Negli ultimi giorni s’è tornati a parlare del Venezuela come non succedeva da settimane, e a buon diritto dato il clima incandescente che nuovamente ha ripreso il sopravvento nelle strade della capitale Caracas. Settimane fa, il tentativo del leader parlamentare ed esponente di una delle formazioni dell’opposizione, Juan Guaidò, di autoproclamarsi Presidente del paese s’era arenato di fronte all’ostilità dell’Esercito Bolivariano del Venezuela e della maggioranza della popolazione. Le già pesanti sanzioni di Stati Uniti ed Unione Europea a carico del Venezuela e del suo governo erano state a quel punto ulteriormente inasprite, col blocco dei fondi nazionali venezuelani all’estero trasferiti proprio a Guaidò ed un’ancor maggiore opposizione da parte degli Stati latinoamericani (Argentina, Brasile, ecc) ritornati nell’orbita del cosiddetto “Washington consensus”.

Da allora, e per settimane, fra Washington e le varie capitali latinoamericane “fedeli” è stata così cercata una nuova soluzione che potesse assicurare la spallata definitiva a Maduro, rovesciandone il governo. Fallito il primo golpe, si trattava dunque di tentarne un altro, in modo oltretutto da mettere gli amici e protettori di Maduro (Russia, Cina, Unione Africana, gran parte dei paesi non allineati, ovvero 3/4 dell’Assemblea delle Nazioni Unite) davanti ad un fatto compiuto e, soprattutto, irrimediabile. Per far ciò serviva, neanche a dirlo, l’appoggio di una quinta colonna interna, che gli Stati Uniti e i loro alleati credevano d’aver trovato in alcune importanti personalità del governo bolivariano e dell’esercito.

Secondo il Wall Street Journal, una fonte comunque da prendere in considerazione sempre con le dovute attenzioni, i contatti fra statunitensi, esponenti del potere venezuelano e dell’opposizione erano addirittura in corso da mesi, ma nelle ultime settimane, dopo il fallimento del primo tentativo di golpe, avrebbero conosciuto una comprensibile accelerata. S’è parlato in particolare del Ministro della Difesa Vladimir Padrino, del Capo della Corte Suprema Maikel Moreno e del Generale Ivan Rafael Hernandez, a capo della Guardia Presidenziale e dell’Intelligence venezuelana, ma ovviamente non mancavano altre figure, non necessariamente minori. Alla fine le trattative avevano portato all’elaborazione di un piano di 15 punti, volta a garantire una transizione “morbida” del potere da Maduro a Guaidò, che avrebbe a quel punto assunto l’interim della Presidenza con la prospettiva di trasformarla poi in un mandato vero e proprio, grazie ad un nuovo suffragio.

Per gli Stati Uniti il plenipotenziario era Elliott Abrams, inviato speciale col compito di coordinare proprio la gestione di tutto questo piano. Qualcuno ricorderà che Abrams era, insieme a Ford, Negroponte ed altri, tra i gestori per conto dell’allora Amministrazione Reagan del piano terroristico volto a destabilizzare in quegli anni il Nicaragua governato dai sandinisti e da cui figliò anche lo scandalo Iran-Contras. La tattica degli squadroni della morte su libro paga degli USA, in effetti, dopo essere stata ampiamente collaudata da costoro negli Anni Ottanta in vari paesi dell’America Latina, è stata poi applicata anche in Iraq e Siria e oggi viene riproposta con sinistro successo pure in Venezuela.

Comunque, secondo il Wall Street Journal che riporta fonti provenienti dall’opposizione venezuelana, qualcosa sarebbe andato storto in queste trattative e di fronte alla loro brusca interruzione Juan Guaidò avrebbe ordinato di procedere ugualmente ed in modo diverso, rinunciando alla transizione “morbida” per destituire Maduro a tutti i costi, poco importava anche il bagno di sangue. Va pure detto come gli esponenti governativi e militari venezuelani che partecipavano alle trattative stessero semplicemente facendo il doppio gioco: il governo bolivariano era al corrente delle loro mosse e li lasciava agire affinché poi gli riferissero tutto in modo da poter conoscere i reali piani degli Stati Uniti e dell’opposizione venezuelana.

Se ciò fosse confermato, vorrebbe dire che con questa mossa Maduro sarebbe riuscito a presentare al popolo venezuelano e alla comunità internazionale Guaidò per ciò che è (ovvero il mandante di un’inutile macelleria rusticana), smascherandolo e privandolo di quel prestigio e di quella credibilità politica che fino ad oggi bene o male poteva attribuirsi. Inoltre, si tratterebbe di un vero e proprio scacco matto al governo americano e ai suoi strateghi, che ingenuamente avrebbero fornito al nemico informazioni estremamente preziose. Ancora, sarebbe un colpo politico difficilmente riassorbibile per l’opposizione venezuelana così come per quanti, negli altri paesi latinoamericani filo-USA, le fanno il tifo. Infine, in questo modo il governo bolivariano avrebbe potuto anche individuare quegli elementi, dentro il governo o l’esercito, non affidabili e come tali da sostituire immediatamente per blindare maggiormente il paese dai tentativi d’ingerenza altrui.

Dagli Stati Uniti i vari Donald Trump, Mike Pompeo e John Bolton nel frattempo gridano vendetta, parlando di precise responsabilità della Russia e minacciando possibili azioni militari che però, nel concreto, al momento sembrano ancora piuttosto lontane. Una cosa, ad ogni modo, è certa: per il momento la partita di scacchi vede Maduro vincente su Guaidò.

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