È passato un anno da quando Donald Trump è ufficialmente diventato il 45esimo presidente degli Stati Uniti d’America. È arrivato il momento di riassumere e fare un bilancio dell’operato della prima amministrazione anti-establishment della Casa Bianca.

Trump: una campagna elettorale irrealizzabile (negli Usa)

Quel 20 gennaio 2017 molti di noi pensavano che un ciclone impetuoso si sarebbe abbattuto negli USA e nel globo intero.

Trump in campagna elettorale aveva promesso non solo di cambiare la politica interna americana, ma anche di mutare gli assetti internazionali. Parlava di buoni rapporti con Putin e la Russia, di modificare o di liquidare una NATO definita “obsoleta”, pretendendo dagli alleati di pagare di più ogni volta che richiedessero un intervento americano nei loro affari, dichiarava di voler lasciare Assad al suo posto in Siria e chiedeva di poter incontrare il giovane presidente nordcoreano Kim Jong-Un.

Ovviamente era impossibile che, anche volendo, un presidente USA riuscisse a realizzare tutto questo, soprattutto quando la quasi totalità della casta politica, militare e finanziaria americana (il cosiddetto “deep state”) aveva in mente l’esatto opposto, cioè di acuire al massimo le tensioni internazionali, soprattutto nei confronti della Russia di Vladimir Putin.

Pertanto Donald Trump, dopo il suo insediamento alla Casa Bianca, ha dovuto rimangiarsi molte delle promesse fatte in politica estera e cambiare addirittura idea su molte cose.

La Siria e le giravolte dialettiche su Assad

Il 7 aprile 2017, dopo che i ribelli islamisti della regione di Idlib accusarono Bashar al Assad di aver compiuto un attacco chimico nel villaggio di Khan Sheikhoun, The Donald fu costretto a cambiare la propria opinione sul presidente siriano, ora definito un “animale”, e ad attaccare con 56 missili Tomahawk la base aerea siriana Ash Sha’irat, nella provincia di Homs, da cui sarebbero partiti (secondo gli americani) gli aerei che avevano condotto il presunto attacco chimico, fino ad allora accertato da contestabili immagini e video dei ribelli.

Fino a quel momento sembrava che in Siria poteva davvero esserci il disgelo tra le posizioni americane e russe. Anzi, già subito dopo l’avvento di Trump alla presidenza, russi e americani avevano iniziato sul campo un coordinamento e una collaborazione per combattere l’ISIS in Siria.

Ora invece sembrava essere tutto tornato all’epoca di Obama, se non peggio. I timori suscitati in campagna elettorale da una eventuale presidenza Clinton si stavano concretizzando sotto Trump. Il Potus, il presidente del popolo, quello che doveva combattere l’establishment che dal 2001 teneva l’America in uno stato di guerra permanente, era stato “normalizzato”.

Dopo l’attacco americano alla base siriana, la satira del web si scatena

Trump e la crisi coni russi: realtà o strategia?

Tutto sembrava finito, Donald Trump sarebbe stato un qualunque presidente americano che iniziava ora una qualunque guerra in un Paese lontano migliaia di chilometri e insignificante per l’America stessa.

Poi però si scopriva che la base colpita non aveva riportato danni ingenti, che erano stati sì colpiti degli aerei, ma che erano lì perché già danneggiati e incapaci di decollare. Probabilmente la base era stata evacuata nelle ore precedenti: tutti gli aerei attivi erano stati spostati. Sotto il fuoco della furia statunitense caddero poche persone, tra civili e militari. Trump aveva fatto avvisare preventivamente i russi? Non lo sapremo mai.

Quel che è certo è che questa lotta interna tra la presidenza e il deep state americano continuava sia dentro che fuori i confini USA.

La lotta con il “Deep State” su riforme e politica estera

Per ottenere qualche successo nella politica interna, Donald Trump ha dovuto accontentare i neo-conservatori del partito repubblicano nella politica estera.

