Nikolaj Vasil’evič Gogol’ nasce, secondo il calendario Giuliano, il 20 marzo 1809 nel vilaggio Velìkie Soročintsy nel distretto Mìrgorod, nel governatorato di Poltava). La sua famiglia apparteneva a una piccola nobiltà di origine ucraina e polacca. I genitori erano considerati proprietari di media levatura e possedevano 1000 desjatine (unità di misura terriera equivalente a poco più di un ettaro) di terra coltivabile e 400 anime. Nel dicembre del 1828 giunge per la prima volta a Pietroburgo, portando in valigia il manoscritto di un poemetto, intitolato Hans Kϋchelgarten, che narra delle avventure e delle pene amorose di un giovane romantico malinconico e si conclude con un inno alla Germania e a Goethe. Tuttavia l’opera, una volta pubblicata, non conquista il favore della critica e Gogol’ reagisce ritirando le copie stampate e dandole alle fiamme. La stessa reazione si ripeterà 23 anni dopo quando, a Mosca, nella notte tra l’11 e il 12 febbraio 1852, Gogol’, affiderà alle fiamme la distruzione della bella copia completa del secondo volume delle Anime Morte, il suo capolavoro, al quale aveva lavorato per oltre 10 anni. Il 21 febbraio successivo, Gogol’ muore durante il sonno a meno di 43 anni d’età.
Contemporaneo e amico del grande Puškin, è autore oltre al romanzo Le anime morte e della novella Taràs Bul’ba, anche di altri celebri racconti fra i quali vanno ricordati Il naso, Il cappotto, Il Nevskij Prospèct, Il ritratto, Le memorie di un pazzo.
Taràs Bul’ba viene scritto nel 1834 e pubblicato nel 1835. Nasce dopo un periodo in cui Gogol’, da sempre fiero amante della storia e della cultura della sua patria natale, aveva pensato di intraprendere la carriera di storico e di sviluppare e realizzare una sua Storia dell’Ucraina. Il racconto è ambientato nel XV secolo, quando il territorio dell’Ucraina è ripartito tra la Confederazione polacco-lituana, il khanato di Crimea (sotto l’autorità dell’Impero Ottomano) il Granducato di Moscovia (poi Regno di Russia) e altri domini minori. In questo contesto si inseriscono gli zaprorožtsy, i cosacchi dello Zaporož’e (regione oltre [za] le cateratte [porogi] del Dnepr), territorio appartenente oggi all’Oblast’ di Zaporižžja, nell’Ucraina sud-orientale.
La storia inizia con il ritorno a casa dei due figli di Taràs Bul’ba, Andrij e Ostàp. Erano stati mandati all’accademia di Kiev a 12 anni, per essere educati, ma il loro spirito irrequieto e selvaggio non li aveva abbandonati neanche li. Ostàp, il maggiore, era scappato dal seminario già il primo anno ma fu riportato indietro, frustato e costretto a studiare a forza. Provò per ben quattro volte a sotterrare il suo abbecedario, ma per evitare la quinta, il padre lo intimò ti rinchiuderlo per vent’anni in monastero come sagrestano e che non avrebbe mai visto un campo di battaglia. Da quel giorno Ostàp si mise a studiare “e in breve tempo si era portato alla pari dei migliori”.
Il minore, Andrij, è diverso dal fratello. All’accademia era innanzitutto più propenso allo studio e imparava senza sforzo, ma è anche più inventivo del fratello, cosa che gli permetteva, al contrario di Ostàp, di evitare le punizioni e le frustate. A volte si avventurava nella via degli aristocratici di Kiev, dove abitavano i nobili russi e polacchi. Un giorno venne quasi investito dalla carrozza di un pan polacco e il cocchiere lo picchiò col frustino. Andrij, incollerito, montò sulla carrozza spaventando il cocchiere. Quest’ultimo, temendo il peggio, diede una frustata ai cavalli e questi partirono di scatto facendo cadere a terra il giovane cosacco, con la faccia nel fango. Dalla carrozza, una risata armoniosa lo ridestò e vide “una fanciulla d’una bellezza quale mai aveva contemplato da quando era nato”. Più tardi Andrij venne a sapere che la ragazza era la figlia del voevoda di Kovno. La notte successiva, decise quindi di penetrare nel palazzo del voevoda dal giardino, si arrampicò su un albero fino al tetto e dalla cappa del camino s’intrufolò fino alla stanza della bellissima polacca.
Neanche il tempo di festeggiare il ritorno dei figli a casa e di farli coccolare dalla madre che Taràs Bul’ba prende la decisione di portarli con sé alla Seč’ (dal verbo seč’ “tagliare a colpi d’ascia”: erano agglomerati fortificati costruiti in luoghi appena disboscati dove i cosacchi del Dnepr si incontravano e da dove facevano partire le loro scorribande). I cosacchi vivevano per due sole cose: la guerra e la religione. Essendo di fede ortodossa, i loro più grandi nemici erano il “tartarume”, cioè i tartari musulmani, ma soprattutto, i polacchi, i cosiddetti “liacchi” (da ljachi, diminutivo di poljaki), che erano cattolici.
Per le due giovani reclute non era necessario nessun addestramento, infatti “la Seč’ non amava complicarsi la vita con esercitazioni militari, né perdere il suo tempo; la gioventù la si educava e formava con la sola esperienza, nel fervore stesso delle battaglie, che per questo eran quasi ininterrotte”. Tuttavia, era necessario che ogni nuovo venuto si presentasse al koševòy atamàn e effettuasse un giuramento:

