La sera del 28 dicembre 1997, Italia 1 ha mandato in onda per la prima volta “Una poltrona per due”. In tutti gli anni successivi lo ha riproposto in date comprese tra il 21 e il 25 dicembre, con la sola eccezione del 2002.

In questi ultimi ventun anni per quattordici volte il film è andato in onda la vigilia di Natale, compresa quella appena trascorsa, tanto che è da molti considerato, perlomeno in Italia, un “film di Natale”.

Il 23 dicembre 2015 Laura Casarotto, direttrice di Italia 1, dichiarava a ‘La Stampa’: “Scegliere sempre lo stesso titolo è un’intuizione che ho ereditato da chi mi ha preceduto, ma credo che funzioni perché a Natale vogliamo sentirci raccontare sempre la stessa storia: ai bambini si parla di Babbo Natale e anche i più grandi vogliono la loro storia”.

I dati Auditel dimostrano che la scelta è ancora valida: 2.282.000 contatti, 12,5% di share, quarto programma più visto della serata ma non troppo distante dei primi tre se il primo, la Messa di Natale celebrata dal Pontefice, ha avuto 2.827.000 spettatori.

Gli adulti vogliono una storia di Natale e quella di “Una poltrona per due” gli va più che bene, insomma. La pellicola risale al 1983 ed è una delle più riuscite di John Landis, pur se non all’altezza, a nostro avviso, di “Animal House” (1978) e soprattutto del mitico “The Blues Brothers” (1980). Non siamo qui di fronte a quel genere di capolavoro che merita decine di visioni, ma di certo ad un’opera riuscita, che strappa parecchie risate ed è questo che si chiede ad un film comico.

Perché mai, però, è diventato un film natalizio? La succitata programmazione al 28 dicembre sembra molto più adeguata, se si pensa che la notte di Natale corrisponde al momento più tragico della storia e la grande rivincita si materializza a Capodanno.

I classici di Natale per i bambini sono tratti molto spesso da fiabe e quindi hanno un risvolto morale, mentre i film dedicati agli adulti sono cine-panettoni alla Vanzina oppure commedie smielate e piuttosto inconsistenti, cosa che davvero non si può dire di “Una poltrona per due” che è invece politicamente scorretto e lo rimane anche se delle frasi-chiave sono state talvolta tagliate (“in quest’edificio o uccidi o ti uccidono”, riferito al ‘World Trade Center’, per esempio).

Abbiamo discusso di recente della pericolosità e degli effetti diseducativi della serie tivù ‘Gomorra’, (http://www.opinione-pubblica.com/gomorra-diseducativa-lo-piu-la-situazione-economica-reale/), proviamo ora a confrontarle con il film in questione.

Una delle critiche più severe a “Gomorra” consiste nella presunta grande simpatia di personaggi molto negativi, che renderebbe più facile l’identificazione con essi da parte del pubblico. Da questo punto di vista “Una poltrona per due” ci sembra ancora più diseducativo, giacché i personaggi positivi, i “buoni”, categoria del tutto assente in “Gomorra”, sono indubitabilmente dei simpaticoni e sono tutto sommato delle persone comuni, normali, perciò è facile identificarvisi, ma quando diventano dei vincenti devono smettere di essere buoni.

Winthorpe (Dan Akroyd) spiegando al suo compare Valentine (Eddie Murphy) come comportarsi alla Borsa usa le seguenti parole: “Pensa alla grande, sii ottimista, non dare mai segni di debolezza, mira diritto alla gola. Compra a molto e vendi a molto, la paura è un problema che non ti riguarda”. Per sconfiggere i “cattivi” e così sostituirli nelle loro posizioni privilegiate è necessario diventare come loro, non c’è un’altra via.

Alla fine, quando le posizioni si sono rovesciate, i due perdenti diventati vincenti si fanno una vacanza ai Tropici su una barca lussuosa, con i cocktail, le ragazze in costume e Valentine chiude coll’ultima frase: “E questo è solo l’inizio!”.

L’idea di fondo è quella solita di tanti film hollywoodiani, non bisogna mai arrendersi perché c’è sempre la possibilità di ribaltare tutto, magari sistemandosi per sempre grazie ad un unico gran colpo, cosa che forse era un po’ più vera negli Stati Uniti del 1983 ma che oggi, vista la mobilità sociale sempre più scarsa, non è vero né da questa parte dell’oceano, né da quell’altra.

Raggiungere il successo rapido e in maniera non legale non è però solo possibile, ma anche etico, giustificato dalle precedenti sofferenze e dal desiderio di vendetta.

Il valore di critica sociale da più parti riconosciuto al film non è del tutto immeritato, ma si tratta di una critica tutta interna al paradigma capitalistico che, per questo motivo, risulta del tutto innocua rispetto allo “status quo”.

Il valore educativo risiede nell’insegnamento a credere di potercela fare, ma questo vale soltanto per il singolo individuo, mentre il sistema non viene messo in discussione, anzi dimostra una sua geometrica giustizia, per tanti che salgono, tanti devono cadere: è un gioco a somma zero.

Se la storia che i grandi vogliono sentirsi raccontare è questa, non possiamo che augurarci che “Una poltrona per due” sparisca dai palinsesti televisivi, ameno per la settimana di Natale.

Ci rendiamo conto che si tratta di un’utopia: forse è proprio l’atmosfera natalizia che ci fa pensare che nessun sogno è irrealizzabile e ci fa sperare, per un momento, nell’impossibile.

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