Dopo numerosi tentativi andati a vuoto con altre personalità di spicco del territorio, ieri è arrivato l’annuncio ufficiale. Vincenzo Bianconi, presidente di Federalberghi Umbria, sarà il candidato unitario chiamato a sfidare la leghista Donatella Tesei, che guiderà la coalizione di centrodestra, nella corsa per la presidenza della Regione Umbria. Con la convergenza sulla figura dell’albergatore nursino, dunque, decade automaticamente la candidatura di Andrea Fora, presidente dimissionario di Confcooperative Umbria, sostenuta dal Partito Democratico per larga parte dell’estate, ma ora sacrificato per dare vita al cosiddetto “patto civico” tra M5S e PD, proposto da Luigi di Maio allo scopo di «risolvere l’emergenza umbra».

Al termine di una giornata di riflessione, proprio ieri, Francesca Di Maolo, presidente dell’Istituto Serafico di Assisi e responsabile della Scuola socio-politica diocesana “Giuseppe Toniolo”, aveva rifiutato la proposta delle due forze politiche. Indiscrezioni avevano dato il suo assenso quasi per certo ma qualcosa nelle ultime ore deve averle fatto cambiare idea: un confronto con i suoi colleghi, un consulto con alte sfere vaticane, di cui l’Istituto Serafico è diretta emanazione, oppure più semplicemente una riflessione interiore? Non lo sappiamo. Fatto sta che, con un centrosinistra già dato in forte difficoltà nei sondaggi estivi, in una regione come l’Umbria, l’ennesimo patto tra post-comunisti e cattolico-sociali avrebbe quasi certamente ricevuto il favore di un certo mondo ecclesiastico ma sarebbe stato tendenzialmente malvisto a livello popolare, indipendentemente dalla persona.

Un passato divisivo

Era forte il rischio che l’intesa sulla Di Maolo potesse essere interpretata dall’elettorato come una riproposizione – magari in forma nuova, un po’ più civica ma niente più – di quel consociativismo che per decenni ha tenuto l’Umbria bloccata in un sistema caratterizzato da pratiche tutt’altro che virtuose di coesistenza fra corpi intermedi di diversa estrazione culturale, ma anzi degenerato in una spartizione politica di enti pubblici e para-pubblici, spesso a discapito dell’efficienza amministrativa, con tutte le conseguenze negative del caso per un tessuto industriale faticosamente costruito a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, con i primi maglifici perugini e le prime fonderie ternane, sino all’epoca del boom, quando aziende come Perugina, Ellesse, Sicel, Ponte, AST, Polymer, Tarkett e tante altre ancora, portarono per la prima volta i prodotti dell’Umbria nel mondo.

Poco nota fuori dai confini regionali, inoltre, è ancora molto forte la diffidenza popolare verso la “mano vaticana” che, dopo aver soggiogato Perugia nel 1540, ha governato direttamente per tre secoli questo territorio, provocando ferite mai del tutto rimarginate. è in generale l’influenza politica romana ad essere tendenzialmente indigesta in questa piccola regione, così vicina alla Capitale ma così lontana dall’attenzione di tanti, troppi governi succedutisi dall’Unità d’Italia sino ad oggi, come testimonia il pesante deficit infrastrutturale che ancor oggi condiziona negativamente l’economia locale, a partire dal commercio e dal turismo.

Acuendo per scopi politici vecchie differenze e rivalità mai pienamente sopite, l’impronta papale sul territorio ha di fatto contribuito in epoca moderna a spaccare culturalmente in due porzioni la regione, fiaccandone il dinamismo economico, scientifico e culturale dell’era comunale e rinascimentale. Da un lato, la fascia nord-occidentale, di antica origine etrusca, specie Perugia e l’area del Trasimeno, che percepiva quella presenza come un’oppressione imposta dopo una guerra persa (quella “del sale” nel 1540), tanto da assorbire velocemente i vagiti culturali mazziniani, socialisti e anarchici del Risorgimento, che tutt’oggi caratterizzano buona parte della toponomastica del centro storico del capoluogo. Dall’altro lato, la fascia sud-orientale, quella umbra propriamente detta, dove spiccavano territori sostanzialmente fedeli alla Santa Sede, a partire proprio dalla “serafica” Assisi, sino alla Valnerina, passando per Foligno, dove il boia romano Mastro Titta eseguì la prima condanna della sua famigerata carriera. Nel mezzo, il Fiume Tevere a fare da barriera, come al tempo di Etruschi ed Umbri.

