Le settimane successive al primo dibattito tra i due candidati alla presidenza degli Stati Uniti, il repubblicano Donald Trump e la democratica Hillary Clinton, sono stati caldi, nervosi e velenosi. Il che era ampiamente prevedibile, vista la campagna elettorale infiammata e le modalità di discussione durante il dibattito in TV del 26 settembre, che avevano ricalcato il solco di una profonda faglia nel sistema e nella società statunitensi. La strada che conduce al secondo round, il 9 ottobre, rischia di diventare già un croce-via essenziale, forse soprattutto per il candidato repubblicano, e si prefigurano i toni ancor più esasperati. Si potrebbe trattare di un dibattito da dentro o fuori.

A preoccupare sono innanzitutto i sondaggi: stando ai maggiori outlet, sembrano premiare la Clinton, anche se forse non solo per la cosiddetta “vittoria ai punti” ottenuta nel primo dibattito. Nelle consultazioni che vanno dal 26 settembre al 2 ottobre, solo UPI/CVoter ha dato in testa Trump (49% contro 47%), mentre altri istituti statistici hanno percepito tutti un vantaggio per la Clinton, con un’oscillazione dai 5 ai 7 punti percentuali. Anche i sondaggi del 4, del 5 e del 6 ottobre confermano tutti questa previsioni: Trump ha alcuni punti (forse 2, forse 5) di distacco dalla candidata repubblicana. In particolare, si tratta di un ritardo congenito, se non fisiologico, nei confronti di alcuni Stati (la East Coast) e di alcuni gruppi (neri, ispanici, omosessuali); giova però ricordare che Trump, nella prima metà di settembre, è quasi sempre stato in testa ai sondaggi, stando invariata la morfoglia elettorale appena delineata. Il che farebbe pensare che una rimonta del tycoon è tutto fuorché impossibile. E come i due candidati sanno benissimo, alle elezioni mancano poco più di un mese, nel quale assisteremo ad ancora due scontri TV (9 e 19 ottobre), e chissà a quali altre sceniche manovre elettorali.

Nel campo democratico si fa cerchio attorno alla candidata democratica, sfruttando le due armi che più di tutte hanno macinato consensi per la Clinton: la “paura-incertezza” nel caso di possibile vittoria di Trump e l’attacco pubblico e personale all’imprenditore newyorchese. A battere sulla prima, ci sta pensando una sorta di propaganda apocalittica simile a quella che fu usata per la Brexit: il FMI, dicustendo della possibile vittoria di Donald Trump, ha dichiarato che «il voto sta creando incertezza e l’incertezza non è mai buona per gli investitori», suggerendo addirittura che «non è da escludere un aumento dei tassi di interesse da parte della FED nei prossimi mesi». L’allarmismo economico, con un lieve sapore di “punitivo”, non è la prima volta che gioca a favore della candidata democratica, che è vista come “politico della stabilità e della continuità”: ciò la premia contro Trump, dichiaratamente a favore di radicali rotture. Non mancano però gli scivoloni anche da parte democratica, anche se sui media hanno decisamente meno risalto: da Wikileaks è emersa una estrema presa di posizione della candidata Clinton contro Assange, che ha dichiarato «Can’t we just drone this guy?» («Non potremmo ammazzare questo tipo con un drone?»). Tuttavia, il fronte democratico gode di un modo dello spettacolo, della finanza, del giornalismo, e degli intelletuali che sta facendo quadrato attorno all’ex First Lady: le élite (o forse il culturame?) tetragone per salvare una società in scatafascio di fronte alla nuova sfida lanciata dalla politica anti-establishment di Trump.

Ulteriori endorsement pro-Clinton sono avvenuti dopo il dibattito: questa volta dai quotidiani nazionali USA Today e The Atlantic. La prima testata ha invitato pubblicamente a votare per la candidata democratica, sciorinando verso il tycoon un linguaggio durissimo. Trump viene definito «senza il temperamento, la preparazione, la fermezza e l’onestà adatte alla presidenza», un portatore di «indifferenza e ignoranza», concludendo con un climax di critiche quasi sul personale: «Inaffidabile, male equipaggiato per essere Comandante in capo, portatore di pregiudizi, con alle spalle un’attività imprenditoriale con luci e ombre; parla in maniera sconsiderata, ha imbarbarito il dialogo nazionale ed è un bugiardo seriale». The Atlantic (che in 159 anni di vita aveva dato endorsement solo due volte, con Lincoln nel 1860 e nel 1964 con Johson) ha definito Trump «un demagogo, uno xenofobo, un sessista, un ignorante, un bugiardo». Il New York Times, altro quotidiano di grande rilievo internazionale, aveva espresso posizioni altrettanto dure solo pochi giorni prima del dibattito, definendo Trump «spaccone», «bugiardo» e portatore di «nazionalismo xenofobo». E questi sono solo alcuni dei maggiori quotidiani a prendere parte, quasi tutti schierati dalla parte della Clinton (recenti gli endorsement di Vanity Fair e persino di quotidiani storicamente anti-dem). Per la votazione dell’8 novembre, finora solo il Wall Street Journal non ha esplicitato endorsement; tutti gli altri outlet e media di rilievo, capaci da soli di monopolizzare l’informazione, hanno fatto una scelta di campo. Sotto il profilo comunicativo, sotto il profilo dell’indirizzamento dell’opinione pubblica e delle notizie, il tycoon gode di un handicap irremediabile: la Clinton ha de facto una pletora di giornalisti e di canali comunicativi a suo sostegno e con il mirino puntati verso il repubblicano.

