In tempo di crisi, si sa, uno cerca di arrangiarsi come può. Soprattutto se ti trovi ad amministrare un comune che ha chiuso il 2014 con 72,8 milioni euro di disavanzo nel bilancio.

È il caso di Luigi Brugnaro, il nuovo sindaco di Venezia che nei giorni scorsi ha dichiarato di voler mettere all’asta due quadri appartenenti al patrimonio culturale dell’ente al fine di risanarne i conti deficitari. Per la precisione, sembra che i capolavori a cui stia pensando il primo cittadino siano la “Giuditta II” di Klimt e il “Rabbino di Vitebsk” di Chagall. Pur non potendo trovare applicazione nei fatti dal momento che il Codice dei Beni Culturali vieta la cessione delle opere d’arte appartenenti allo Stato e ai pubblici enti territoriali salvo autorizzazione del Ministero (e Franceschini non ha nascosto la sua contrarietà), la proposta ha sollevato un vespaio di polemiche ed ha avuto il merito di catturare l’attenzione dei media sul declino in atto della Serenissima.

Il buco milionario nelle casse comunali, il dissesto idrogeologico, lo scandalo Mose, la crisi industriale a Porto Marghera, lo spopolamento del centro storico e delle isole. Tutti elementi che stanno contribuendo a concretizzare i malinconici versi profetici del maestro Guccini (“Venezia che muore/Venezia appoggiata sul mare/la dolce ossessione degli ultimi suoi giorni tristi/Venezia, la vende ai turisti”).

Eppure, la mossa di alienare parte del patrimonio culturale cittadino come rimedio per invertire la rotta è già stata intrapresa nel più recente passato con risultati tutt’altro che soddisfacenti visto che oggi si ripropone lo stesso problema in forma ancora più aggravata. Pezzo dopo pezzo, i veneziani hanno perso – venduti o concessi in affitto – gioiellini come  l’isola di San Clemente, il teatro Ridotto, Punta della Dogana e Palazzo Grassi.

Questa spasmodica corsa alla privatizzazione di beni dall’altissimo valore storico, avviata sotto le giunte di centrosinistra tra le proteste dei soli Cinque Stelle, dei comitati civici e dei centri sociali, non è affatto servita a cancellare il segno rosso dal bilancio comunale. Allora perché riproporre la stessa medicina che non solo non ha eliminato la malattia, ma l’ha fatta pure proliferare?

Ma il neosindaco sembra determinato ad andare avanti su questa strada ed ha voluto ribadire che la sua non è una provocazione ma, al contrario, una soluzione che “potrebbe diventare un modello per altre città”, dice alla stampa. In questo modo, Brugnaro ha di fatto esplicitato la gravità intrinseca dell’operazione annunciata, ovvero l’innescamento di un effetto a slavina che potrebbe ripercuotersi su tutte le amministrazioni italiane in crisi.

La scelta dei quadri da mettere in vendita ricadrà, nell’intenzione del sindaco, sulle “opere d’arte cedibili perché non legate, né per soggetto né per autore, alla storia della città”. Una precisazione che, anziché rassicurare sulla conservazione del patrimonio artistico cittadino, aggiunge ilarità alla preoccupazione: come se la Francia, per ripianare gli oltre 2 mila miliardi di euro di debito pubblico decidesse di vendere “La Gioconda” perché corpo estraneo alla storia transalpina. Un criterio, quello che si vuole adottare nella scelta  delle opere da cedere, che sembrerebbe figlio di una concezione campanilistica dell’arte, negazione del valore universale che, contrariamente, le riconosce la Convenzione dell’Aja del 1954.

D’altra parte, la proposta di Brugnaro si incastona alla perfezione nella dominante gestione aziendalistica della  res publica che investe la cultura di un carattere esclusivamente superfluo e considera l’opera d’arte alla stregua di una mera fonte di ricavi materiali, trascurando la missione di accrescimento spirituale con cui è nata.  Senza  essere accompagnata da alcun investimento in prospettiva, la dolorosa cessione dei gioielli di famiglia veneziani rischia di essere fine a se stessa  e di creare un precedente ancora più temibile in un contesto nazionale, come quello attuale, dove l’arte “messa da parte” non è più soltanto un semplice proverbio ma una drammatica realtà.

Nico Spuntoni

 

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