L’ultimo affronto porta la data del 20 giugno 1859, quando le truppe pontificie irruppero a Perugia per spegnere la rivolta popolare unitaria, lasciandosi andare ad uccisioni sommarie, violenze, stupri e saccheggi. La “vendetta” dei perugini si consumò nei quattro anni successivi, in seguito all’annessione al Regno d’Italia nel 1860, con la demolizione della Rocca Paolina, simbolo del potere papale, eretta tre secoli prima sopra ciò che restava della cittadella dei Baglioni, famiglia reggente del governo autonomo della città, nel rione storico di Porta Eburnea, come punizione per aver osato sfidare Roma tentando di raggiungere la piena indipendenza dallo Stato Pontificio.

L’astio popolare nei confronti del potere clericale, accumulato nei trecento anni di dominio vaticano diretto, è anche alla base della significativa tradizione massonica radicata in città e in parte della provincia da quasi duecento anni, avendo contribuito alla rinascita di una forte borghesia cittadina, con cui la politica regionale, nel corso del tempo, ha dovuto necessariamente rapportarsi. Dal secondo dopoguerra sino al 1994, infatti, il capoluogo è sempre stato guidato da sindaci socialisti, anche quando la maggioranza relativa in Comune era in mano al PCI, grazie all’enorme mole di voti che il partito di Togliatti e Berlinguer otteneva nelle frazioni e nelle vaste aree del contado perugino. Solo con la fine del Pentapartito, cancellato dalle inchieste di Mani Pulite, i comunisti, nel frattempo riconfiguratisi, come PDS, all’interno dell’Ulivo poterono conquistare lo scranno più alto di Palazzo dei Priori.

La sua storia e natura particolare hanno fatto insomma di Perugia e dei suoi dintorni quasi un comprensorio a sé, diverso da buona parte del resto della regione, a partire dal dialetto cittadino – aspetto tutt’altro che secondario – parlato soltanto in 15 dei 59 comuni della vasta provincia. Nel Novecento, poi, con la sua vocazione universitaria ed internazionale, ed un’attenzione particolare al settore della moda (Luisa Spagnoli, Umberto Ginocchietti e più recentemente Brunello Cucinelli), Perugia si è idealmente proiettata verso Firenze e Milano, piuttosto che verso Roma, sviluppando un suo microcosmo autonomo, mal sopportato da altri comprensori, pure importanti sul piano produttivo, come Terni o Foligno. Già durante la ripartizione delle province nel primo periodo unitario e, successivamente, durante il Ventennio, la parte meridionale della regione reclamò un riequilibrio territoriale, ottenuto parzialmente con l’istituzione della Provincia di Terni nel 1927 ma perdendo il territorio di Rieti, che dal 1861 fino al 1923, prima di finire nel Lazio, era stato circondario dell’unica provincia riconosciuta dalla Corona sabauda in Umbria, cioè Perugia.

Il fallimento del policentrismo

L’Umbria nel suo complesso ha invece continuato ad essere guidata, senza alternanza, dal PCI, poi PDS, DS, sino al PD odierno. La logica compensativa della leadership regionale fu quella del policentrismo, ovvero della preservazione di un’urbanizzazione diffusa con relativi enti e servizi comprensoriali. Ancora oggi, soltanto il 31,2% della popolazione regionale vive nelle aree urbane dei capoluoghi (in Liguria il 49,4%, Lombardia 42%, Emilia-Romagna 38,2% e Toscana 37%), mentre il 68,8% è sparpagliato nei tanti comuni, piccoli e grandi, delle due province. Teoricamente funzionale ed utile, questo schema ha cominciato a viziarsi, alimentando nuovamente campanilismi e rancori incrociati, a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, quando la generale spinta del terziario ha stimolato anche la proliferazione di un numero abnorme di cooperative di servizi, più o meno riconducibili al mondo della politica, a fronte di un settore pubblico ormai palesemente gonfiato di dirigenti ed impiegati, spesso “inseriti” nella macchina amministrativa su base comprensoriale.

Questo “policentrismo compensativo” ha portato ad una situazione paradossale. Dal 1995, tutti i presidenti della Regione e buona parte degli assessori delle giunte sono espressione non dei due capoluoghi ma di cittadine o piccoli comuni di provincia. Dal 1999, tutti i presidenti della Provincia di Perugia sono espressione non del capoluogo ma della provincia, mentre l’attuale presidente della Provincia di Terni è sindaco di Guardea, un piccolissimo comune tra Orvieto e Amelia.

