Il sequestro, la tortura e l’uccisione del viceministro degli Interni Rodolfo Illanes da parte di un gruppo di minatori in sciopero nella provincia di Panduro, ha portato ancora più chiaramente alla luce i segni di una strategia della tensione volta a destabilizzare e a rovesciare il governo del presidente Evo Morales.

Alcuni lavoratori e proprietari del settore minerario erano da giorni in rivolta contro la riforma e la riorganizzazione dei sindacati e delle cooperative promossa dal governo centrale, che tra le altre cose proibisce la privatizzazione delle miniere e la negoziazione di concessioni con multinazionali straniere. Secondo il presidente Morales, attualmente le cooperative di questo settore godono di vari privilegi come l’esenzione da alcune imposte e sono in sciopero per richiedere maggiori poteri nello sfruttamento dei macchinari e dell’ambiente, e al contempo per il “diritto” di poter contrattare con i capitali privati stranieri. Da qui sono nati disordini e guerriglie in particolare nel Nord-ovest del Paese, e lì il viceministro Illanes si era recato per negoziare con i manifestanti che bloccavano da tre giorni l’autostrada per la capitale La Paz, con scontri costati la vita a due minatori. Nella mattinata del 25 agosto l’automobile di Illanes è stata sequestrata e in seguito il cadavere con evidenti segni di tortura è stato ritrovato sulla stessa strada che conduce a La Paz.

Il presidente Morales ha parlato senza mezzi termini di una cospirazione e di una falsa battaglia messa in piedi dagli impresari che si spacciano per rappresentanti dei lavoratori del settore minerario e che hanno ingannato i lavoratori stessi (questo settore è tradizionalmente fedele a Morales) per ottenere la privatizzazione delle risorse naturali, espressamente vietata dalla Costituzione. Morales ha anche attaccato alcuni mezzi d’informazione che contribuiscono a creare un clima di tensione nel Paese, mentre il sindacato dei lavoratori minerari ha condannato l’assassinio puntando il dito contro chi mina alla stabilità nazionale e al funzionamento e al benessere delle cooperative minerarie stesse.

Negli ultimi mesi Morales aveva intensificato le sue consuete denunce di una destabilizzazione del suo governo, operata dai soliti Stati Uniti, che non cessano di organizzare incontri tra propri diplomatici e rappresentanti dell’opposizione: l’ultimo in ordine in tempo è stato quello tenutosi nel luglio scorso tra l’incaricato d’affari Usa in Bolivia con alcuni politici della destra locale, ufficialmente per parlare di temi legati al narcotraffico. Occorre ricordare che dal 2008 Bolivia e Stati Uniti non intrattengono più relazioni diplomatiche ufficiali, quando Morales espulse l’ambasciatore statunitense per ingerenza, per cui attualmente l’incaricato d’affari si può considerare la più alta autorità ufficiale degli Stati Uniti nel Paese andino. Le manovre statunitensi in Bolivia quindi non sono smentite neanche dai diretti interessati, in particolare dopo che Morales, che rimane di gran lunga il politico più popolare del Paese, ha perso il referendum costituzionale di qualche mese fa che gli avrebbe permesso una quarta rielezione consecutiva alla presidenza della repubblica, arrivando potenzialmente a governare fino al 2025.

