Islam Karimov

Ricoverato da giorni in clinica per un’emorragia cerebrale è morto il presidente della Repubblica dell’Uzbekistan Islam Karimov. Era Presidente della Repubblica dal 1991, quando il paese dell’Asia Centrale ottenne l’indipendenza dall’URSS.

È stata molto importante la sua opera di contenimento dell’integralismo islamico, Karimov ha infatti vietato in Uzbekistan i partiti etnico-confessionali oltre ad aver affrontato sin dal 2001 movimenti jihadisti come l’Imu (Islamic Movement of Uzbekistan) il quale è fortemente legato ai Talebani e all’Afghanistan e che ha deciso da due anni di entrare nei ranghi dell’ISIS; e l’Hizb ut-Tahrir (un altro movimento panislamista che aspira al neo-califfato). A riprova del lavoro svolto parlano i numeri: il governo uzbeko ha arrestato a partire dal ’91 ben 7000 militanti di organizzazioni terroristiche.

D’altro canto l’epoca di Karimov ha anche vissuto un rapporto assai ambiguo con l’Occidente, che con il tempo ha riavvicinato il paese della nobile Samarcanda alla Russia di Putin. Nel 2001 l’Uzbekistan si è reinventato protagonista della lotta ai talebani dopo gli attentati dell’11 Settembre, concedendo agli USA la propria base di Karshi-Khanabad (detta anche K2). Ma l’idillio con Washington, malgrado i finanziamenti ricevuti per la base militare K2, è finito dopo le vicende di Andijan del 2005, quando gli USA non digerirono la repressione delle proteste degli attivisti scesi in piazza contro il governo. Ancora oggi è guerra sui numeri su un massacro che il governo uzbeko giustificò come lotta al terrorismo.

Il 2001 è stato anche l’anno dell’adesione di Tashkent allo Shangai Five, poi diventato in seguito all’ingresso degli uzbeki l’attuale Shangai Cooperation Organization. Lo Shangai, creatura a guida sino-russa, ha permesso ai paesi del blocco eurasiatico di perseguire con efficacia la lotta al terrorismo e alla criminalità internazionale, guadagnando quella credibilità e quella fiducia che soprattutto la Russia in quanto paese erede dell’URSS aveva perso negli anni 90.

A conferma del buon operato di questa organizzazione parla la relativa stabilità politica dell’Asia Centrale, fino a qualche anno fa impensabile in quella cogerie di etnie che rappresenta la regione. Oggi con tutte le cautele del caso si può dire che sia il terrorismo, sia l’infiltrazione dell’islamismo nelle repubbliche centro-asiatiche è sotto controllo, e lo schieramento di Karimov contro gli islamisti uzbeki che operano nel contesto afghano è stato fondamentale per dare la possibilità all’SCO, e dunque a Mosca e Pechino, di tenere sotto controllo un’area ritenuta decisiva per entrambi i paesi. Un altro problema che affligge l’Asia Centrale sono il separatismo e i conflitti etnici, dai quali l’Uzbekistan non ne è esente, tanto da aver ospitato i Summit dello Shangai per ben tre volte.

Tuttavia sebbene diversamente rispetto a un tempo, l’Occidente non ha smesso di guardare alla vecchia via della seta. Gli USA dagli anni 2010 hanno compiuto più di una visita sia durante il mandato della Clinton che recentemente quello di John Kerry al Dipartimento di Stato per tornare a ricucire una partnership. Mentre dall’Europa sono incrementati gli accordi che riguardano soprattutto le risorse energetiche, numerose, di Tashkent, malgrado le continue condanne di Amnesty e OCSE per diritti umani e elezioni democratiche.

In definitiva l’Uzbekistan di Karimov spesso sotto il fuoco delle polemiche dell’opinione pubblica internazionale e con i limiti di un paese dalla forte connotazione plebiscitaria, tipica di molte realtà post-sovietiche, è stato capace di sfruttare, a partire dal crollo dell’URSS la propria indipendenza in modo intelligente, tale da attrarre per il proprio paese le risorse e gli investimenti necessari, ma in maniera multilaterale, costituendo essenzialmente un grande bacino di risorse naturali (gas, minerali, petrolio) tale da attrarre potenze economiche dai grandi consumi come USA e Cina.

Proprio la Cina è al momento il più grande investitore dell’economia uzbekistana, il commercio bilaterale con la Cina ha infatti raggiunto quota 3,5 miliardi nel 2015 ai quali si aggiungono i vari progetti legati alle industria energetica. L’Uzbekistan è considerata da Pechino in virtù della sua posizione e delle sue risorse un paese strategico: Tashkent è infatti una delle tappe della cosiddetta Nuova Via Della Seta, una tratta economico-commerciale che porta i prodotti e le industrie cinesi dalla cintura eurasiatica all’Europa. Un legame così saldo tra Pechino e Tashkent è stato inoltre di recente arricchito dall’adesione di quest’ultima come socio fondatore alla Banca Asiatica di Investimento per le Infrastrutture (l’AIIB), Istituto di finanza internazionale a guida cinese che aspira a costituire un’alternativa alle ricette economiche dell’Fmi e che può essere il volano di molti paesi in via di sviluppo, ma anche un’occasione di investimento per i paesi che vi aderiscono nei mercati in forte crescita economica.

Proprio questa salda alleanza geostrategica dovrebbe tenere Tashkent in orbita “eurasiatica” anche nel post-Karimov, continuando a tenere buoni i rapporti degli eredi di Tamerlano con Pechino e di conseguenza con Mosca.

Mirco Coppola

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