Il copione dell’imperialismo criminale Occidentale, padre e madre delle peggiori sventure del genere umano, è stato seguito alla perfezione. La Westminster Magistrates’ Court di Londra ha emesso l’ordine formale di estradizione negli Usa per Julian Assange durante l’udienza a cui il giornalista e attivista australiano ha assistito in video-collegamento.

L’ordine di estradizione nei confronti del fondatore di Wikileaks è stato emesso durante una breve udienza, durata solo sette minuti, dal giudice Paul Goldspring.

“In parole povere, ho il dovere di inviare il caso al ministro per una decisione”, ha affermato il magistrato. Parole aride, formali, senza umanità. Taglienti come pietre con le quali si sta consumando la lapidazione di un uomo libero.

Ora, salvo un ricorso con pochissime possibilità di successo presso l’Alta Corte, spetterà al ministro degli Interni, Priti Patel, dare il suo via libera finale al trasferimento di Assange negli Stati Uniti, dove rischia una condanna fino a 175 anni di carcere per aver contribuito a diffondere documenti riservati su crimini di guerra commessi dalla forze statunitensi durante le guerre d’occupazione in Iraq e Afghanistan. Il consenso della Patel è previsto entro un termine massimo di 28 giorni.

Il giornalista australiano, rinchiuso dall’11 aprile del 2019 nella prigione londinese di massima sicurezza di Belmarsh, è stato privato della libertà il 7 dicembre 2010. E da quel momento non l’ha più riacquistata. Per lui le star hollywoodiane non si sono strappate i capelli e non hanno inzuppato di lacrimoni red carpet, palchi e moquette. Per lui nessun celebrato artista di “sistema” si è inchiodato i testicoli neanche sulla più sperduta delle stradine del più anonimo dei paesi. Pasionarie e tiratori scelti di polveri bianche sono in altre faccende affaccendati. L’australiano non merita pietà, perché ha tolto la maschera a chi tiene in piedi il circo delle ipocrisie.

Se non avesse osato toccare gli Stati Uniti e fosse stato sottoposto alla millesima parte del trattamento che sta subendo in una prigione iraniana, siriana, cinese o russa, i governi europei, al primo colpo di frustino proveniente da Washington, avrebbero condannato pubblicamente tali regimi come barbari, immorali e corrotti. Invece tacciono e si fanno sponda in una miserabile congiura del silenzio.

Le condizioni di salute di Julian Assange, che il 23 marzo ha sposato in carcere l’avvocatessa sudafricana Stella Morris, la compagna che gli ha dato due figli durante il periodo d’asilo nell’ambasciata ecuadoriana, non sono delle migliori. Ha perso molto peso e mostra evidenti segni di torture psicologiche. Se verrà estradato negli Stati Uniti, morirà in prigione.

Julian Assange è la voce di quella coscienza che la fantomatica “parte giusta” del mondo vuole soffocare ad ogni costo. E’ il lupo descritto da Ernst Jünger. Un essere umano dall’animo nobile e fiero che non ha dimenticato cos’è la libertà. Il rischio che possa aprire gli occhi al gregge, trasformandolo in branco, è l’incubo dei potenti. Ed è anche la sua condanna.

Ernesto Ferrante
Giornalista professionista, editorialista, appassionato di geopolitica