Donald Trump, Consiglio di Sicurezza ONU, Nikki Haley

– Aggiungi un posto a tavola

È stato un incontro a dir poco insolito quello avvenuto nella giornata di Lunedì alla Casa Bianca. Il presidente degli Usa, Donald Trump, ha ospitato nella residenza presidenziale l’intero Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per un pranzo.

Durante l’incontro il presidente non si è tirato indietro dal criticare duramente l’operato del Consiglio di Sicurezza, sottolineando il suo disappunto sui risultati ottenuti dalla diplomazia dell’ONU sulla Siria e la Corea del Nord.

Non sono mancati momenti di imbarazzo ai quali Trump ci ha ormai abituato. Nel corso dell’incontro al quale erano presenti le delegazioni di tutti i dieci paesi del Consiglio di Sicurezza, il Capo di Stato americano non ha rinunciato a qualche battuta sui suoi. Il tycoon ha voluto scherzare sull’ambasciatrice degli Stati Uniti, Nikki Haley, a capo della delegazione di Washington: “Vi piace Nikki?” – ha domandato scherzosamente Trump ai commensali – “Bene, altrimenti la cambiamo”.

– Il nervosismo di Trump: il tycoon tra l’incudine e il martello.

Una guasconeria tipica del personaggio, che tuttavia nasconde un malcelato nervosismo. La Casa Bianca all’avvicinarsi dei fatidici 100 giorni di governo deve iniziare a portare a casa qualcosa di concreto di quanto promesso nella sua campagna elettorale. Bloccato sul fronte delle riforme interne tanto sbandierate durante il periodo di propaganda, Trump ha dovuto subire nelle sue primissime settimane di presidenza la pressione dei falchi.

I gruppi di potere del GOP legati alle lobby interventiste e neocon avevano infatti accettato malvolentieri i propositi di isolazionismo della nuova amministrazione, costringendo la Casa Bianca a rinunciare ad alcuni degli uomini più fedeli al presidente nei dipartimenti governativi.

– Tra Siria e Corea Trump punta tutte le proprie fiches

Il nuovo esacerbarsi del conflitto siriano e l’apertura del fronte nordcoreano nel Pacifico sono figli di questa situazione. Uomo indipendente, ma senza troppo consenso negli apparati di partito, Trump ha bisogno soprattutto di mettere a segno vittoria in politica estera per rafforzare la sua figura presidenziale.

Se il bombardamento di Tomahawk sulla base siriana di Shayrat, a Idlib, aveva fatto temere per il peggio, l’episodicità del gesto a quasi un mese dal presunto attacco chimico di Assad lascia trasparire la poca voglia di Trump di diventare un presidente interventista come i suoi predecessori. Del resto gli Stati Uniti e la credibilità di Trump guadagnerebbero ben poco da un’involuzione della situazione politica e sociale della Siria, che diverrebbe qualcosa di troppo simile alla Libia del dopo Gheddafi, dilaniata da una guerra tribale senza fine e senza un vero governo.

È chiaro che Trump non può rischiare di essere ricordato come colui che ha trasformato la Siria in una patria per gli islamisti, che questa amministrazione si è promessa di combattere come punto focale della propria missione politica.

– La crisi coreana: vincere ma a che costo?

Proprio la questione coreana potrebbe costituire per Trump il piano B rispetto alla prospettiva di ostacolare la lotta all’ISIS in Siria. La Repubblica Democratica Popolare di Kim Jong-Un potrebbe ricevere dall’amministrazione Usa una sconfitta a livello diplomatico, che farebbe tornare Washington protagonista nell’area dopo il fallimento del TPP. Per ottenere ciò la Casa Bianca ha bisogno della collaborazione di Pechino, leader indiscusso dell’area e l’unica che può far digerire a Pyongyang un accordo con gli Usa o ipoteticamente delle sanzioni sul nucleare.