Dopo minacce di impeachment, l’inizio delle indagini sul Russiagate (che puntualmente non producono nulla di concreto, tranne che momentanei scoops mediatici), siluramenti dei collaboratori più fidati e vicini alla Russia, Flynn e Bannon in testa, Trump riesce ad abrogare l’ObamaCare, la riforma sanitaria voluta dal suo predecessore ed odiatissima sia dalla classe media americana (al netto dei liberal) e dalla destra cristiana che vuole a tutti i costi eliminare i fondi governativi alla più grande multinazionale dell’aborto, la Planned Parenthood.

Un anno di Trump
Infografica a cura di Stampaprint per l’Opinione Pubblica

La strategia di Trump contro l’establishment: tra il bastone e la carota

Tuttavia l’atteggiamento di Trump sembrava rimanere ambivalente: da un lato dava sfogo ai guerrafondai del partito e dall’altro continuava a fare come suo solito. È un atteggiamento che continua ancora oggi e che possiamo riscontrare nei rapporti tra il presidente americano con quello nordcoreano: i due si scontrano, si insultano, arrivano a minacciarsi a vicenda come due bambini, arrivando perfino a darsi vicendevolmente del “vecchio” e del “ciccione”, a fare a gara a chi ha il pulsante nucleare più grosso e funzionante, ma a questi insulti reciproci si accompagnano sempre dichiarazioni possibiliste: ancora pochi giorni fa The Donald auspicava di poter avere un giorno “buoni rapporti” con Kim Jong Un.

Di fatto, fortunatamente non si sono verificate conseguenze concrete: la tensione a momenti si alza alle stelle, ma il giorno dopo (o anche solo poche ore dopo) il presidente americano riesce a smorzare i toni e a calmare le acque. Sulla Corea del Nord, anche Putin ha dovuto ammettere che Kim Jong-un è riuscito ad ottenere ciò che voleva.

Lo stesso può dirsi della Siria: dopo l’attacco alla base americana, si sono verificati altri atti simili da parte degli americani, ma di minore eco mediatica, ad esempio nella regione di Deir ez-Zor. Di fatto però la situazione sul campo, da un anno a questa parte, sorride alle forze siriane, anche grazie agli USA che ormai hanno quasi completamente abbandonato a sé stessi i ribelli islamisti, tagliando loro i fondi.

Trump e Putin: un rapporto difficile

Sul piano internazionale, a parte alcuni episodi in cui sembra che la potenza americana voglia tornare a dettare le regole (episodi che a parte il clamore iniziale, poi a mano a mano vanno a spegnersi), la posizione dominante statunitense è andata riducendosi. Ciò è anche merito dell’atteggiamento ambivalente di Donald Trump.

Quali risultati concreti ha prodotto questa pittoresca scenetta?

Il 7 e l’8 luglio 2017 si tenne ad Amburgo in Germania il G20. Era la prima volta che i presidenti di USA e Russia si incontravano di persona. Prima una stretta di mano fugace, più tardi un colloquio faccia a faccia: i toni sono distesi, la chiacchierata sembra scorrere liscia, i due ridono e si divertono come due amici. Niente a che vedere con i musi lunghi degli incontri con Obama.

Putin e Trump parlano faccia a faccia per la prima volta

Dopo quella chiacchierata ovviamente poco cambiò nei rapporti tra le due superpotenze. A causa del Russiagate interno, Trump era costretto a mostrarsi comunque duro nei confronti della Federazione Russa e come negli altri casi, anche il rapporto tra Trump e Putin è continuato tra alti e bassi, tra momenti di tensione e di distensione. Tuttavia, anche se i due si muovono in un contesto internazionale difficile, ad un anno di distanza tra il prima e il dopo Trump possiamo dire che qualche miglioramento c’è stato. Anche sul fronte ucraino, la situazione sembra essere stata congelata, anche a causa del disinteressamento statunitense.

Il caso Charlie Gard

A chi scrive piace ricordare anche che al G20 Donald Trump promise di parlare con la Premier inglese Theresa May sul caso di del piccolo Charlie Gard, del quale ricorderete senz’altro la storia. Purtroppo i buoni propositi del POTUS, il cui impegno pro-Life è notissimo (è di soli pochi giorni fa il suo endorsement alla “March of Life”) e dell’amministrazione americana (che avevano concesso anche la “green card” al piccolo e alla sua famiglia per vivere negli USA) non riuscirono a salvare Charlie, che morì alla fine dello stesso mese per una decisione del tribunale.

