Trump contro Clinton
Alec Baldwin e Kate McKinnon nella parodia del dibattito presidenziale tra Trump e Clinton

Alle elezioni presidenziali USA manca sempre meno, ma solo poche ore ci separano dal terzo ed ultimo duello tv tra i due candidati.

Il 19 ottobre sarà la sfida decisiva, sia perché l’ultima, sia perché avviene in un momento topico per il candidato repubblicano Trump. Dopo il video-scandalo che aveva dominato il secondo duello, la sua persona è stata investita con una campagna mediatica di una intensità senza precedenti, mentre il Partito Repubblicano sprofondava sempre più in una grave impasse interna, fatta di odi, rancori, divisioni e numerosi voltagabbana.

Se qualcuno pensasse che invece Hillary Clinton se la passi meglio per via dei sondaggi e del “politicamente corretto” che la appoggia, la verità è assai diversa: tra le rivelazioni di Wikileaks, le sue idee avventuristiche, se non proprio guerrafondaie, contro la Russia (in una fase delicatissima delle relazioni Washington-Mosca), stanno aumentando lo sconforto attorno al non troppo stimato candidato del Partito Democratico.

Sulla scia dei precedenti dibattiti. La strada che ci porta a questa ultima tappa ha lo stesso sottofondo di quella che diede inizio alla campagna elettorale e, prima ancora, alle primarie USA: Trump, Trump il “pericoloso”, lo “scandaloso”, la “minaccia”, colui che “le spara grosse”. Donald Trump ha passato dall’essere un vulcanico candidato contro-tendenza dei repubblicani, ad uno spauracchio mediatico dove si mischiano timore-indignazione e una buona dose di trash, spesso indotto dal candidato stesso, molto più spesso esagerato in toni parossistici.

L’ultima serie di accuse che lo hanno coinvolto, un corollario allo scandalo “sessista”, è la comparsa, improvvisa e fulminea, di una pletora di donne che lo accusano all’unisono di molestie: da Cathy Heller, 63enne, che accusa il tycoon di aver tentato di baciarla oltre 20 anni fa, a Kristin Anderson, 46enne, secondo la quale, negli anni ‛90, è stata palpata alle cosce da un uomo che identificò con Trump (“Voglio dire, nessuno ha quelle sopracciglia!”) e suscitando la colorita risposta del magnate: “Credetemi, non sarebbe mai stata la mia prima scelta!”.

Il dubbio. In realtà, le accusatrici, spuntate come funghi nel giro di una decina di giorni, sono già 6-8: una cifra talmente esorbitante, con versioni similari, imprecise e lontanissime temporalmente (una di loro, Jessica Leed, accusa Trump di averle toccato il seno oltre 30 anni fa!), da far immediatamente sorgere l’idea di una completa farsa politica. Una manovra che, d’altronde, non sarebbe nemmeno nuova, se si pensa alle mistificazioni, alle bugie sessuali che hanno riguardato uomini politici come Berlusconi e Strauss-Kahn, ed anche Julian Assange.

La replica del tycoon. A queste accuse, Trump ha ribadito con un totale diniego: si tratta di un complotto contro di lui, per abbatterlo politicamente. Un complotto nel quale sono coinvolti la grande finanza, aperta sostenitrice di Hillary Clinton, e i media, altro bersaglio delle accuse di tendenziosità del repubblicano.

E, a ben guardare, il tycoon non ha tutti i torti: non solo va considerato il fatto che gran parte dei media (soprattutto giornali) abbia dato l’endorsement ad Hillary Clinton, ma anche il modo di trattare le notizie di cronaca dà da pensare. In un documento postato dal tycoon sui social, si riporta la copertura data dalle notizie in tre dei principali telegiornali nazionali, ed il raffronto è tra gli scandali-accuse sessuali nei confronti di Trump e le esternazioni di Hillary Clinton rese pubbliche da Wikileaks (sulle quali torneremo).

Gli scandali della Clinton glissati dai media. Abc News ha dedicato 9 minuti a parlare delle accuse di molestie, lo stesso numero di tempo impiegato da NBC news, mentre CBS ha dedicato “solo” 5 minuti; allo scandalo Wikileaks, invece, questi telegiornali hanno dedicato rispettivamente 30 secondi, 0 secondi (nemmeno una menzione) e 26 secondi. Uno squilibrio ed uno sbilanciamento nei toni troppo evidenti per essere negati, tant’è che perfino il Wall Street Journal (certamente non una testata solidale con Trump) ha dato ragione al tycoon in merito alla sproporzione nei media, con un editoriale firmato da Kimberley Strassel («The Press Buries Hillary Clinton’s Sins», 16 ottobre).

L’accusa sui brogli. Un’altra accusa mossa da Donald Trump, nel tentativo di riprendere consensi mostrandosi come un candidato integralmente nemico dell’establishment politico-economico-mediatico che controlla il paese, è il timore di elezioni truccate, di brogli elettorali e di manipolazioni nei sondaggi: “Le elezioni sono truccate dai media corrotti che pubblicano accuse completamente false e menzogne vergognose per eleggere Clinton”.

Nel clima di strapotere mediatico-politico di un unico candidato, l’eventualità di una tale possibilità è da tenere in considerazione (considerando anche come la “democratica” ed “efficientissima” Austria sia ricorsa a sviste e brogli per sconfiggere il candidato euroscettico Norbert Hofer), ed anche il popolo statunitense ritiene ciò credibile: il 41% degli elettori ritiene possibile che le elezioni dell’8 novembre vengano «rubate» al candidato repubblicano, secondo un sondaggio del Politico/Morning Consult. Quello di Trump, dunque, più risulta più un appello alla vigilanza ed un invito alla trasparenza mediatica piuttosto che un inutile specchietto per le allodole per creare paura.