La Bolivia rimane uno dei più solidi esempi di “socialismo del XXI secolo” in America Latina, dopo i capovolgimenti di potere in Brasile e in Argentina e le difficoltà vissute in Venezuela. In dieci anni Morales – primo presidente indio – ha ottenuto ottimi risultati economici (riconosciutigli persino dagli osservatori nordamericani ed europei e dalla Banca Mondiale) riuscendo sempre a mantenere un alto consenso. Il capitalismo di Stato promosso dal presidente ha più che dimezzato la povertà in uno dei Paesi più poveri del Sudamerica, ridistribuendo l’enorme ricchezza proveniente dalla nazionalizzazione degli idrocarburi e riducendo le tariffe per i cittadini, ha ridotto il debito estero, ha dato un notevole impulso all’industrializzazione e alla costruzione di centrali nucleari per garantire l’indipendenza energetica, ha nazionalizzato l’elettricità e le telecomunicazioni accordando ai vecchi proprietari indennizzi eccezionalmente convenienti per lo Stato, ha lanciato in orbita il primo satellite boliviano, Tupac Katari 1, in collaborazione con la Cina. La Costituzione della nuova Bolivia “plurinazionale” , su modello di quella venezuelana, delinea una democrazia avanzata, sia rappresentativa che diretta, ed è ricca di contenuti innovativi sui diritti degli indigeni e dell’ambiente. In campo internazionale Morales ha lavorato per l’unità latino-americana, all’interno dell’ALBA, del MERCOSUR e della CELAC e ha stabilito ottimi rapporti con le grandi potenze del BRICS, a partire da Russia e Cina, promuovendo sempre una politica anti-imperialista con l’Iran, la Bielorussia, la Siria, condannando lo sfruttamento delle multinazionali e gli interventi militari statunitensi. Ecco perché, come Hugo Chavez, Morales è diventato un simbolo del riscatto dei popoli sudamericani e, invece, un “caudillo” populista per buona parte dei mezzi d’informazione occidentali.

Ma come già detto la Bolivia rimane un Paese solido ma non immune alla possibile destabilizzazione che ha già colpito il Venezuela dove, sfruttando alcune oggettive debolezze strutturali di un’economia fortemente soggetta all’esportazione petrolifera, l’imperialismo statunitense con l’appoggio dell’alta borghesia locale persegue l’obiettivo di boicottare e di mettere in cattiva luce il governo agli occhi della popolazione. Una strategia già vista nel Cile di Salvador Allende tra il 1970 e il 1973, quando proprio lo sciopero di parte di commercianti e camionisti aveva lo scopo di portare alla paralisi e al successivo golpe orchestrato dalla CIA. D’altronde già in Venezuela (2002) e in Ecuador (2010) ci sono stati concreti tentativi di golpe contro i governi socialisti. E un importantissimo ruolo nei piani di sovversione è ricoperto dalle decine di ONG che operano nei Paesi del Sud del mondo e che, dietro la maschera di presunte attività a sostegno della democrazia e delle “libertà”, sono in realtà dei veri e propri centri di spionaggio.

All’omicidio del viceministro sono seguiti quindi un centinaio di arresti e la denuncia da parte del governo di una cospirazione che vede nel sedicente movimento di protesta minerario la testa di ponte per una destabilizzazione su larga scala. Per il ministro Carlos Romero “questo non è più un movimento di rivendicazione, è un movimento cospirativo, politico, golpista. Sta pianificando una modifica strutturale della politica economica dello Stato in materia di risorse naturali.” E a riprova della strumentalità di alcune proteste all’apparenza popolari, occorre ricordare le manifestazioni di alcuni indios, supportate dagli “ambientalisti” locali, nel 2011, contro il progetto di un’autostrada che a loro dire avrebbe danneggiato l’ecosistema, così come alcuni progetti di industrializzazione del governo Morales. Morales che in realtà è proprio il primo difensore dei diritti degli indigeni e della natura, portando avanti iniziative sia concrete che simboliche e avendo improntato tutto la sua presidenza al recupero delle tradizioni ancestrali e al riscatto delle popolazioni escluse da secoli dalla gestione del potere.

Per questo motivo è più che mai necessario distinguere tra quali sono le legittime rivendicazioni politiche e quali sono invece i tentativi, neanche troppo camuffati, di mettere in difficoltà il governo di Evo Morales e la sua gestione social-nazionalista ed anti-imperialista, in un momento in cui sull’America Latina è tornata a stendersi minacciosa l’ombra dell’ingerenza statunitense e delle oligarchie anti-popolari.

Giulio Zotta

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