I cittadini, così, sono stati a lungo portati a ritenere che il partito dominante abbia sistematicamente assegnato assessorati ed enti non per competenze specifiche ma per appartenenza territoriale: un meccanismo a pioggia, insomma, dove il vertice sembrerebbe voler “accontentare” un po’ tutti, non per una logica di buon governo locale ma semplicemente per preservare i rispettivi bacini elettorali all’interno dei numerosi comprensori, in gran parte autoreferenziali e piuttosto isolati l’uno dall’altro. Spesso unite in rivendicazioni di vario genere rispetto al mal digerito “predominio” di Perugia, infatti, le realtà minori sono enormemente divise fra loro, abituate ormai a pretendere qualunque tipo di servizio o struttura – dalle sedi direzionali ai presidi ospedalieri, dall’alta velocità alle piastre logistiche – se dovesse averla anche il vicino.

Un Cuore Verde senza arterie

Legato al diktat dei mille campanili è naturalmente anche il tema delle infrastrutture, da sempre sentito in Umbria come un profondo buco nero a cui non si è mai posto rimedio. Poco dopo l’Unità d’Italia, nel 1866, fu inaugurata la nuova ferrovia Roma-Ancona, realizzata sul disegno pensato dieci anni prima dallo Stato Pontificio per la cosiddetta “Pio Centrale”, una linea che scavalca Perugia, evitata per ragioni politiche e di sicurezza personale del Papa, passando invece per Foligno che, ancora oggi, dopo 153 anni, resta il principale snodo ferroviario regionale, senza tuttavia essere un capoluogo: caso pressoché unico in Italia.

Quella centrale di Perugia resta invece una stazione secondaria, nel mezzo della linea Foligno-Terontola, e globalmente malservita, con la sola eccezione del Frecciarossa per Milano e Torino introdotto nel 2018 arretrando di 70 km un convoglio già “dormiente” ad Arezzo, con un finanziamento di 1,3 milioni di euro, suddiviso collettaneamente fra Regione Umbria, Camera di Commercio di Perugia e Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia. A lungo osteggiato dai vertici regionali, che sostenevano il progetto “MedioEtruria” (cioè la costruzione di una nuova stazione TAV all’altezza di Rigutino, in Toscana!), il nuovo collegamento – infine accettato – ha registrato un elevato numero di utenti malgrado la partenza in orario antelucano (5.13 del mattino). Tuttavia, a causa di una rete ferroviaria vecchia ed in gran parte a binario unico, manca un vero servizio ad alta velocità per tutta la regione e soprattutto con orari favorevoli anche a chi intende arrivare sul territorio (turisti ed imprenditori esterni).

Durante l’arco della giornata arrivare da Roma sino al capoluogo umbro – o viceversa – può diventare quasi un viaggio della speranza, che comincia con i circa 500 metri da percorrere a piedi per arrivare al binario 1-Est, isolato in un’area esterna della Stazione Termini, e prosegue a bordo di convogli regionali “veloci” che fermano in almeno dodici località prima di arrivare a destinazione, quasi tre ore dopo, in una città che – non va dimenticato – è sede della più importante Università per Stranieri in Italia. Stante un’ormai cronica carenza di voli all’Aeroporto Internazionale di Perugia-Assisi, la quasi totalità di coloro che provengono dall’estero può infatti affidarsi al solo scalo di Fiumicino e poi al doppio (o triplo!) trasbordo in treno.

Finita tempo fa al centro di un’inchiesta televisiva condotta dalla trasmissione “Fuori dal Coro” su Rete4, l’altra linea locale, l’ex-FCU (Ferrovia Centrale Umbra), che collega direttamente Perugia a Terni, è stata invece lasciata marcire sino alla chiusura definitiva di due anni fa. Sono seguiti lavori di ristrutturazione che hanno permesso di riaprire, con tempi di percorrenza improponibili, una parte della sola tratta Nord, da Città di Castello a Perugia – Ponte San Giovanni, escludendo inspiegabilmente le stazioni di Sansepolcro e San Giustino, lasciate in stato di abbandono come l’intera tratta Sud (Perugia PSG – Terni).

La SS3bis (E45), unica grande arteria stradale dell’Umbria, è costantemente congestionata e usurata dal passaggio di autotreni che sfruttano il percorso gratuito da Orte a Ravenna. La recente chiusura del passaggio agli autoarticolati disposta dal Tribunale di Arezzo per l’ipotizzato pericolo di crollo del Viadotto del Puleto, al confine fra Toscana e Romagna, ha fortemente penalizzato le aziende dell’Altotevere, il comprensorio più settentrionale dell’Umbria, dove da anni è in attesa di completamento la SS73bis di Bocca Trabaria, parte della più estesa E78 “Due Mari” Grosseto-Fano, che dovrebbe collegare San Giustino con la costa settentrionale delle Marche.