I rapporti con Theresa May

Per quanto riguarda invece i rapporti con la leader britannica, questi sono andati modificandosi nel tempo. Inizialmente sembrava che dopo Brexit, la vittoria di Trump negli USA potesse inaugurare la nascita di un forte asse anglo-americano capace di fermare l’egemonia tedesca in Europa. In campagna elettorale, Donald Trump non aveva nascosto la sua simpatia per il movimento del “Leave”, oltre ai suoi buoni rapporti con il leader UKIP, Nigel Farage. Inoltre, nelle sue invettive, non dimenticava mai di citare la concorrenza sleale della Germania, accusandola di manipolare l’Euro al ribasso per favorire le esportazioni verso gli Stati Uniti.

Ma Nigel Farage non era il Primo Ministro inglese. Trump doveva accordarsi con Theresa May, una conservatrice tatcheriana. Tutto il mondo osservò il primo incontro tra i due alla Casa Bianca; Theresa May fu la prima leader ad avere un faccia a faccia con The Donald. Ricordiamo tutti le immagini dei due mano nella mano, quando Trump aiutava la donna a scendere le scale. Sembrava l’inizio di una buona relazione amichevole, pittoresca nello stile trumpiano. Ad un anno di distanza però, USA e UK sono lontanissimi: dopo i vari attentati terroristici che hanno colpito l’Inghilterra, le critiche di Trump all’operato molle del governo britannico non sono state poche. Inoltre, la May a lungo andare ha praticamente neutralizzato la Brexit, accettando un accordo discutibile con l’Unione Europea. Riavvicinatasi all’Europa, la May ha chiuso ogni ponte politico con l’Oltreoceano.

Questione Gerusalemme

L’ultimo eclatante provvedimento di Trump sulla politica estera è stato quello dell’8 dicembre scorso, quando con una dichiarazione ufficiale, il 45esimo Presidente USA ha riconosciuto Gerusalemme capitale dello Stato d’Israele (senza precludere la possibilità che Gerusalemme Ovest possa diventare la capitale di uno Stato palestinese).

Anche in questo caso, l’annuncio ha prodotto molta eco mediatica: ovviamente è un annuncio che hanno già fatto i suoi più recenti predecessori, ma detta da Trump la notizia acquistava ovviamente rilevanza. Eppure anche qui, seppur i rapporti tra USA e Israele sono sempre eccellenti e garantiti dalla mediazione del genero di Trump, Jared Kushner (che è ebreo e molto praticante), nelle ultime settimane la questione di Gerusalemme capitale è andata a mano a mano smorzandosi di tono e dalla stessa amministrazione USA ammettono che se si farà, non sarà fatto se non nei prossimi 2-3 anni. La situazione è comunque da seguire anche tenendo conto che nel maggio 2018, lo Stato d’Israele compirà i suoi primi 70 anni di vita (un tempo che richiama eventi biblici precisi, cari alla parte integralista dello Stato ebraico).

È importante inoltre segnalare che i buoni rapporti tra USA e Israele durante questo primo anno di era trumpiana hanno portato a rendere pubbliche le buone relazioni tra Israele e Arabia Saudita, che nascono in funzione anti-iraniana. Ed è forse il Paese persiano a dover stare in guardia: l’amministrazione Trump è fortemente anti-iraniana e vuole fare di tutto per abrogare gli accordi sul nucleare stipulati da Obama. Il recente tentativo fallito di “primavera araba” a Teheran sta a dimostrarlo.

Per quanto riguarda l’Arabia Saudita, il supporto americano ha permesso l’arrivo di nuove armi da usare nel terribile conflitto in Yemen: conflitto mediaticamente silenziato, dove la situazione umanitaria è disastrosa, ma che sul campo non produce da tempo cambiamenti di assetto sensibili. Riguardo a questo conflitto, forse Trump poteva provare a fare di più, almeno per non peggiorare la crisi umanitaria.