Tuttavia la pista che porta alla Corea del Nord potrebbe essere anche più rischiosa per Trump. Una mossa sbagliata con Pyongyang potrebbe aprire a scenari di guerra non di poco conto, senza considerare che un eventuale conflitto con una potenza nucleare come la Corea del Nord non rimarrebbe circoscritto certo alla regione, con il pericolo di conseguenze catastrofiche.

D’altro canto una vittoria politica su quel fronte avrebbe un significato simbolico sotto l’aspetto ideologico, rafforzando il legame con le forze più filo-occidentali dell’area come Sud Corea e Giappone e accreditandosi positivamente nei confronti sia dell’élite militare che dell’intelligence. Proprio per questo il Presidente dopo il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha convocato per mercoledì i 100 Senatori del Congresso alla Casa Bianca per discutere del caso nordcoreano. Un’altra scelta inusuale, ma coerente con il personaggio e con le sue velleità politiche.

La strana coppia Xi-Trump

La strana amicizia degli ultimi tempi con la Cina, potrebbe aiutarlo, ma in cambio Washington dovrebbe presumibilmente cedere nel riconoscere Pechino come un’economia di mercato o almeno tollerare le attività cinesi negli Usa, che hanno un indotto di centinaia di miliardi di dollari. Una partita non facile neanche questa, visto che le lobby industriali che appoggiano Trump si aspettano dal presidente quel protezionismo da lui promesso in campagna elettorale. Intanto Pechino lavora affinché la crisi in Nord Corea si plachi e la sua astensione al Consiglio di Sicurezza sulle nuove sanzioni economiche a Pyongyang vanno lette in questa direzione.

– Lo Zugzwang obbliga Trump al rilancio

Trump adesso è in una situazione di Zugzwang, è costretto a fare la sua mossa nonostante sia sconveniente, ma deve giocare per limitare i danni, magari sacrificando un pezzo. Quel pezzo per il momento potrebbe essere proprio la Russia, con la quale i rapporti restano ai minimi termini dopo la crisi aperta dall’attacco di Khan Sheikun (a dispetto di tutti coloro che parlavano di amicizia con Putin). L’amministrazione Usa continua a livello diplomatico a demonizzare il governo siriano, come confermano le nuove sanzioni di Washington a 271 membri del Centro Studi Scientifici e Ricerca di Damasco, ritenuti responsabili dello sviluppo di nuove armi chimiche, nonostante le prime indagini dell’ONU sembrano smentire tutto quanto è stato detto sul presunto attacco chimico di Khan Sheikun da un mese a questa parte.

In cuor suo il tycoon vorrebbe che la diplomazia Usa fosse più efficace e più celere nell’ottenere dei risultati tangibili che accontentino la Casa Bianca, forse neanche del tutto conscio della delicatezza di certi argomenti. Aprile, mese nel quale la presidenza del Consiglio di Sicurezza è toccata agli Usa non è stato foriero di risultati per Washington. Probabilmente il motivo che ha spinto Trump ad un incontro così insolito con le delegazioni dei paesi membri.

– 100 giorni di Trump: poche luci e molte ombre

In attesa che qualcosa si smuovi l’unica mossa concreta che possa fare Trump è quella di rilanciare sul discorso delle spese internazionali degli Usa, un altro argomento principale della sua campagna. Dopo l’imbeccata a Gentiloni sul contributo italiano alle spese Nato, anche i membri del consiglio di sicurezza sono stati invitati a dare un contributo maggiore alle Nazioni Unite dal Presidente Usa. Un argomento che a molti potrebbe sembrare marginale ma che riceve una certa attenzione da parte dell’opinione pubblica statunitense, soprattutto a partire dalla crisi.

Non sappiamo se basterà a Trump per rilanciare la sua leadership politica. Quel che è certo è che allo scoccare dei fatidici 100 giorni, se si volesse già esprime un giudizio, i risultati stentano ad arrivare e i fallimenti sono già diversi e importanti.

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