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Le belve di Rimini: Butungu, congolese era l'unico maggiorenne

I profili umani e criminali dei membri della gang di immigrati stupratori di Rimini, sconfessano le analisi sociologiche ed antropologiche sull’immigrazione che vanno per la maggiore, sia quelle di sinistra che quelle di destra.

Tre dei quattro autori dei “turpi, brutali e ripetuti atti di violenza”, come li ha definiti il pm bolognese Silvia Mazzocchi nel decreto di fermo, sono minorenni. Due marocchini, un nigeriano ed un congolese. Nessuno di loro, compreso il maggiorenne, è figlio delle “banlieues”.

I giovani che tra il 25 e il 26 agosto hanno prima aggredito una coppia polacca nel bagno 130 di Miramare, stuprando lei, e poi abusato di una trans peruviana lungo la Statale, sono viziati, violenti, privi di scrupoli e amanti della bella vita.

Fondamentale per individuare tutti i componenti del commando dell’orrore, è stata la confessione resa sabato dai due fratelli marocchini di 15 e 16 anni. Sono stati loro a dare indicazioni sugli altri due compagni di crimine. Il terzo giovane è stato bloccato poche ore dopo dagli agenti dello Sco. Hanno tutti e tre precedenti per furterelli e spaccio di droga.

Più complessa è stata la cattura del “capobranco”, Guerlin Butungu, 20 anni, congolese arrivato nel 2015 in Italia e regolare in Italia grazie a un permesso per motivi umanitari.

E’ stato arrestato da due donne, agenti dello Sco e della squadra Mobile, nella stazione di Rimini, dove era in transito a bordo di un treno sul quale era salito a Pesaro. Secondo gli inquirenti, il ragazzo era diretto a Milano ed aveva in mente di fuggire in Francia.

Quando il “rifugiato”, armato di coltello, si è accorto di essere circondato, ha abbandonato la bicicletta ed è scappato all’interno del parco, dove ha fatto perdere le tracce. Ma non ha fatto i conti con la localizzazione del cellulare. La polizia lo ha intercettato mentre tentava di dileguarsi di nuovo. A quanto pare, al momento della cattura non ha mostrato alcun segno di pentimento o di cedimento emotivo.

I due fratelli di 15 e 17 anni, protagonisti della notte dell’orrore a Rimini, sono figli di una coppia di marocchini residenti nella provincia di Pesaro. Il terzo, 16 anni, è figlio di nigeriani ed è nato qui, nelle Marche. Butungu sbarcò a Lampedusa quando aveva 16 anni. E’ stato inizialmente ospitato nella comunità Acquaviva di Cagli, ottenendo lo status di rifugiato per motivi umanitari. Successivamente, per circa otto mesi, è andato ad abitare in una struttura (Freedom) con altri quindici rifugiati, a Pesaro. Poi ha frequentato un corso di cameriere ed ha prestato servizio presso il ristorante “La Perla” di Fano. Osservando il suo profilo facebook (https://www.facebook.com/guerlin.butungu), si può notare come il ragazzo avesse un tenore di vita molto più alto delle sue possibilità.

 

 

Decisiva per incastrare i quattro è stata la diffusione dalle immagini riprese dalle telecamere di sorveglianza nelle zone dove una settimana fa sono avvenute le aggressioni.

Il padre dei fratelli marocchini dopo aver riconosciuto i figli dalle foto, ha riferito di aver detto ai figli “di andare subito dai carabinieri”, aggiungendo che “può capitare che uno rubi un telefonino, ma non che uno violenta una donna. Se hanno fatto una cosa del genere devono pagare”.

L’uomo, un saldatore residente da anni in Italia, ha dichiarato di aver esortato ai ragazzi di dire la verità.

E ancora: “Io lo so come funziona il giro. Gli errori li ho fatti anche io. Mi sono ubriacato, ho rubato, ho fatto risse. Quindi, primo, con la transessuale hanno rischiato perché potevano essere rintracciati dal protettore Ma poi hanno rischiato anche per la violenza alla donna polacca. Perché, lo dico chiaro, se qualcuno violenta una delle mie donne, mia moglie o mia madre o mia figlia, io lo ammazzo”.

Parole che denotano purtroppo l’adesione ad un modello culturale e sociale profondamente permeato dalla violenza. E’ su questo che i “buonisti” per ideologia o per professione che inneggiano all’inclusione ad ogni costo, dovrebbero interrogarsi con onestà. I fatti di Rimini non possono essere considerati come semplici episodi di cronaca nera.

La diffusione dei particolari sulle condotte di vita dei quattro aguzzini della ragazza polacca e della trans peruviana, stanno facendo montare la rabbia sui social e c’è chi teme che i minorenni, le cui generalità non saranno rese note sui giornali come da codice penale e “Carta di Treviso”, potrebbero pagare un conto molto esiguo con la giustizia. E non hanno tutti i torti. Avranno diritto ad uno sconto di un terzo della pena in quanto minorenni, e di un altro terzo se chiederanno il rito abbreviato. Potrebbero dover scontare non più di cinque anni di pena o addirittura meno con il trasferimento in una comunità, dopo un paio d’anni di carcere, “per favorire il processo di integrazione sociale del condannato”.

 

 

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