“Salve! Ebbene, credi in Cristo?”
“Ci credo!”, rispondeva il nuovo venuto.
“E nella Santa Trinità, ci credi?”
“Ci credo!”
“E in chiesa, ci vai?”
“Ci vado!”.
“Orsù, fatti il segno della croce!”.
Il nuovo venuto si faceva il segno della croce.
“Va bene”, replicava il koševoj, “recati dunque al kuren’ che vuoi tu”.
Con questo tutta la cerimonia era finita. E tutta la Seč’ era fedele di una stessa chiesa ed era pronta a difenderla fino all’ultima goccia di sangue, sebbene non volesse nemmeno sentir parlare di digiuno e di astinenza.

Dopo aver messo a ferro e fuoco tutto il sud-ovest polacco, saccheggiando vari villaggi, gli zaprorožtsy stabiliscono di andare a far guerra alla città di Dubno “dove, secondo certe voci, erano molto i tesori e i ricchi abitanti”. La città tuttavia si dimostra inaccessibile, perché ben difesa dagli abitanti, e gli attacchi dei cosacchi non hanno effetto. Così questi ultimi sono costretti a ritirarsi, ad accerchiare la città e a limitarsi a devastare i dintorni saccheggiando i villaggi circostanti. La città si trova ora sotto assedio e senza sostentamento.
Una notte Andrij viene svegliato da una donna che riconosce essere la serva tartara della fanciulla di cui egli si era innamorato due anni prima a Kiev. La tartara era stata inviata a lui dalla padrona per chiedergli un aiuto e del cibo: sono infatti molti giorni che dentro la città le provviste sono terminate e gli abitanti stanno morendo di fame. Andrij, ancora innamorato della giovane polacca, prende delle provviste e si fa accompagnare dalla tartara per un passaggio sotterraneo che giungeva in città. Incontrata la sua bella, Andrej decide per amore di rinnegare suo padre, di abbandonare suo fratello e di tradire tutti gli altri cosacchi dello Zaporož’e, suoi compagni.

