La chiamavano Triade, Trimurti o Troika: Luciano Moggi, Antonio Giraudo e Roberto Bettega. Sono questi i tre personaggi che nell’estate del 1994 cambiano letteralmente la storia del club più prestigioso del calcio italiano, a digiuno di scudetti dal lontano 1986. L’avvento di questi tre figuri rivoluziona innanzitutto i connotati della Vecchia Signora, non più elegante ed aristocratica come ai tempi del magico duo Boniperti/Gianni Agnelli, ma sguaiata e un tantino cafona: dallo Stile Juventus si passa all’”ostile” Juventus. Già perché se la classe non è acqua lo stile non lo si può improvvisare. Il ruspante Lucianone Moggi, l’ombroso Antonio Giraudo, lo spocchioso Roberto Bettega non sono dei mostri di simpatia, però nei loro rispettivi ambiti (gestione sportiva Moggi, gestione contabile Giraudo, simbolo di juventinità Bettega) sono degli autentici fuoriclasse, il meglio che poteva capitare ad una Juventus che nelle ultime stagioni aveva perso molto del suo glorioso fascino.

Per prima cosa la Triade, con metodi che definire staliniani è un eufemismo, avvia una gigantesca purga di tutti i personaggi legati in qualche maniera alla precedente gestione Boniperti: via il tecnico Trapattoni, un simbolo della Juve ma ritenuto ormai bollito e sorpassato dal punto di vista tattico, il suo staff tecnico e tutti i dirigenti legati a Boniperti, compreso Valerio Remino, il simpatico massaggiatore baffuto diventato idolo della Gialappa’s con il nomignolo di Tranfolanti.  Come prima mossa il Re del mercato Moggi chiama il nuovo allenatore, un bell’uomo che viene dal mare e che risponde al nome di Marcello Lippi, “il secondo  più bel prodotto di Viareggio, dopo Stefania Sandrelli” (Avvocato dixit), ritenuto dall’opinione pubblica assieme al compianto Bruno Giorgi il Paul Newman degli allenatori italiani. Come preparatore atletico, il tecnico toscano porta con sé da Napoli Giampiero Ventrone, un autentico marines del pallone che sottopone i suoi giocatori a sedute atletiche massacranti (più di qualcuno sussurra anche in farmacia!). Sul fronte mercato Moggi non sbaglia un colpo ingaggiando con risorse risicate il “volante” portoghese Paulo Sousa (10 miliardi di Lire), lo svincolato motorino del centrocampo Didier Deschamps dal Marsiglia e il terzino Ciro Ferrara dal Napoli per 9 miliardi di Lire. A Gianluca Vialli vanno sia la fascia di capitano che il posto di centravanti titolare dopo che nelle ultime deludenti stagioni Trapattoni aveva pensato di far giocare l’ex doriano addirittura da mezzala. Sarà proprio Vialli la prima scintilla della riscossa bianconera: la cura Ventrone lo rivitalizza sin dal ritiro e al resto ci pensa il suo innato carisma che cementa il gruppo unendolo a società e tecnico, nel calcio se si rema dalla stessa parte si può arrivare lontano! Lippi ci mette comunque del suo: dal punto di vista tattico non effettua molti cambiamenti rispetto all’epoca Trapattoni mantenendo i due marcatori in difesa e le classiche due punte in attacco. Il vero cambiamento della Juventus avviene dal punto di vista fisico/mentale: la squadra gioca un calcio più d’iniziativa e a fine campionato, nonostante la squadra abbia avuto solo a intermittenza l’apporto del suo fuoriclasse principe Baggio, la Juventus si laurea campione d’Italia con dieci punti di distacco sulla Lazio di Zeman (non ancora nemico giurato bianconero), interrompendo così un digiuno che in patria durava da ben nove stagioni.

