Il nuovo capitolo della diatriba tra governo italiano e l’Unione europea si arricchisce di nuovi protagonisti. Sono i ministeri economici che negli ultimi giorni hanno palleggiato sulla questione della flessibilità. Dapprima Moscovici, una sorta di ministro delle finanze dell’Unione, ha bacchettato l’Italia in quanto da anni è uno dei paesi che ha beneficiato di più dei meccanismi di flessibilità europea sui conti pubblici, glissando sulle proroghe al 3% del rapporto deficit/Pil concesse per anni alla Francia. Uno Schauble in versione pre-elettorale – a marzo si vota in diversi lander tra cui il Baden-Wuerttenberg – rincara la dose affermandosi stanco del “ricatto italiano” per ogni centesimo che l’Unione Europea intende mettere a bilancio, riferendosi senza mezzi termini alla questione delle risorse stanziate in favore della Turchia per la questione migranti. La difesa a questo turno toccava al ministro Pier Carlo Padoan che rimarca come le riforme del governo legittimino in punta di diritto la richiesta italiana di un allentamento della stretta fiscale europea sui conti pubblici.

L’Italia domanda da tempo maggiori margini per poter aumentare di qualche punto percentuale il deficit in particolare per il biennio 2016-2017. Il Governo non può permettersi di concludere il suo mandato dovendo sostenere manovre di rientro troppo dure sui conti pubblici. Renzi ha bisogno di ottenere qualche miliardo per non dover essere costretto a finanziarie “lacrime e sangue” facilmente attaccabili dalle trasversali opposizioni parlamentari. Ma aldilà del braccio di ferro di queste ultime settimane, non è assolutamente a rischio l’opzione del compromesso. Come anticipato prima, una CDU che traballa nei sondaggi pre-elettorali è costretta ad aprire le falconiere e dare fiato ai rigoristi più intransigenti in materia di conti e immigrazione. Junker, di converso, sembra già aver abbandonato i toni stizziti degli scorsi giorni, in luogo di prese di posizione più concilianti. Padoan e Renzi potranno stare tranquilli almeno su questo versante. Non appena le acque si calmeranno e le élite europee saranno più inclini a comprendere che i loro interessi alla stabilità politica coincidono con le richieste italiane, e – a patto che questa volta, da parte dell’esecutivo italiano, il merito venga riconosciuto esplicitamente ad entrambe le parti – daranno il loro benestare a qualche sconto sul deficit.

La regole che finora, è bene dirlo, sono state valide solo per alcuni, Francia e Germania in testa, questa volta saranno valide anche per l’Italia, ne va della credibilità di istituzioni instabili che in questo momento non possono permettersi altri inutili scossoni. Archiviata questa polemica, che peraltro ci intratterrà ancora per qualche tempo, per il governo italiano l’attenzione dovrà essere puntata tutta sulle banche. Tra tentativi di fusione annunciati, costituzione di bad bank, bail-in – che anche il governatore della Banca d’Italia Visco pochi giorni fa ha ammesso che necessita di modifiche consistenti – e dilagante sfiducia dei risparmiatori, gli istituti di credito italiani – chi più chi meno – continuano a registrare considerevoli ribassi borsistici.

Non sarà compito facile evitare fughe di capitali e salvataggi che potrebbero retroagire negativamente proprio sui conti pubblici italiani. Allora sì che Padoan e Renzi troverebbero davvero scomode le poltrone di Bruxelles e Francoforte, nonostante le rassicurazioni di sorta. La lezione greca insegna che è meglio spingere quando si può ancora spendere un po’ di credibilità, che giocare d’azzardo e doversi poi presentare con le calze bucate e il cappello in mano. Ma ora godiamoci la commedia sgranocchiando taralli in loggione, che per l’opera c’è ancora tempo.

Luca Scaglione

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