L’11 gennaio del 1999 Fabrizio De André se ne andava. Sembrava quasi che quello che gran parte della critica aveva definito come il più grande cantautore italiano di tutti i tempi avesse deciso d’uscire di scena prima che fosse tardi, prima che gli toccasse vedere il trionfo di un’Italia che non gli piaceva, di cui già percepiva l’affermazione e contro cui aveva sempre predicato.

Era stato l’amico Paolo Villaggio, che con lui aveva condiviso tante avventure giovanili e successive, a dargli il soprannome di Faber: un’intuizione geniale, perché accomunava la predilezione di De André per i pastelli Faber-Castell per i suoi disegni e l’assonanza col suo nome. Sempre a Paolo Villaggio dobbiamo importanti monologhi e racconti di come, insieme agli altri amici, amassero trascorrere lunghe ore a criticare il “mondo borghese”: un po’ come un altro grande autore contemporaneo, Giorgio Gaber, faceva nella sua Milano. Erano in fondo anni in cui in Italia si confrontavano varie scuole, non solo musicali, concorrenti, ciascuna legata al proprio territorio d’origine: dalla Liguria alla Lombardia, dal Veneto alla Campania, e così via.

Non a caso, De André fu proprio fra i grandi protagonisti della cosiddetta Scuola Genovese, insieme a Bruno Lauzi, Gino Paoli, Umberto Bindi e Luigi Tenco. A quella nutrita e vivace scuola la musica italiana deve il grosso dell’innovazione conosciuta negli ultimi decenni, e De André non tardò ad assumervi, al suo interno, un ruolo di rilievo: prova ne siano le sei Targhe ed il Premio conferitigli dal Club Tenco.

In quarant’anni di lavoro, De André mise insieme qualcosa come quaranta album incisi in studio, oltre a numerose canzoni singole poi riedite anche in forma d’antologie: vere e proprie opere, classificate da molti critici come autentiche poesie, spesso dedicate a figure ribelle o emarginate come prostitute e poveri diavoli. Già dai primi Anni Settanta, infatti, non erano mancate antologie scolastiche che comprendevano quei testi: una consacrazione della loro valenza anche in campo scolastico, e non semplicemente culturale e musicale. Anche un grande poeta come Mario Luzi li elogiò, dando loro la definitiva patente di “poesia”.

Come tutti i grandi artisti, non volle limitarsi solo alla lingua ligure, ma esplorare anche altri idiomi, come il napoletano e il gallurese. Ciò favorì le sue numerose collaborazioni con altri grandi talenti come Nicola Piovani, la Premiata Fonderia Marconi, Ivano Fossati, Mauro Pagani, Massimo Bubola, Alvaro Mutis, Fernanda Pivano e Francesco De Gregori.

Dopo la sua morte, le istituzioni italiane cercarono in un qualche modo di compensare alla voluta disattenzione con cui l’avevano trattato finché era in vita, dedicandogli molte vie, piazze, parchi, scuole e biblioteche: numerosi sono gli esempi che potrebbero essere fatti in tal senso. Del resto, non era difficile capire le ragioni della diffidenza con cui la politica ufficiale, pur non potendo sottrarsi dall’omaggiare la sua grande notorietà e presa sul pubblico, l’aveva sempre trattato: De André era un visionario, con idee anarchiche e pacifiste, che lo portavano spesso a visitare la sede degli anarchici della vicina Carrara. Decisamente un po’ troppo per l’Italia della Prima come della Seconda Repubblica, a cui quell’anticonformismo spesso dava fastidio anche perché ne metteva a nudo la coscienza a volte un po’ troppo sporca. Anche a sinistra, nei partiti tradizionalmente esclusi dal governo, il suo non essere un perfetto allineato lo rendeva pur sempre una sorta di “alieno”, amato dalla base ma soltanto cordialmente accettato dalle Segreterie.

De André è morto da vent’anni, ma le sue “ballate” resteranno sempre immortali. E allora, come sempre avviene coi grandi artisti, possiamo dire che anche De André continui a vivere con noi, proprio attraverso quelle sue opere che ci hanno un po’ tutti cambiati, in meglio.

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