Paradossalmente, il comune umbro più connesso risulta essere Orvieto, importante ma piccolo centro turistico posizionato lungo l’A1 Milano-Napoli e la TAV, dove comunque non sono previste fermate di alcun genere di Freccia, diversamente da quanto invece concesso a Chiusi, poco più a nord ma in Toscana, e ad Orte, poco più a sud ma nel Lazio. Si tratta comunque di una pura casualità geografica, non certo della volontà dei governi del tempo di fornire l’Umbria di un punto di accesso alle reti di trasporto più importanti. La città della Rupe è infatti posta all’estremità occidentale del territorio regionale, in un lembo necessario al transito delle due grandi arterie di connessione nazionale, ed in ogni caso è priva di collegamenti diretti sia con Perugia che con Terni.

Arretramento economico e anonimato politico

Con il parziale declino dell’industria, alla fine degli anni Ottanta, il nuovo modello di sviluppo introdotto in Umbria, analogo ai casi dell’Emilia-Romagna e della Toscana, fu quello sintetizzato dalla sarcastica formula giornalistica “calce e carrello”: ovvero, edilizia e centri commerciali. Settori che hanno trainato la crescita per qualche anno, mostrando i loro limiti non appena il mercato immobiliare è entrato in crisi. La proliferazione di supermercati e grandi agglomerati commerciali è inizialmente venuta incontro alla domanda locale, creando nuovi posti di lavoro e fornendo un po’ di ossigeno alle casse, sempre più esangui, dei Comuni, ma ha di fatto ridotto all’osso le prospettive di sviluppo e innovazione nella manifattura, nell’artigianato e nei servizi ad alto valore aggiunto, condannando alla scomparsa centinaia di piccole e medie imprese, impreparate di fronte alle nuove sfide del mercato unico e della globalizzazione.

Da un lato, ormai da molto tempo l’Umbria non è più un territorio attrattivo per gli investimenti. Dall’altro, gli umbri stanno sempre peggio. I dati Eurostat, ISTAT e INPS parlano chiaro: tra il 2007 e il 2016, l’Umbria ha perso il 18,5% del suo PIL; tra il 2000 e il 2016, il PIL pro-capite umbro è passato da quota 116% a 83% sulla media europea, perdendo cioè 33 punti percentuali in soli sedici anni; nel primo trimestre 2019, la disoccupazione complessiva in Umbria ha raggiunto quota 10,4%, in aumento rispetto al 9,2% registrato nel 2018, quando il dato giovanile era fermo al 31,1%; tra il 2016 e il 2018, le domande di disoccupazione (NASpI) in Umbria sono aumentate del 13,12%.

Il metodo con cui Nicola Zingaretti e Luigi Di Maio hanno gestito da Roma le trattative è stato già emblematico della superficialità con cui è stata affrontata una faccenda così complessa. Andrea Fora è stato praticamente scartato dallo stesso commissario del PD, Walter Verini, che ne aveva convintamente sostenuto la candidatura fino a qualche tempo fa, prima di piegarsi alle richieste del M5S. Da Roma, i nuovi alleati di governo già parlano di «scelta bella e forte». Viene da chiedersi se prima di tre giorni fa, i due leader politici conoscessero Bianconi. Sì, perché l’improvvisazione dei vertici dei due partiti è stata totale. La scorsa settimana, il grillino si era addirittura recato nel quartier generale di Brunello Cucinelli a Solomeo, per sondare la disponibilità a candidarsi del noto imprenditore. Era poi toccato al magistrato Fausto Cardella, e ancora all’imprenditrice folignate Catia Bastioli sino alla Di Maolo. Una sequela di rifiuti, lusingati ma altrettanto secchi, di fronte a richieste che devono aver spiazzato perfino i diretti interessati.

Finora nessuno ha sentito una sola parola sui veri problemi di questa regione, che non si limitano certo a qualche concorso sanitario messo sotto accusa dagli inquirenti. Da una vicenda del genere emergono una pressoché totale assenza di concertazione con gli amministratori locali ed una scarsa o nulla conoscenza del territorio di una regione da sempre emarginata e misconosciuta dai salotti romani, ed ora trattata come una cavia da laboratorio per sperimentare nuove ricette nazionali anti-Salvini. Qualunque sarà l’esito delle elezioni, con un comportamento del genere, la nuova alleanza giallorossa potrebbe aver dato, non volendo, una bella mano a Matteo Salvini e al centrodestra.

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