“Ma cosa sono per me il padre, i compagni e la patria?”, disse Andrij, scotendo in fretta la testa e raddrizzando tutto il busto, diritto come un pioppo di fiume. “Se dunque è così, ecco cosa ti dico: io non ho nessuno! Nessuno, nessuno!”, ripeté con la medesima voce e accompagnò le sue parole col medesimo gesto della mano, con cui lo scattante, indomabile cosacco esprime la propria determinazione a un’impresa inaudita e impossibile per un altro. “Chi ha detto che la mia patria è l’Ucraina? Chi me l’ha assegnata come patria? La patria è ciò a cui anela la nostra anima, ciò che ci è più caro di ogni altra cosa. La mia patria sei tu! Ecco la mia patria! E questa patria la porterò dentro il mio cuore, la porterò finché avrò vita, e voglio vedere: che provi qualcuno dei cosacchi a strapparmela di lì! E venderò, cederò, distruggerò tutto quello che c’è per una simile patria!”.

La mattina seguente gli zaprorožtsy scoprono che i nemici sono penetrati nell’accampamento e hanno rubato le provviste, mentre tutti i cosacchi dormivano ubriachi. Taràs Bul’ba crede che i polacchi abbiano fatto prigioniero il figlio e che lo abbiano portato dentro le mura con loro, ma il mercante giudeo Jankel’, che era riuscito ad entrare in città, racconta al cosacco tutta la verità sul tradimento di Andrij.
Intanto dalla Seč’ è giunta la voce che i tartari hanno fatto razzia approfittando dell’assenza dei cosacchi e hanno disseppellito il tesoro che questi tenevano nascosto, massacrando e facendo prigionieri tutti quelli che erano rimasti. Gli zaprorožtsy tengono consiglio e decidono di dividere le loro forze: un gruppo sarebbe andato a punire i tartari e a riprendersi il tesoro e un altro gruppo, guidato da Taràs Bul’ba, sarebbe rimasto a Dubno, a liberare i compagni finiti prigionieri dei polacchi e a punire il tradimento di Andrij.
Con la metà delle forze a disposizione per i cosacchi le cose si sono fatte più difficili. I polacchi, ormai allo stremo, tentano il tutto per tutto e fanno uscire dalla città gli ussari che erano guidati da Andrij. Taràs lo vede e convince i suoi ad attirare il traditore nel bosco, riuscendo così a catturarlo.

“Ebbene, che faremo dunque ora?”, disse Taras guardandolo diritto negli occhi.
Ma non sapeva affatto cosa rispondere Andrij e rimaneva lì con gli occhi chini a terra.
“Ebbene, figliolo, t’hanno aiutato i tuoi polacchi?”.
Andrij rimaneva muto.
“Così si tradisce? Così si vende la fede? Si vendono i compatrioti? Fermati, dunque, scendi da cavallo!”.
Docilmente, come un bambino, egli scese da cavallo e si fermò, né vivo né morto, davanti a Taras.
“Sta’ fermo, non ti muovere! Io ti ho generato, e io ti ucciderò!”, disse Taras e, fatto un passo indietro, si tolse il fucile dalla spalla.
Andrij era pallido come un cencio; si vedevano muoversi silenziosamente le sue labbra pronunciando il nome di qualcuno; ma non era il nome della patria, o della madre, o dei fratelli: era il nome della bellissima polacca. Taras sparò.
Come una spiga di grano troncata dalla falce, come un giovane capretto che ha sentito sotto al cuore il ferro mortale, egli reclinò il capo e si abbatté sull’erba senza dire una sola parola.
Si fermò l’assassino del figlio e guardò a lungo il corpo esanime. Anche morto egli era bellissimo: il suo volto virile, poco prima pieno di forza e di un incanto irresistibile per le donne, spirava ancora una portentosa bellezza; le nere sopracciglia, come un velluto funebre, ombreggiavano i suoi tratti impalliditi.
“In che cosa non avrebbe potuto essere un cosacco?”, esclamò Taras. “Era alto di statura, aveva le sopracciglia nere, il volto di un gentiluomo e il braccio forte in combattimento! Si è perduto, si è perduto ingloriosamente, come un cane miserabile!”.