Estate 1995, tornata sul tetto d’Italia la Juventus della Triade pensa davvero in grande perché una volta salito sulla vetta d’Italia l’imperativo è raggiungere il paradiso dell’Europa, un’impresa che è sfuggita troppe volte alla Vecchia Signora proprio sul più bello (Belgrado 1973, Atene 1983, quest’ultima una ferita ancora aperta a distanza di decenni) e che è stata cinta d’alloro solo nella vergognosa nottata dell’Heysel. Moggi ha però il completo controllo della situazione e non smonta il giocattolo appena costruito limitandosi a qualche breve ritocco: da una Samp in completa smobilitazione giunge infatti un trittico niente malaccio formato da Pietro Vierchowod, Attilio Lombardo e Vladimir Jugović mentre dai vicini del Toro giungono il fluidificante Pessotto e il rincalzo Padovano. L’acquisto di Vierchowod si dimostra particolarmente azzeccato perché con lo zar bergorusso in difesa Lippi può finalmente passare definitivamente al 4-3-3 già sperimentato nella passata stagione: Peruzzi in porta, linea difensiva che da destra a sinistra allinea Torricelli, Ferrara, Vierchowod (o Carrera) e Pessotto. A centrocampo davanti al classico metodista Sousa, Conte (o Di Livio) e Deschamps sono i due mastini mentre l’attacco può contare sugli attaccanti larghi Del Piero e Ravanelli (in alternativa a questi due Padovano) e sul centravanti Vialli. Il cambio di modulo funziona: la Juventus con questa veste tattica guadagna una ventina di metri sul terreno di gioco perché il pressing è sempre asfissiante ed incessante e quando sono gli avversari a premere, ecco Ravanelli e Del Piero trasformarsi in terzini aggiunti. In campionato la sete di rivincita del Milan è troppo grande giacché i rossoneri di Capello (e dell’ex dal dente avvelenato Baggio) menano le danze fin dalle prime giornate, la Juventus di Lippi, pur insidiando fino a marzo i rossoneri seppur da lontano, decidono di dare anima e corpo in Europa. Sin dal gironcino iniziale si vede che i bianconeri hanno tutte le carte per dire la loro anche in Europa: risultati come il 3-1 rifilato in casa del Borussia Dortmund, il 4-0 rifilato ai Rangers Glasgow sono in un certo senso emblematici, anche se il sorteggio dei quarti di finale oppone alla Vecchia Signora l’insidioso Real Madrid. Nella gara d’andata i bianconeri per la prima volta vengono messi sotto da un avversario, anche se le merengues vincono appena 1-0 (gol di Raul). Nel match di ritorno la musica cambia completamente: Peruzzi non si sporca mai i guantoni e prima Del Piero e poi Padovano completano la remuntada; la Juventus entra così tra le quattro grandi d’Europa. La semifinale vede la Vecchia Signora opposta al sorprendente Nantes: al Delle Alpi dopo un primo tempo soporifero, i francesi restano in dieci per l’espulsione di Carotti, così i gol di Vialli al 49’ e di Jugović al 66’ mandano la Juventus ad un passo dalla finalissima. Al ritorno in Bretagna arriva una sconfitta indolore che però proietta lo stesso la Juventus nella finalissima prevista all’Olimpico di Roma contro l’Ajax, appena sbarazzatosi a fatica del Panathinaikos.

Mercoledì 22 maggio 1996, per la Juventus è il classico appuntamento cui non si può proprio mancare. Lippi deve gestire squadra e ambiente soprattutto dal punto di vista psicologico: l’Ajax è pur sempre il primo avversario ad aver dato il primo dispiacere europeo alla Vecchia Signora nel lontano 1973, anche se quell’Ajax con Cruijff in campo e Kovács in panchina era imbattibile, mentre questo Ajax, una banda di mocciosi terribili capitanato da un tecnico folle quanto antipatico come Van Gaal, ha connotati decisamente più umani. Alle 20.30 si presentano sul prato dell’Olimpico le due squadre che, novità della serata, hanno le proprie casacche dall’1 all’11 con il nominativo del calciatore stampato sulla schiena (in Serie A la numerazione fissa era stata appena introdotta da settembre). La Juve non rinuncia al suo 4-3-3: Peruzzi, Torricelli, Ferrara, Vierchowod, Pessotto; Conte, Sousa, Jugović; Del Piero, Vialli, Ravanelli. L’Ajax risponde con un particolare 3-4-3 a triangoli concentrici: Van der Sar; Silooy, Blind, Bogarde il trittico di difesa; Ronald de Boer, Frank de Boer, Davids i tre mediani; Litmanen dietro il tridente formato da Finidi George, Kanu e Kiki Musampa. La Juve, per incanalare il match verso i binari giusti deve fare semplicemente una cosa: non subire gol nei primi dieci minuti. Nel 1973 fu Rep al 4’ a castigare la Vecchia Signora, dieci anni più tardi fu Magath a pugnalare al cuore la corazzata del Trap all’ottavo minuto con un beffardo tiro parabolico. Quattro, otto, dodici, già la tabellina del quattro! Il calcio si sa è misticismo allo stato puro e proprio al 12’ minuto Penna Bianca Ravanelli profitta di una dormita della difesa dei lancieri (portiere compreso) siglando il gol del 1-0 con un tiro impossibile da posizione defilata. L’Ajax risponde ruminando calcio con un lungo possesso palla, la Juventus sembra inaffondabile, anche se al 44’ Litmanen pareggia profittando in mischia di una corta respinta di Peruzzi. Nel secondo tempo succede poco o nulla: l’Ajax continua a non pungere mentre la Juve si chiude in difesa e riparte a cento all’ora con il proprio tridente, l’occasione più grossa capita sui piedi di Vialli che però calcia sull’esterno della rete da posizione favorevole. Anche nei due tempi supplementari non succede nulla anche se la Juventus sembra stare meglio fisicamente, il match si deciderà così ai calci di rigori. L’Ajax sbaglia subito il primo penalty con Davids (futuro juventino), questo fatto mette la Vecchia Signora in condizioni psicologiche favorevoli. Ferrara, Pessotto e Padovano fanno tutti centro prima del secondo errore dell’Ajax griffato Silooy: Jugović ha così tra le mani il pallone scottante della vittoria. Il croato non si fa tradire dall’emozione e gonfia il sacco: la Juventus così conquista la sua seconda e ultima coppa dalle grandi orecchie mettendo la parola fine ad una lunghissima maledizione che era riuscita a stozzare l’urlo di gioia ai bianconeri anche nella tragica serata dell’Heysel . Dopo quell’indimenticabile serata romana però la Juventus ritornerà al suo antico vizietto perdendo altre quattro finali (Monaco 1997, Amsterdam 1998, Manchester 2003, Berlino 2015) e chissà se il prossimo quinto tentativo sarà finalmente quello buono?

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