Il turismo di massa ha iniziato ad emergere all’indomani della Seconda Guerra Mondiale, favorito da un cambiamento culturale, eppure originato da aspetti concreti come l’aumento del tenore di vita di ampie fasce della popolazione, l’estensione del diritto alle ferie retribuite, nonché la diminuzione dei costi di trasporto. La dimensione del fenomeno si è poi accresciuta in modo straordinario, tanto che oramai il comparto turistico è una parte fondamentale dell’economia mondiale, valendo da solo più di un decimo del PIL complessivo.

La cosiddetta “villeggiatura”, schema prevalente negli anni ’50 e ’60, costituita da vacanze dedicate soprattutto al riposo, di durata spesso plurisettimanale e in genere trascorse in un’unica località, magari per anni di seguito e sempre nello stesso periodo dell’anno, di solito con tutta la famiglia al seguito, è stata via via soppiantata, per il prevalere dell’ideologia edonistico-consumistica: al di là della grandissima varietà di motivi per cui le persone si mettono oggi in viaggio, la tendenza diffusa è diventata quella del “mordi e fuggi”, delle offerte “last minute”, dei fine settimana e dei ponti (Tommaso Fanfani, Storia economica, McGraw-Hill, 2010).

La domanda sorge spontanea: era meglio prima? La risposta è che in realtà non ci sono grosse differenze: i risultati degli studi scientifici condotti nell’ambito della psicologia del turismo non indicano che sussista qualche relazione tra la lunghezza della vacanza e la soddisfazione che essa comporta. Dopo il rientro solo una minoranza delle persone sembrano poi godere di un particolare stato di benessere, effetto che dura comunque poco: in media sole due settimane. La maggioranza dei vacanzieri non ricava particolari vantaggi nelle settimane successive al ritorno a casa, ma neppure sono state riscontrate prove di malessere: l’ipotesi dell’esistenza di una depressione post-rientro si è rivelata inconsistente. È da notare che, di contro, si sono dimostrati i benefici psicologici goduti durante l’attesa e la pianificazione della vacanza, perfino da due mesi prima della partenza!

Viaggiare è del resto diventato uno status symbol, cosicché il solo fatto di essere nella condizione di raccontare un progetto è vissuto come un piacere, non poterlo fare invece fa sentire le persone degli “sfigatoni”, come spiega la brillante blogger-psicologa Olimpia Parboni Arquati. Peccato allora che anche solo potersi permettere di programmare un viaggio è un lusso concesso a pochi, se consideriamo che, tranne pochi fortunati, solo chi ha un lavoro possiede il danaro necessario. Con le succitate soluzioni last minute, che permettono di spendere meno, il magico tempo dell’attesa si riduce a pochi giorni!

La precarizzazione del lavoro implica anche quella delle agognate interruzioni. La sensazione è che moltissime persone non avrebbero solo bisogno di vacanza, ma piuttosto di una vera fuga, parola non a caso usata molto di frequente nella pubblicità dei viaggi, nonché nei nomi scelti per le aziende che operano nel settore turistico. Se il quotidiano è vissuto come una prigione è del tutto normale che il solo anticipare mentalmente di poterne uscire, anche se per pochi giorni, stimoli già emozioni positive, com’è ovvio che il dover tornare possa abbattere pesantemente il morale. Il problema è che il mondo del lavoro è davvero una gabbia, considerato il potere di ricatto cui sono soggetti tanto gli occupati che i disoccupati.

Nello schema “produci-consuma-crepa” di ferrettiana memoria ogni prodotto di consumo è l’anello della catena che ci imprigiona: ecco cos’è il turismo oggi. La conquista di una libertà reale, che non si esaurisca nel breve volgere di un fine settimana, passa per il superamento di questo paradigma.

Michele Orsini

UN COMMENTO

  1. Un po’ estremo come punto di vista ma interessante, comunque in psicologia è vero che non esiste la depressione post vacanza , ma esiste la sindrome post vacanza, che può avere dei tratti riconducubili a quelli depressivi, ma ovviamente non patologici.

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