Il Partito Repubblicano, dopo lo scontro del 26 settembre tra i due candidati, ha potuto, sembra dai giornali, riguadagnare terreno vincendo nello scontro dei vice-presidenti: il repubblicano Mike Pence ha affrontato, il 5 ottobre, il democratico Tim Kaine. Nel modo di Pence di presentarsi si sono riscontrate nette rotture rispetto a Trump: più “moderato” nei toni, sempre calmo e padrone del proprio linguaggio, senza bisogno di seguire obtorto collo le prese di posizioni di Trump. Tim Kaine è apparso piuttosto incline all’ira, con soventi interruzioni e con una difesa ad oltranza, a tratti esagerata, della Clinton (ad esempio quando le ha attribuito tutti i meriti del successo del negoziato nucleare con l’Iran). Difficilmente però il duello dei vice potrà essere influente: questo era l’unico in programma, e la media dei telespettatori si è assestata su 40-50 milioni (la metà circa del duello Trump-Clinton).

Al di là della buona impressione suscitata da Mike Pence, Donald Trump, man mano che i giorni sono passati dal duello, si è ritrovato sempre più in difficoltà, e non unicamente nei sondaggi. Innanzitutto è stato circondato da degli scandali finanziari ed economici emersi solo di recente (più indiscrezioni che altro, fino ad ora): secondo il Newsweek, nel 1988 Trump violò l’embargo contro Cuba per spese di circa 70mila dollari, aggirando le restrizioni attraverso tutta una serie di manovre per investire nell’isola; cosa che, politicamente, fa storcere il naso ai cubani della Florida (storicamente anti-castristi), e che mette in imbarazzo certe sue prese di posizione anticubane. Attizzando ulteriormente il fuoco incrociato, a quanto ha rivelato un consorzio di giornali (tra cui Guardian e New York Times), il candidato repubblicano avrebbe violato anche le sanzioni contro l’Iran. Tra il 1998 e il 2003 ha affittato a New York un ufficio ad una banca iraniana soggetta a sanzioni economiche perché accusata di legami con “il terrorismo” e “il programma nucleare”. Anche in questo caso si tratta di un paese che Donald Trump ha attaccato a più riprese, sconfessando l’accordo sul nucleare come svantaggioso.

Alle due tegole economiche cadute su di lui, e nonostante abbia ricevuto l’ex leader dell’UKIP Nigel Farage per “prepararsi” al 9 ottobre, un altro scandalo legato al passato del tycoon è rimbalzato tra i media USA. Sono infatti emerse alcune frasi a microfono spento dette da Trump nel 2005, nelle quali fa commenti offensivi e sprezzanti nei confronti delle donne: tra le varie dichiarazioni alcune riguardano allusioni indiscrete a delle donne («Quando sei una star le donne te lo lasciano fare», con una evidente allusione sessuale), commenti inopportuni sull’averci provato con una donna sposata, e apprezzamenti piuttosto volgari («La tua donna ha un bel culo. Prendo delle mentine nel caso dovessi baciarla in scena»). Un putiferio, questo, che ha scomodato l’intera politica americana: dai democratici, come era ovvio, allo stesso Partito Repubblicano e ai suoi vertici (che, addirittura, hanno avanzato una improbabile ipotesi di sostituzione Pence-Trump), ma che ha totalmente fatto cadere nel dimenticatoio il fatto che Wikileaks abbia pubblicato 2.000 email legate alla candidata democratica Hillary Clinton, che vanno da conversazioni politiche, ad attività economiche. Queste dichiarazioni, sicuramente inopportune, ma che Trump ha definito «chiacchiere da spogliatoio» hanno avuto un tale rimbalzo nei media da oscurare, addirittura, l’uragano Matthew, che ha fatto centinaia di morti.

Di fronte a delle dichiarazioni simili, Trump si è subito scusato pubblicamente tramite social network, ribadendo alcuni concetti chiave su di sé e sulla sua politica: «Non ho mai detto di essere una persona perfetta, non ho mai preteso di essere qualcuno che non sono. Ho detto e fatto cose delle quali mi pento, e queste parole, rese pubbliche oggi da un video di più di un decennio fa, sono una di quelle. Chiunque mi conosce sa che quelle parole non riflettono la mia persona. Ho detto ciò, ho sbagliato, e chiedo scusa». Trump ha poi spiegato il fatto il fatto che sia una persona diversa, che in tutti quegli anni sia cambiato, e che «ho detto cose sciocche, ma c’è una grande differenza tra le parole e le azioni». E, cercando di rispedire al mittente questa campagna abilmente organizzata contro di lui, ha puntato il dito verso gli scandali sessuali di Bill Clinton, per i quali i media statunitensi non hanno mai organizzato simili campagne mediatiche. Una delle poche cose che, forse, possono “consolare” Trump è l’endorsement, arrivato tardissimo, di Ted Cruz, poco prima del dibattito del 26 settembre.

Nel dibattito televisivo di domani, probabilmente si decide una grande fetta del futuro dell’America: Hillary Clinton si presenta ai microfoni con la “sicurezza” dei sondaggisti, con il sostegno dei media mainstream, delle celebrità hollywoodiane, delle opinioni pubbliche europee, dei preziosi soldi sauditi e di Soros, e con l’appoggio di tutti i bastioni della “tradizionale” politica statunitense. Donald Trump si recherà da solo, senza nessun endorsement tra i primi 100 giornali USA, senza il sostegno del suo stesso partito, che non vuole accettare il guanto di sfida che l’imprenditore newyorchese ha lanciato al popolo statunitense. In pratica, la stessa situazione di solitudine e di ostilità di quando Trump si candidò alle primarie repubblicane: situazione, però, che invece di concludersi in umiliante ritirata divenne un trionfo inaspettato e vulcanico.

Di Leonardo Olivetti

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