svizzero, con un accesso parziale al MEC; presumibilmente, un’ulteriore problematica può essere considerato il flusso degli immigrati, cavallo di battaglia usato dai fautori del “leave” in campagna elettorale, andando a disciplinare sia la posizione degli stranieri che vivono e lavorano in UK da prima della Brexit, sia di chi deciderà di vivere nei territori d’oltremanica in futuro.

È lecito chiedersi, in questo caso, quale atteggiamento animerà l’UE, che potrebbe mostrarsi secondo alcuni severa e poco incline a generose concessioni, anche se diversi Stati membri hanno tutto l’interesse a siglare degli accordi commerciali che tutelino le loro imprese, specialmente quelle operanti sull’export, caso che interessa anche l’Italia. Un altro problema da aggiungere alla lista è l’instabilità interna che potrebbe condizionare i negoziati: Theresa May è chiamata non solo a ricompattare i cittadini inglesi, ancora divisi tra Leave e Remain, ma dovrà impegnarsi anche a ritrovare un fronte comune con la filoeuropea Scozia, che attraverso il Primo Ministro Nicola Sturgeon, ha manifestato un profondo dissenso circa il risultato del referendum, poiché il 68% della popolazione si è espressa a favore del “remain”, andando perfino a ipotizzare in futuro una nuova consultazione che chiami i cittadini scozzesi a scegliere se rimanere nel Regno Unito o meno. Discorso analogo in Irlanda del Nord, dove il ‘remain’ ha prevalso per il 56%: anche qui si ventila un referendum, volto però a riunire le due Irlande.

Nonostante l’esperienza inglese stia scuotendo violentemente l’Unione europea, da poco ripresasi dalla crisi greca, basta volgere lo sguardo al lontano 1983, per rintracciare un precedente, quando la Groenlandia, tramite voto referendario, decise di uscire dalla vecchia CEE (Comunità Economica Europea), spinta da una crescente rivendicazione di indipendenza nel settore della pesca, su cui si basa in gran parte la sua economia, pur rimanendo un territorio dipendente dalla Danimarca.

Al netto di quanto riportato, è errato l’atteggiamento di una parte dell’opinione pubblica, che si è impegnata ad evocare unitamente alla Brexit questioni di natura escatologica, affrettandosi a proporre contro-referendum per rientrare nell’UE, in cui il Regno Unito continuerà comunque a permanere, vincolata alle sue leggi, fino al termine dei negoziati. L’uscita dall’UE non ha nulla a che fare con la fine del mondo, dal momento che è proprio il Trattato di Lisbona che offre la possibilità di recedere “conformemente alle proprie norme costituzionali”, e nulla assume più valore di una consultazione in cui è il popolo a decidere.

C’è infine un interrogativo, forse il più importante di tutti: riuscirà l’Unione Europea a mutare la sua pelle, deponendo definitivamente le vesti di un sistema tecnocratico che arricchisce soltanto le già pingui casse delle banche, per riscoprirsi Europa dei popoli dove le diversità di ogni singolo Stato membro vengano premiate e non appiattite, come fino ad ora si è verificato?

Mauro Gagliardi

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