La complessità etnica-culturale ucraina e il suo ruolo geografico di “ponte” tra il mondo occidentale e il colosso russo richiedono un approccio politico equilibrato.
Analizzando la politica estera statunitense nei confronti dell’Ucraina, prendendo come esempio il fenomeno “Maidan” e le sue conseguenze, possiamo osservare diverse fazioni all’interno dello stesso dibattito americano.
Un approccio decisamente più morbido alla questione ucraina, incentrato sul concetto di “realpolitik“, è stato espresso da Henry Kissinger, ex Segretario di Stato degli Usa e membro del partito repubblicano, che il 5 marzo del 2014 dichiarava: “Troppo spesso la questione ucraina viene vista come una resa dei conti, la scelta tra Est e Ovest. Ma se l’Ucraina vuole sopravvivere e prosperare non deve diventare l’avamposto di una parte contro l’altra, ma fare da ponte tra le due. La Russia deve ammettere che il tentativo di costringere l’Ucraina a diventare uno Stato satellite, spostando nuovamente i confini russi, condannerebbe Mosca a rivivere cicli fini a se stessi di pressioni reciproche nei rapporti con l’Europa e gli Usa. L’Occidente deve capire che per la Russia l’Ucraina non potrà mai essere un Paese straniero. La storia della Russia iniziò nella cosiddetta Rus di Kiev. La religione russa ebbe lì il suo punto di diffusione. L’Ucraina ha fatto parte della Russia per secoli e le storie dei due Paesi si sono intrecciate anche in precedenza”.La visione di Kissinger sui delicati processi in atto in Ucraina andava ad analizzare il ruolo storico del paese come parte fondante dello spirito russo e della sua cultura. Traspira una dottrina incentrata sul bilanciamento dei rapporti di forza globali e sulla strategia della distensione. La volontà di preservare la diversità ucraina e il suo ruolo di anello di congiunzione tra l‘Europa e la Russia vengono chiaramente espresse da questo ulteriore passaggio della dichiarazione: “Considerare l’Ucraina come parte del confronto est-ovest, spingendola a far parte della Nato, equivarrebbe ad affossare per decenni ogni prospettiva d’integrare la Russia e l’Occidente – e in particolare la Russia e l’Europa – in un sistema di cooperazione internazionale. […] L’America avrebbe dovuto favorire la riconciliazione e non, come ha fatto, il dominio e non la sopraffazione di una fazione sull’altra. Per l’Occidente la demonizzazione di Vladimir Putin non è una scelta politica: è solo un alibi che denuncia drammaticamente l’assenza di qualsiasi scelta.”
La visione espressa da Kissinger è entrata profondamente in contrasto la più radicale dottrina Brzezinsky. Zbigniew Brzezinsky, consulente per la sicurezza nazionale durante l’amministrazione Carter, durante la crisi di Crimea si era espresso a favore di un intervento militare dell’Alleanza Atlantica contro le azioni di Putin.

Nel 1997 Brzezinsky, nel suo volume “La Grande Scacchiera”, identificava lo spazio eurasiatico come obiettivo imperativo geopolitico per gli Stati Uniti. L’Ucraina avrebbe dovuto essere assorbita all’interno del mondo occidentale, e la Russia, paese debole dopo l’implosione sovietica, si sarebbe di conseguenza trovata costretta ad abbandonare il ruolo di grande potenza.
L’approccio statunitense alla questione ucraina non si è distaccato di molto dal modello identificato da Brzezinsky nel 1997, che si è adattato perfettamente alla “dottrina Obama“: rendere impossibile la nascita di potenze regionali egemoni che possano infastidire la concezione unipolaristica nord-americana dei rapporti di forza globali. Visione, quella “Brzezinskiana” e adottata dall’amministrazione Obama, entrata per forza di cose in rotta di collisione con quella russa. Mosca, tramite lo schema multipolare proposto da Putin e dal ministro degli esteri Sergej Lavrov, ha una concezione diametralmente opposta della politica internazionale.
Il ministro Lavrov si è fatto portatore della domanda russa di riconoscimento dell’appoggio europeo al progetto di Mosca sulla creazione di uno spazio euroasiatico unito e stabile, in grado di accelerare i rapporti economici e politici con l’Unione Europea. Progetto che, chiaramente, non entra in sintonia con quel principio nord-americano prima descritto che prevede l’eliminazione a priori di egemonie in regioni ritenute di interesse e sicurezza nazionale per gli Usa.

Far leva sul nazionalismo ucraino, denotando un metodo superficiale alla complessa situazione, è stata una precisa strategia geopolitica. Dopo tutto, già nel 1966 in un report della Cia da poco declassificato (e riportato dallo storico Di Rienzo nel suo libro “Il conflitto russo-ucraino”) si poteva leggere: “Il processo di russificazione ha raggiunto in Ucraina orientale, soprattutto nelle città, un livello superiore di quello ottenuto da Mosca in ogni altro territorio dell’Urss, ma i sentimenti sciovinisti sono ancora molto forti nelle campagne e nelle regioni occidentali lontane dai confini sovietici. […] Nel caso di una disintegrazione del controllo centrale sovietico, il nazionalismo ucraino potrebbe riaffiorare alla superficie e costruire un punto di riferimento per la nascita di un movimento organizzato di resistenza anti-comunista”.
Solo un approccio distensivo e realista, che sappia cogliere le particolarità del caso in questione e dell’importante ruolo “di mezzo” di Kiev, può portare a una stabilità politica tra la Russia, l’Ucraina e l’Occidente.
Stabilità, specialmente quella tra Europa e Mosca, che deve al più presto tornare priorità nell’agenda politica di Bruxelles, nonostante i tentativi di stop d’oltreoceano.

Lorenzo Zacchi

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