L'ultima condanna a morte in Italia
Al centro della foto Giovanni Puleo e Francesco La Barbera, a destra Giovanni D'Ignoti, accanto al cappellano del carcere padre Ruggero, immortalati poco prima di essere fucilati. Ai tre condannati avevano dato generose dosi di cognac per dominare i nervi (Archivio Rcs)

Segniamoci questa data: 4 marzo 1947. Appuntiamoci questi nomi: Giovanni Puleo, Francesco La Barbera, Giovanni d’Ignoti.

Per i più giovani e i novizi della nostra (complicata) storia contemporanea, entrambi gli appunti non potranno significare alcunché. E invece proprio così non è. Sono lo spartiacque, purtroppo, di una pagina che si chiude e di un’altra che si aprirà qualche mese dopo. Di una fase che è da mettere alle spalle, e di un qualcosa che viviamo ancora oggi, ma con i residui di quel passato perché noi italiani siamo duri a fare i conti – tutti – con ciò che ci è capitato. Spesso non dipendente dalle nostre volontà.

Di cosa parliamo, allora? Si ripiomba nell’Italia dell’immediato secondo dopoguerra, e in uno Stato in cui era ancora presente la pena di morte, sia per i crimini civili che per quelli militari. Tale strumento ci ha accompagnato per secoli e secoli, fino al 1889. Poi viene messo in naftalina, ma Benito Mussolini e il regime fascista lo fanno resuscitare nel 1926, all’alba della dittatura vera e propria delle camicie nere. E nel primissimo dopoguerra c’è ancora. E l’ultima volta, in ambito civile, a essere utilizzata, è proprio il 4 marzo 1947. Contro chi? Puleo, La Barbera e d’Ignoti. E, incredibilmente, a pochi giorni dalla sua abolizione definitiva.

Cosa hanno fatto di male questi tre uomini per meritarsi la pena capitale per eccellenza? Dobbiamo andare indietro nel tempo. Di un paio d’anni. I tre siciliani sono stati riconosciuti colpevoli di una strage avvenuta due anni prima in una cascina del torinese, vicino a Villarbasse. Una delle più atroci ed efferate post conflitto. Il calendario dice 20 novembre 1945 e, all’ora di cena, quattro individui (i tre citati prima più Pietro Lala, che però morirà poco dopo l’accaduto in un regolamento di conti) fanno irruzione in un casolare situato in questo Comune a 20 km da Torino, per compiere una rapina. Ben presto, però, accade la carneficina perché i rapinatori, riconosciuti, non hanno pietà per nessuno e uccidono, massacrandoli di botte e bastonate, tutti coloro che potevano essere testimoni. Ben dieci persone, in pratica, tra padroni di casa, loro parenti, domestiche e loro vicini.

All’alba del 4 marzo 1947 avviene l’ultima esecuzione capitale della storia del Paese. Al poligono di tiro delle Basse di Stura, vicino a Torino, davanti a un plotone d’esecuzione che conta 36 agenti della questura, vengono portati Giovanni Puleo, Francesco La Barbera e Giovanni D’Ignoti. I tre siciliani sono stati condannati alla fucilazione per essere stati riconosciuti colpevoli di una strage avvenuta due anni prima in una cascina del torinese, vicino a Villarbasse. Poco più di un mese dopo la Costituente approverà l’articolo 27 della carta costituzionale per cui in Italia non sarà più ammessa la pena di morte. Nonostante i forti fermenti del cambiamento in atto l’atrocità del crimine non riceve sconti, la Cassazione conferma la condanna e anche il presidente Enrico De Nicola nega la grazia ai tre condannati.

Il giorno dopo, il 5 marzo 1947 alle 5 del mattino, a Forte Bastia (La Spezia), davanti al plotone di esecuzione finiscono Aurelio Gallo, ex agente delle S.S. italiane di Udine; l’ex-questore repubblichino di La Spezia, Emilio Battisti di Trento, e l’ex maresciallo della Guardia Nazionale Aldo Morelli. Sono condannati a morte dalla Corte di Assise per collaborazionismo, sevizie e deportazione nei campi di sterminio di migliaia di persone.

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