Sono passati ormai esattamente vent’anni da quel 3 febbraio del 1998 quando, alle ore 15.13, un aereo Grumman EA-6B Prowler del Corpo dei Marines passò sotto la funivia del Cermis, tranciandone di netto le funi del tronco inferiore e facendo così precipitare la cabina per 150 metri. I morti furono venti, mentre l’aereo semplicemente si dileguò, rientrando alla base con pochi danni che subito si cercò di occultare.

Il Grumman era partito poco prima, alle 14.36, dalla base militare americana di Aviano per un volo d’addestramento a bassa quota. Lo pilotava il capitano Richard Ashby. I giornali italiani diedero subito ampio risalto alla notizia, mentre per diversi giorni da Washington non giungeva alcuna reazione. Solo alla fine l’allora Presidente statunitense Bill Clinton espresse le proprie scuse per l’incidente, promettendo risarcimenti in denaro alle famiglie delle vittime.

Partì subito l’inchiesta che, malgrado i resoconti dei testimoni, non riuscì a fornire risultati convincenti. Solo la determinazione e la serietà dei magistrati trentini, che ordinarono immediatamente il sequestro dell’aereo, permise di chiarire di chi fossero le responsabilità, inchiodando dinanzi a prove inoppugnabili l’equipaggio. Al momento del sequestro, l’aereo era già pronto per essere smontato e riparato, chiaro segno di voler occultare le prove. Sulla coda troncata c’erano ancora i segni delle corde della funivia.

I PM italiani chiesero di poter processare in Italia i responsabili della strage, ma il giudice per le indagini preliminari di Trento stabilì che, in base alla Convenzione di Londra del 19 giugno 1951 sullo status dei militari NATO, dovesse essere la giustizia statunitense ad occuparsi del caso. Di fatto solo il pilota Richard Ashby e il suo navigatore Joseph Schweitzer comparirono dinanzi al giudice, mentre gli altri due membri dell’equipaggio non furono mai scomodati.

Solo nel gennaio 2012 grazie ad un’inchiesta di National Geographic il capitano Joseph Schweitzer fu nuovamente processato e condannato per intralcio alla giustizia. Aveva confessato d’aver bruciato la cassetta che lo mostrava mentre stava guidando l’aereo, e in cui sorrideva dopo aver appena provocato il drammatico incidente. Non voleva che quel reperto finisse alla CNN, fu la sua unica giustificazione.

Richard Ashby fu processato negli Stati Uniti, a Camp Lejeune nel North Carolina. Il processo, dove pure emersero molti dati a suo carico, venne alla fine giudicato una farsa, e si concluse con la sua assoluzione nel marzo 1999.

La corte marziale nel 1999 processò poi Ashby e Schweitzer per aver distrutto il video che li riprendeva mentre erano alla guida del velivolo, e vennero degradati e rimossi dal servizio. Il pilota ebbe inoltre una condanna a sei mesi, poi ridotta a quattro mesi e mezzo per buona condotta.

Insomma, inchieste e processi farsa, e pene comminate così giusto “per figura”, a schiaffeggiare la dignità e la sovranità del nostro paese, che ancora insieme alle famiglie delle vittime non ha ottenuto una vera giustizia.

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