centrodestra operaio

Ve ne avevamo parlato già nei giorni scorsi, ma adesso i dati del voto di domenica scorsa confermano quanto abbiamo sostenuto a proposito di reddito di cittadinanza e affermazione elettorale del Movimento Cinque Stelle.

L’analisi post-voto dell’IPSOS evidenzia un dato di grande importanza politica e sociale:

Sommando i numeri del centrodestra, i partiti della coalizione Salvini-Berlusconi-Meloni rappresentano più del cinquestelle le classi meno agiate del paese: circa il 43% degli operai hanno dato preferenza agli azzurri, con la Lega preferita addirittura dal 23,8% di loro. Il dato dei disoccupati è non si differenzia di molto: il 42% ha votato il centrodestra e il 18,2% di questi ha votato la Lega.

Questi numeri smentiscono in gran parte le teorie superficiali sul Meridione, bollato a stretto giro sia dai democratici che da diversi esponenti del centrodestra come fannullone che aspetta lo Stato assistenzialista. Dal nostro punto di vista, considerati i fallimenti della Seconda Repubblica delle privatizzazioni e del precariato, non ci sarebbe neanche niente di male nel tornare all’assistenzialismo. Tuttavia se è vero che l’ipotesi di un eventuale reddito dovrebbe interessare soprattutto i ceti più bassi della popolazione dovremmo trovarci in primis un Cinquestelle molto sovradimensionato rispetto alla media nazionale in quelle classi sociali, invece è il centrodestra che rispetto al 37% di media nazionale ha raccolto dai disoccupati e dalle tute blu ben oltre il 40%. Disoccupati e operai costituiscono quindi circa la metà dei voti ottenuti dal centrodestra.

È chiaro che le motivazioni che hanno portato all’esito elettorale sono differenti e meno superficiali di quanto è emerso dalle affermazioni degli opinionisti durante questa settimana, spesso influenzati anche da cartine fuorvianti, basate sulla vittoria dei collegi uninominali e sulle coalizioni. Una cartina dell’Italia, che ha girato meno di altre indica il cinquestelle come il primo partito su 15 regioni italiane su 20, mentre nelle altre è sempre e comunque il secondo partito del paese:

L’incrocio di questi dati ci permette di capire come il consenso dei Cinquestelle non ha punti critici in questo momento storico. Raccoglie il consenso di tutte le classi sociali, compresi i ceti più elevati, un terzo dei quali ha dato la propria preferenza per Di Maio. E raccoglie il consenso di tutti gli italiani da Nord a Sud e solo la presenza della Lega che per anni essa stessa al nord ha rappresentato l’antipolitica, non permette agli uomini di Grillo e Casaleggio di sfondare anche in Settentrione.

Piuttosto che sul reddito di cittadinanza bisogna riflettere sul calo che i vecchi partiti hanno avuto in questa tornata elettorale: se il Movimento Cinque stelle ha compiuto un’erosione dei voti del PD, dall’altro lato la Lega ha rubato i propri voti soprattutto a Forza Italia, decretando la fine del dominio berlusconiano sui partiti di centrodestra. Se malgrado tutto i governi di destra al nord hanno fatto funzionare le cose, è chiaro a chiunque abbia vissuto l’Italia degli ultimi vent’anni, che il Meridione nell’alternanza dell’Italia bipolare ci abbia guadagnato ben poco sia a livello locale che dai governi di Roma.

Un segnale di questo genere lo avevano già dato le vittorie di De Magistris a Napoli già dal 2011, senza praticamente partiti alle sue spalle e le vittorie piddine di De Luca ed Emiliano. Che sono due che hanno poco a che fare con i partiti, ma hanno piuttosto un consenso basato sulla loro stessa leadership personale. Un dato di lungo corso che le elezioni non hanno fatto altro che fotografare senza orpelli.

Le promesse elettorali perciò hanno una scarsa rilevanza rispetto a quanto si possa credere, altrimenti bisogna pensare che quelli del sud hanno pure dato i voti al centrodestra (e alla lega) per il reddito di cittadinanza e che a Milano, dove ha vinto il PD, abbiano trionfato gli 80 euro. Ciò che emerge invece è la “proletarizzazione” del centrodestra e della Lega in particolare, e la fiducia che ha ottenuto il cinque stelle negli ultimi anni dai ceti più abbienti e dai dipendenti pubblici, come si evince da quest’altra schermata di IPSOS:

Due dati che contrastano con un po’ di luoghi comuni e ci dicono due cose: una è che nel cinque stelle è riposta da un lato la fiducia non tanto dei fannulloni, ma del ceto medio che vuole più tutele di quanto abbia avuto negli ultimi 20 anni. Lo stesso discorso è fattibile anche per Lega e centrodestra: invece delle tutele come lo può essere il reddito per chi perde il lavoro o chi magari è costretto a chiudere le attività, chi preferisce la destra crede nella misura della flat tax. Sebbene infatti la flat tax è in genere una misura che penalizza i ceti mediobassi e avvantaggia mediamente i più ricchi, in questa fase storica sarebbe sicuramente un grande acceleratore per l’economia e darebbe qualche opportunità in più per coloro che hanno subito le conseguenze della crisi perdendo il loro status sociale. È da immaginare che tanto nei grillini che nei leghisti vi siano tanti di quelli che negli ultimi anni abbiano dovuto chiudere bottega.