Donald Trump e il fronte interno

Ma come abbiamo detto in precedenza, l’operato di Donald Trump produce i suoi effetti soprattutto nella politica interna e nell’economia.

Controversi e molto criticati sono stati due provvedimenti presi dalla nuova amministrazione: il cosiddetto “Muslim ban”, che vieta l’ingresso negli USA da Paesi a rischio terrorismo (tra i quali è ovviamente presente l’Iran, che pur non producendo terrorismo islamico è visto come un Paese “nemico” degli USA) e l’uscita degli USA dagli accordi sul clima di Parigi. Come si sa, Donald Trump è stato sempre molto scettico riguardo al fenomeno del “riscaldamento globale” (ora chiamato generalmente “mutamento climatico”), tuttavia la decisione è stata presa anche per motivi economici: Trump voleva tagliare i fondi americani che venivano versati come incentivi all’industria automobilistica tedesca.

Protezionismo e riforme: la ricetta di Trump

Ma la politica protezionista di Trump, seppur attenuata rispetto alle posizioni tenute in campagna elettorale (la guerra economica alla Cina non c’è stata), ha per il momento prodotto risultati positivi: con la borsa ai massimi e il dollaro debole, l’economia cresce attestandosi al 3% del PIL. La disoccupazione è scesa al 4.1% e le richieste dei sussidi di disoccupazione sono ai minimi dal 1973, anno di inizio delle statistiche, mentre i salari aumentano.

Tutto ciò grazie anche alla grande riforma fiscale voluta proprio dal POTUS, che ha voluto portarla avanti e realizzarla contro tutto e tutti. Le tasse per le aziende sono state abbassate al 21% (prima erano al 35%) mentre quelle sulle persone fisiche passano dal 39% al 37%, con aggiunta di nuove deduzioni e modifica sulle tasse sugli immobili e sull’eredità. Una riforma, quella di Donald Trump, che vale 1500 miliardi di dollari: una cifra enorme, soprattutto se consideriamo il fatto che non pretende coperture precise. Cosa irrealizzabile in un’Europa fissata sui conti di bilancio e sui 3%.

Eppure la grande riforma fiscale americana costringe le grandi compagnie a riportare le produzioni negli Stati Uniti e a creare nuovi posti di lavoro sul suolo americano: è il caso di Ford, Fiat Chrysler, Amazon, Apple. Tutte queste aziende hanno annunciato di voler tornare a produrre in America, o di ampliare le produzioni già in essere. Apple pagherà perfino i suoi debiti con il fisco: si parla di circa 38 miliardi di dollari.

Sanità e ObamaCare

Ovviamente non è tutto oro quel che luccica e i problemi degli USA sono tanti e strutturali: pochi giorni fa la notizia che a Baltimora, una donna senza copertura sanitaria è stata lasciata al freddo e seminuda dall’ospedale che non poteva assicurarle le cure. Un episodio che riporta alla decisione del POTUS di abolire l’ObamaCare, il quale forse non avrebbe lo stesso risolto il problema: sostanzialmente l’ObamaCare andava a finanziare un’assicurazione sanitaria per determinate cure a chi non poteva pagarle, ma non andava a rivedere certo il sistema privato della Sanità a stelle e strisce. Negli USA qualsiasi tipo di spesa passa attraverso il sistema bancario e assicurativo, andando ad aumentare il debito privato e a ridurre il risparmio delle classi medio-basse.

Trump: un ciclone politico. Quale futuro?

Problemi e sfide che dovranno interessare The Donald nei prossimi anni della sua presidenza, anni che saranno certamente tutti da osservare con attenzione. Donald Trump è un grande uomo d’affari anche in politica. Le sue scelte sono a volte discutibili, i suoi modi e la sua diplomazia non è certo da manuale, ma in questo primo anno di presidenza la fortuna è stata dalla sua parte, almeno nella politica interna. Ci sbalordirà certamente, nel bene e nel male; lo ameremo e rideremo per qualche sua battuta da bar, mentre lo odieremo per qualche sua altra decisione sconsiderata in politica estera. Ma rimarrà sempre sé stesso: l’imprevedibile ciclone Donald Trump.

Marco Muscillo

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