Sopraggiunge Ostàp che è venuto a chiamare il padre perché gli altri cosacchi stavano morendo uno per uno sul campo di battaglia. Tuttavia, appena usciti dal bosco, anche loro vengono circondati dai nemici: Ostàp viene legato e catturato, mentre il padre riesce ad essere salvato da alcuni compagni. Con il resto dell’esercito cosacco si ritirano verso l’Ucraina.
Più avanti con l’aiuto del giudeo Jankel’, Taràs Bul’ba riusce a raggiungere Varsavia per provare a liberare il figlio prigioniero, purtroppo senza riuscirci: Ostàp è condannato a morte insieme agli altri cosacchi e Taràs non può far altro che assistere alla sua esercuzione.

Ostap sopportò i tormenti e le torture come un titano. Nemmeno un grido, nemmeno un lamento si udirono, neppure quando cominciarono a spezzargli le ossa delle gambe e delle braccia, e il loro terribile scrocchio venne udito, attraverso la folla come morta, fin dagli spettatori più lontani, e le panjanki distolsero gli occhi; nulla che somigliasse a un lamento uscu dalle sue labbra, non ebbe un fremito il suo viso. Taras era ritto tra la folla con la testa bassa e, nello stesso tempo, con gli occhi orgogliosamente sollevati, e non faceva altro che dire con approvazione: “Bene, figliolo, bene!”.
Ma quando lo condussero agli ultimi tormenti mortali, sembrò che la sua forza cominciasse a cedere. Ed egli girz intorno gli occhi: Dio mio, soltanto facce sconosciute, soltanto facce straniere! Se almeno qualcuno dei suoi cari fosse stato presente alla sua morte! Egli non avrebbe voluto udire i singhiozzi e la disperazione della debole madre o le urla insensate della sposa che si strappava i capelli e si percuoteva i bianchi seni; ora avrebbe voluto vedere un uomo di carattere, che con una parola assennata lo rinfrancasse e lo confortasse in punto di morte. Ed egli si perdette d’animo ed esclamz in preda all’abbattimento:
“Bat’ko! Dove sei? Mi senti?”
“Ti sento!”, risuonò in mezzo al silenzio generale e tutto il milione di persone sussultò.
Una parte dei soldati a cavallo si lanciò affannosamente a cercare tra la folla. Jankel’ divenne pallido come un morto e, quando i cavalieri si furono un po’ allontanati da lui, con terrore si voltò indietro per guardare Taras; ma Taras non era ormai più vicino a lui: di lui non c’era più traccia.

Il racconto termina con la morte di Taràs Bul’ba, caduto sul campo da fiero cosacco, difendendo la sua fede e i suoi compagni:

“Addio, compagni!”, gridò loro dall’alto. “Ricordatevi di me e la primavera prossima tornate di nuovo qui e divertitevi per bene! Ebbene, li avete presi, polacchi del diavolo?
Credete che ci sia qualcosa al mondo di cui abbia paura un cosacco? Aspettate, dunque, verrà un tempo in cui conoscerete che cos’è la fede russa ortodossa! Già anche ora lo sentono i popoli lontani e quelli vicini: sta sorgendo dalla terra russa un nostro zar e non ci sarà forza al mondo che non si sottometterà a lui!…”.

Dopo aver letto la novella Taràs Bul’ba, non possiamo non pensare a quello che sta accadendo oggi in Ucraina e porci delle domande: a chi appartiene l’Ucraina? Forse alla gente di Kiev? Forse ai neonazisti di Pravij Sektor? Oppure appartiene alla gente del Donbass? In realtà il popolo ucraino è tale perché si è formato dalle diversità, dalle contraddizioni e dagli influssi apportati da tutte le sue componenti storiche, etniche e culturali che si sono sviluppate nel corso dei secoli. L’Ucraina è la terra di tutti, nessuno escluso. Ma finché il popolo non sarà consapevole di questo, la terra d’Ucraina sarà continuamente preda dello sfruttamento da parte degli oligarchi e terra di scontro per interessi geopolitici.

Marco Muscillo

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