La Clinton è in vantaggio? La candidata democratica Hillary Clinton, apparentemente, giunge a questo terzo duello in una posizione di forza: cavalca i sondaggi, vede il proprio rivale vituperato e in svantaggio, e gode di sostegni preziosi e copertura mediatica. Una posizione di relativa forza conferita anche dalla mancata risonanza del contenuto delle oltre 2.000 email e 170.000 allegati resi pubblici da Wikileaks, e che contengono materiale di notevole importanza politica e sicuro impatto mediatico: un effettivo «vaso di Pandora» che è stata relegato all’oblio, soppiantato da altri casi mediatici dal sapore di gossip.

Lo scandalo mailgate. In questa immensa enciclopedia di email, eppure, compaiono numerose dichiarazioni che farebbero storcere il naso: “Sono ben lontana dai sacrifici della classe media per la vita e l’agio in cui sono vissuta, capite”, ha dichiarato Hillary Clinton. Con la successiva aggiunta delle cifre (225.000 $!) con le quali è stata convinta a sostenere ad una serie di simposi organizzati da Goldman Sachs, Morgan Stanley, Deutsche Bank (per un totale di 22 milioni di dollari dalla fine della sua direzione a Figgy Bottom!).

Il tutto si combina con una sorta di confessione-richiesta sulla necessità di questi compromessi con i grossi istituti di credito: “Sapete, sarebbe difficile correre per la presidenza senza una enorme quantità di denaro!”. Secondo altre dichiarazioni sullo stesso argomento, per la Clinton è solo una “convenienza politica” quella di dar la colpa agli istituti bancari per la crisi del 2007-08, che in realtà sono le uniche che hanno la soluzione e meritano quasi una delega delle competenze: “solo Wall Street sa cosa fare!”

In quella stessa razzumaglia di email, per buona parte non ancora completamente scandagliate, emergono delle contraddizioni ancora più inquietanti (e nefaste, possibilmente). In un memorandum segreto del 17 agosto 2014, Hillary Clinton fa questa affermazione, apparentemente qualcosa di tutt’altro che segreto per il grande pubblico: “dobbiamo fare pressione sui governi del Qatar e dell’Arabia Saudita, che forniscono un sostegno clandestino finanziario e logistico all’ISIS e ad altri gruppi radicali islamici nella regione”. Fin qui qualcosa di ineccepibile. Un po’ meno se si stima che circa il 20% dei soldi di Hillary Clinton per la sua campagna elettorale arrivano da Riad (ed un milione di dollari sono stati donati nel 2011 dal governo del Qatar alla Fondazione Clinton). Una cosa per altro mai negata, e che anzi è stata definita dal Principe saudita Mohammed Bin Salman “piena di entusiasmo” per il suo governo.

Donald Trump, nonostante sia rimasto inascoltato, ha stimato in 25-35 milioni di dollari questo sostegno (più del doppio di quello di Soros, ufficialmente 11-12 milioni): una cifra probabilmente non lontana dal vero, considerando che anche suo marito Bill, mentre lei era Segretario di Stato, ha guadagnato più di 600.000 dollari per due discorsi pubblici tenuti nel Regno dei Saud. La cosa, che finora non ha ricevuto nemmeno una risposta da parte della candidata democratica, è ancor più grave se si considera che, negli ultimi tempi, una parte consistente della sua campagna anti-Trump è stata imbastita sulla vera o presunta “misoginia sessista” del repubblicano, e sulla “donna” Clinton che scende in campo per la “dignità delle donne”. Una notizia così lampante e tragica che i media hanno preferito farla passare in sordina: una candidata (pseudo)femminista in patria che riceve fondi enormi da un regime straniero barbaramente misogino e finanziatore del terrorismo.

I temi del terzo dibattito. Non possiamo ancora sapere quali saranno esattamente i temi del terzo dibattito, ma esiste una buona probabilità che si tratti di una discussione incentrata sullo scandalismo e sul (finto) perbenismo che tanto piace agli statunitensi. Esiste la possibilità concreta che siano tali temi a decidere una buona parte del futuro degli Stati Uniti, l’8 novembre: oltretutto mancano ancora più di una ventina di giorni, un duello tv e le variabili di questa sfida epica-grottesca sono molteplici (ormai ne siamo abituati!).

I sondaggi. I sondaggi, attualmente, sembrano premiare la candidata democratica, anche se con punteggi altalenanti: la CNN ha parlato di un +8%, la Monmouth University di un +12%, del “solo” 4% secondo Washington Post-Abc news, mentre il Rasmussen Reports, in controtendenza, ritiene Trump in vantaggio col +2%.

Se è vero che una tendenza di supremazia democratica sembra esistere, è altrettanto vero che la fallibilità dei sondaggi, soprattutto in un paese con la grave impasse dell’astensionismo (forse indotta anche dalla “sicurezza” dei media in una vittoria della Clinton?) e con un sistema elettorale basato su collegi statali, è qualcosa di imprevedibile (gli esempi storici, anche recenti, ne sono una conferma).

Il tempo può giocare, probabilmente, solo a favore di Trump (sembra difficile che riesca a venire coinvolto in scandali ancora più dannosi nei prossimi 20 giorni, ma non è affatto detto!), ma il terzo dibattito è un giro di boa che non si può perdere.

Arrivare alle elezioni con la consapevolezza di aver vinto nell’ultimo duello è forse la miglior mossa per resistere alle correnti che lo trascinano verso il tracollo, ed invertire la direzione che sembra aver preso l’elettorato.

Leonardo Olivetti

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