«Le prospettive per l’economia mondiale sono circondate da incertezza. Dobbiamo fronteggiare persistenti forze disinflazionistiche. Si pongono interrogativi riguardo alla direzione in cui andrà l’Europa e alla sua capacità di tenuta a fronte di nuovi shock. In questo, il nostro impegno a onorare il mandato conferitoci continuerà a rappresentare un’ancora di fiducia per i cittadini d’Europa».

Sono state queste le parole del numero uno della Bce Mario Draghi nella prefazione al rapporto annuale della Banca Centrale Europea.  Non sono parole di poco conto se pensiamo che Draghi è l’uomo del “whatever it takes”, l’uomo del salvataggio dell’euro a tutti i costi. Ha comunque rivendicato l’utilizzo del QE senza il quale ha detto che «l’inflazione sarebbe stata negativa nel 2015, più bassa di oltre lo 0,5% nel 2016 e inferiore dello 0,5% nel 2017». Il messaggio che vuole far passare Francoforte è che «la Bce non intende arrendersi a un’inflazione troppo bassa, anche di fronte a forze deflazionistiche globali». A confermarlo è stato anche il capo economista della Bce, Peter Praet :«Se ulteriori shock avversi dovessero materializzarsi, le nostre misure potrebbero essere ricalibrate una volta di più». Lo stesso Praet e il vicepresidente della Bce, Vitor Costancio, hanno sconfessato l’opzione “helicopter money”, la quale accrediterebbe denaro direttamente alla popolazione al fine di far riprendere i consumi e innalzare l’inflazione. «L’helicopter money non è sul tavolo, non lo stiamo discutendo», questo quanto detto da Praet, il quale però non sembrava così riluttante qualche settimana fa: «La nostra cassetta degli attrezzi non è vuota. Ci sono molte cose che possiamo fare. In principio possiamo creare moneta e distribuirla alle persone. La domanda è quando sia opportuno usare questo tipo di strumento, veramente estremo».

Tuttavia per quanto Draghi cerchi di rassicurare l’ambiente, si è ancora molto lontani dall’obiettivo inflattivo del 2%. Secondo gli ultimi dati forniti da Eurostat, l’eurozona ha registrato un’inflazione negativa per lo 0,2%, confermando che le iniezioni di Draghi intraprese più di un anno fa  sono servite veramente a poco. Questo perché una politica monetaria, da sola, non è sufficiente per far ripartire l’economia. Servono riforme  dal lato della domanda unite a una politica fiscale più leggere. Due elementi che vanno però nella direzione opposta a quella dei trattati europei ratificati dai parlamenti nazionali. Il pareggio di bilancio (art.81) vi dice qualcosa? Lo Stato tassa 100 per poi spendere 100 con evidente saldo pari a 0, rendendo impossibile spesa a deficit e una riduzione della pressione fiscale.

Se consideriamo le parole di Draghi all’interno del panorama politco europeo, è curioso notare che le sue dichiarazioni sono arrivate poco dopo i risultati del referendum consultivo olandese dove il 32% degli elettori (il quorum era al 30%) hanno risposto negativamente (64% contro il 36%) a un accordo tra Ucrania e UE. E pensare che gli olandesi sono fra i popoli più filo-europeisti, la dice lunga sulla crescente mancanza di fiducia verso gli enti europei. E’ la stessa mancanza di fiducia che si è riscontrata a inizio marzo in Germania dove alle elezioni regionali il neo-partito AfD ha riscosso numerosi successi arrivando nei tre Länder in cui si è votato con risultati a due cifre. A ciò si aggiunge il referendum sul Brexit che si terrà a giugno e le ondate migratorie che hanno visto alcuni stati ripristinare le loro frontiere interne. E non dimentichiamoci che in Francia il Front National si è ormai radicato come la prima forza nazionale.

Tutto questo per dire che il malcontento verso la struttura e le politiche targate UE sembra attraversare tutta l’Europa. Quella di Draghi pare essere un’ulteriore crepa. Crepe che stanno facendo tremare il grigio castello europeo che non riesce più a far fronte agli innumerevoli problemi che investono il vecchio continente.

Simone Mela

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