donald trump

Washington – Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha emanato in serata un decreto presidenziale che ha come oggetto i rapporti commerciali con la Repubblica Popolare Cinese.

Il documento esecutivo fa riferimento a un precedente memorandum del 14 agosto 2017, nel quale la Casa Bianca invitava il Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti d’America Robert E. Lightizer a indagare se vi siano comportamenti lesivi della RPC nei confronti degli Usa, nell’ambito della proprietà intellettuale del trasferimento delle tecnologie e dell’innovazione. Ciò autorizzerebbe il governo statunitense a poter applicare delle restrizioni in base alla Sezione 302(b) del Trade Act del 1974.

Nel memorandum odierno la Casa Bianca sostiene che Pechino in primis farebbe pressioni affinché le compagnie statunitensi passino la loro competenza tecnologica alle “entità cinesi”. Una restrizione che minerebbe, secondo Washington, la competitività delle aziende Usa. Sotto accusa anche gli investimenti cinesi nelle aziende americane, che farebbero mettere le mani ai cinesi non solo sul know-how americano, ma anche sui network americani, carpendo informazioni preziose sugli affari delle aziende Usa.

Come atto esecutivo il presidente Trump invierà una disputa presso l’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), prenderà provvedimenti sugli investimenti della Repubblica Popolare Cinesi in comparti strategici per Washington e pubblicherà entro 15 giorni i prodotti che saranno sottoposti a dazi doganali. Anche queste misure sarebbero previste dal Trade Act del 1974, alla sezione 301.

Nel suo tweet canonico Donald Trump dichiara di voler mantenere ciò che si era promesso di fare durante la sua campagna elettorale per le presidenziali.

In effetti Trump se ha vinto le elezioni lo deve al fatto di aver saputo comprendere il bisogno disperato dei cittadini americani di un cambiamento, rispetto ad una leadership democratica e repubblicana che ha portato i ceti popolari al collasso.

Tuttavia se il ridurre il deficit della bilancia commerciale degli Usa nei confronti degli Stati dell’Ue, e in particolare della Germania può avere un senso, visto che Berlino ha superato da un pezzo Pechino come paese esportatore, l’accanimento verso la Cina ha meno senso. La Repubblica Popolare ha investito in Occidente in maniera diversificata e di aziende che sono fallite a causa di investimenti di imprenditori e società cinesi non se ne vedono. Molte invece sono le aziende e i marchi che sono stati salvati o rilanciati grazie alla linfa nuova portata dall’Estremo Oriente.

Andrebbe ricordato al presidente Trump che la Federal Reserve tra il 2006 e il 2006 ha emanato bond per un totale di circa 7700 miliardi di dollari per salvare le banche coinvolte dalla crisi dei mercati derivati (subprime), mentre Obama cedeva senza colpo ferire la Chrysler a Marchionne. La Detroit depressa che lo ha votato in massa non è meno ricca a causa del pericolo giallo, ma a causa delle politiche scellerate delle multinazionali americane, che aprono stabilimenti ovunque possono sfruttare manodopera a salari sempre più competitivi.

Una delle multinazionali americane che hanno impoverito le classi popolari americane è proprio quella stessa Whirlpool che a fine anno lascerà gli operai della Embraco a Torino in mezzo alla strada per andare a produrre in Slovacchia, dove il costo del lavoro è minore. In Cina sebbene per anni anche da quelle parti il costo del lavoro è basso, certe politiche non sono possibili. Pechino cerca Joint Venture e collaborazioni, una politica fondata sul futuro e sulla crescita del paese, mentre il livello dei salari già da qualche anno è comparabile con quello europeo.

Il problema del nuovo corso americano è dunque quello di non poter fare il bello e cattivo tempo non solo dal punto di vista politico, ma anche commerciale ed economico, come era possibile nel recente passato. Il mondo che da un po’ di tempo a questa parte è cambiato a causa della crisi e della crescita di entità geoeconomiche come la Cina, non darà più agli Usa l’opportunità di avere il ruolo di potenza incontrastata. Washington deve arrendersi alla voglia di emergere di attori politici che non sono “corruttibili”.

Se le multinazionali americane hanno scelto di sfruttare l’ampio mercato che offre il paese dell’Asia orientale, ne devono accettare anche le regole. Se le aziende negli Usa e il ceto medio fanno fatica a riprendersi è grazie a un modello di politica economica che forse inizia a mostrare qualche scricchiolio. La Casa Bianca farebbe bene a tenere questo aspetto in considerazione, se il tycoon vorrà essere rieletto tra due anni, tornando a parlare alla gente invece che alle lobby.

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