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Vespa e Lambretta, due universi allo scontro nell’Italia del boom economico Anni ’50 e ’60, esattamente come potevano esserlo Guzzi e Gilera, Coppi e Bartali, Milan ed Inter, Torino e Juventus, la Roma e la Lazio: insomma, perfetti schieramenti in cui racchiudersi per battagliare contro gli avversari in quell’Italia da sempre divisa in opposte fazioni, sin dai tempi dei Guelfi e dei Ghibellini.

La prima la produceva la Piaggio di Pontedera, azienda nata come aeronautica che nell’immediato Secondo Dopoguerra aveva l’urgente necessità di riconvertirsi alla produzione civile. Dopo una serie di tentativi infruttuosi e neppure approdati alla produzione (si pensi al “Paperino”), grazie al genio del progettista Corradino d’Ascanio nacque proprio lei, la Vespa. Inizialmente sembrava un insuccesso: le sue vendite erano, in quel 1946, sotto le aspettative. Ma dopo un inizio in sordina, la Vespa divenne rapidamente un grande successo, prodotto e replicato anche all’estero, dall’India al Sudamerica, dove ad introdurla fu nientemeno che un ex pilota, Fangio, convertitosi per quell’occasione in imprenditore.

La seconda la produceva la Innocenti di Lambrate, alle porte di Milano: il suo patron, Ferdinando Innocenti, era definito “il re dei ponteggi” e tuttora si usa parlare di “tubi Innocenti” per intendere le strutture meccaniche con cui vengono realizzate le impalcature dei cantieri. Nell’Italia della Ricostruzione post bellica, di tubi Innocenti ce n’era un gran bisogno, ma anche Ferdinando Innocenti era attratto dall’idea della motorizzazione popolare: e così affidò a Pier Luigi Torre il compito di costruire il nuovo scooter che avrebbe preso il nome di “Lambretta”, dal fiume Lambro che scorre proprio accanto agli stabilimenti Innocenti. Anche la Lambretta avrebbe fatto proseliti all’estero: l’India e la Spagna sarebbero state, storicamente, le sue due principali roccaforti.

La Vespa fu sempre fedele alla sua formula iniziale: scocca portante, motore posizionato direttamente a lato della ruota posteriore senza bisogno di ulteriori organi di trasmissione come alberi e catene, e così via. La Lambretta, al contrario, nacque inizialmente “nuda” e in seguito divenne carenata, aveva un telaio da cui dipendevano tutti gli organi meccanici e il motore era posizionato centralmente, davanti alla ruota posteriore, e collegato a questa dapprima tramite un cardano e in seguito con una catena opportunatamente carenata.

La Vespa fu sempre un successo commerciale, anche perchè in essa la Piaggio credette sempre, continuando continuamente ad investirvi. La Lambretta, invece, ad un certo punto vide scemare il suo successo, perchè l’Innocenti a partire dagli Anni ’60 si lasciò attrarre dalla prospettiva di produrre automobili su licenza della britannica BMC, e così la Mini Minor prese lentamente il suo posto finchè nel 1971 lo scooter milanese non venne definitivamente pensionato.

Si può quindi dire che la Vespa abbia trionfato sulla Lambretta, sopravvivendole e seppellendo la rivale. Ma la vittoria morale, bisogna riconoscerlo, è andata proprio alla Lambretta, perchè tutti gli scooter di oggi replicano il suo schema invece che quello della rivale di Pontedera: hanno il telaio, su cui sono fissati organi meccanici ed elementi della carrozzeria, e il motore centrale. La Vespa, da questo punto di vista, è rimasta un caso unico, a sè stante, che neppure la stessa Piaggio replica per il resto della sua gamma: i vari Beverly, Liberty, ecc, dalle piccole alle grandi cilindrate hanno lo schema mutuato dalla Lambretta.

La Vespa vendette sempre un po’ di più della Lambretta, anche perchè era più economica da mantenere: tra cuscinetti, coppie coniche e compagnia bella lo scooter milanese richiedeva, per la manutenzione, sempre diverse ore di lavoro al meccanico. Ma per contro la Lambretta era più stabile e veloce, proprio in virtù del motore centrale anzichè laterale, e col 1961 grazie alla versione TV III di 175 cc sorpassò la Vespa sia tecnicamente che esteticamente, sfoggiando addirittura fra le tante primizie di quel fortunato modello anche il freno a disco anteriore. A quest’ultimo la Vespa sarebbe arrivata solo negli Anni ’90, dapprima con le ET del 1996 snobbate dai vespisti più puristi e nel 1998 col rifacimento della classica PX.

Insomma, forse non tutti saranno d’accordo, ma quella fra Vespa e Lambretta è stata dopotutto una sfida finita alla pari.

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Nato a Pisa nel 1983. Direttore Editoriale de l’Opinione Pubblica. Esperto di politica internazionale e autore di numerosi saggi.

UN COMMENTO

  1. Ma che dite…….. Provate a chiedere ai Vespisti come è finita la sfida che avevano lanciato ai Lambrettisti al palazzo del Lingotto a Torino….. I Lambrettisti li hanno fatti N E R I in tre Prove……Dalla Vergogna, i Vespisti, hanno fatto circolare la voce che questa sfida non c’è mai stata………..

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