Per quanto riguarda il lavoro dipendente è chiaro che entrambe le soluzioni sarebbero in grado di migliorare le condizioni di operai e mestieri affini, considerando che lo stesso cinquestelle ha nel suo programma un progetto volto a sforare il deficit e abbassare imposte come l’irpef, una delle più inique del nostro paese. Essendosi rassegnati alla scomparsa del posto fisso, i ceti più bassi si affidano da un lato al paracadute costituito da un eventuale reddito di cittadinanza, dall’altro l’abbassamento delle tasse potrebbe consentire sia una ripresa dei salari, sia la possibilità per molti di costruire un’attività da autonomi.

Rispetto alla Lega e al centrodestra il Cinquestelle ha, come accennavamo di sopra, il consenso delle classi più abbienti e meno toccate dalla crisi. Il reddito di cittadinanza, lontano dall’essere una misura socialista, fu invece un’idea di Milton Friedman, esponente di spicco della scuola di Chicago e ultraliberista. Friedman ha influenzato il pensiero di Margaret Thatcher come di Ronald Reagan. L’idea è quella di concedere reddito a discapito del salario e del lavoro, ed è una riforma che da anni funziona in Germania con il nome di Hartz IV. La riforma fu voluta fortemente dall’SPD di Schroeder e ad oggi costa circa 25 miliardi alla Germania. È possibile quindi che molti esponenti della Grande Industria e del mondo della Finanza vedano in fondo non così negativa l’ascesa di Di Maio e dei suoi.

Non è vero dunque che il reddito sia soltanto una misura che piace ai fannulloni e non è neanche un’idea socialisteggiante. Tuttavia è vero che non essendoci forze politiche in grado di sostenere un ritorno a un mercato del lavoro precedente alle riforme compiute sia da centrodestra che da centrosinistra, gli italiani si affidano ai grillini per rivedere un po’ di Welfare, che sembra essere diventato quasi una parolaccia secondo certi soloni del liberismo e dell’europeismo.

Questa situazione dovrebbe far riflettere il centrodestra con un’analisi più approfondita del voto, perché dopo aver speso cinque anni di campagna elettorale parlando del sud potrebbe essere un vero e proprio autorete per la coalizione salviniana quello di unirsi al coro dei radical chic sul sud fannullone e sprecone, che rievoca vecchi cliché della Lega Nord secessionista e bossiana, la prossima volta quei ceti meno abbienti che hanno dato fiducia al centrodestra potrebbero anche loro cambiare sponda, regalando la maggioranza assoluta ai grillini.

La tentazione di prendersela con i grillini per non aver raggiunto quel 40% utile a governare è comprensibile, ma resta un errore strategico. Per fortuna che almeno qualcuno da quelle parti lo abbia capito, come nel caso di Stefania Prestigiacomo: “Sta passando su molti media e nelle analisi di alcuni politici una lettura ‘sociologica’ del voto di domenica che trovo sbagliata nella sostanza, ingiusta e anti meridionalista nei toni. Mi riferisco a chi dice che al nord ha vinto il centrodestra per la flat tax e al sud i grillini per il reddito di cittadinanza. Chi racconta così l’esito delle elezioni di fatto omologa tutto il sud in un popolo di fannulloni che vogliono essere pagati per non lavorare” ha dichiarato l’ex ministro delle Pari Opportunità ad Adnkronos.

È sicuramente una delle poche analisi lucide lette e ascoltate in questi giorni di commento al voto. Analisi post-voto che dovranno fare sicuramente le sinistre in Italia, perché il dato che si evince dall’IPSOS è sconcertante: il Partito Democratico viene votato soprattutto dai ceti abbienti e dalla parte più religiosa del paese. Non che l’avere fede costituisca di per sé un problema, ma nel caso dei dem esplicita un vero e proprio endorsement della Chiesa cattolica, che nella figura della CEI e del Papa ha ampiamente partecipato alla lotta politica, sostenendo le istanze più europeiste e globaliste. L’apoteosi è stata raggiunta con i comizi del PD organizzati all’interno delle chiese. Ridateci la Dc e la Chiesa di Don Camillo, che almeno quella era dalla parte dei disagiati e non da quella dei ricchi…

Un vero e proprio ribaltamento della rappresentanza politica che sta cancellando, se non lo ha eliminato già del tutto, quella Sinistra che nel secolo scorso ha costruito la Repubblica Italiana e che è finita ad ottenere percentuali da prefisso telefonico nella galassia dei partiti post e neocomunisti in Italia.

 

2 COMMENTI

  1. Il senatore Bagnai, salviniano, ha precisato chiaramente che la denigrazione degli italiani del sud non ha diritto di cittadinanza nelle formazioni politiche sovraniste. Il problema sta nel persistere del pregiudizio anti nordista che oggi come oggi e più di ieri dannegia tutti gli italiani già a rischio di estinzione!

    • Ci dispiace ma sebbene Salvini e altri personaggi di spicco abbiano rinunciato a certa retorica antimeridionale, lega e centrodestra continuano a pensarla in un certo modo. Bastava guardare rete 4 nei giorni successivi al voto. Evidentemente molti di quell’area a nostro avviso si sentono ancora rappresentanti di quel ceto medio che è stato il motore della lega e di silvio negli anni 90-00 e che oggi non esiste più. Esiste una destra liberale in Italia che tendono a vedere il welfare con sospetto, tacciando chi fa certe richieste a supporto di lavoratori e imprese come assistenzialista. È questo il senso dell’articolo, oltre a quello di riflettere sul fallimento della sinistra.

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