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Tra i numerosi termini psicologici che, negli ultimi anni, sono diventati noti a un grande pubblico di non specialisti, una menzione particolare merita quello di ‘autostima’, ovvero dell’insieme di giudizi valutativi che un individuo dà di se stesso.

La definizione classica risale al 1890, quando il filosofo newyorkese William James teorizzò il livello di autostima come risultato del confronto tra le aspettative dell’individuo e ciò che egli ottiene nella realtà: un’eccessiva discrepanza tra i risultati desiderati e quelli conseguiti può causare una bassa autostima e, perciò, stati di malessere psicologico.

La definizione di James è di tipo prettamente pragmatico, mentre numerosissime altre, proposte in seguito, tengono in conto anche di ciò che la persona è o, per meglio dire, pensa di essere e non solo su ciò che è capace di fare, ma rimangono comunque tutte legate ad un giudizio di valore.

Ciò che invece manca alla psicologia è un concetto relativo a quello che comunemente viene definito, semplicemente, “volersi bene”, “amare se stessi”, che pure costituisce una componente della salute mentale ben più importante della stessa autostima.

Un prezioso aiuto per comprendere le ragioni di questa grave e diffusa lacuna teorica può essere la lettura della prima lezione tenuta al ‘Collège de France’, nel 1982, da Michel Foucault, che là deteneva la cattedra denominata ‘Storia dei sitemi di pensiero’.
La trascrizione dell’intero corso va a costituire il testo ‘L’ermeneutica del soggetto’.

La tesi di fondo che viene enunciata è che il pensiero occidentale moderno si sia sbilanciato sulla nota formula delfica ‘conosci te stesso’, disinteressandosi della ‘cura di sé’ che ne è il presupposto: “è necessario occuparsi di se stessi, è necessario non dimenticarsi di se stessi, è necessario prendersi cura di se stessi. E’ solo nel contesto di tutto ciò che appare e viene formulata la regola ‘conosci te stesso’, proprio come se si trattasse del momento culminante di tale cura” (‘L’ermeneutica del soggetto’, Feltrinelli, Milano 2003, pag 6-7).

Il filosofo transalpino si proponeva di comprendere perché la cura di sé “sia stata a tal punto trascurata” (pag.14) e identificava come la maggiore, seppure non l’unica, delle cause in ciò che definiva, in modo consapevolmente impreciso, “momento cartesiano”, imprecisione dovuta al fatto che René Descartes non fece altro che formalizzare una tendenza che stava prendendo forma da più di un millennio: per Foucault ad agitare il Cristianesimo nel lunghissimo periodo compreso tra il V ed il XVII secolo è stato “non un conflitto tra la spiritualità e la scienza, ma tra la spiritualità e la teologia” (pag. 22).

Presupposto della spiritualità è che “la verità è concessa al soggetto solo alla condizione che venga messo in gioco l’essere stesso del soggetto, poiché così com’egli è, non è capace di verità” (pag. 17). Il passaggio dalla ricerca di una conoscenza che è tale solo se trasforma chi la ottiene, ad una legata soltanto a condizioni estrinseche rispetto al soggetto, ha fatalmente portato a trascurare “il movimento per mezzo del quale, per converso, la verità giunge a lui e lo illumina”, che secondo l’autore possiamo chiamare “indipendentemente dalla direzione in cui procede, movimento dell’eros (amore)” (pag. 18). In pratica ciò che è stato escluso è il sentimento del cosiddetto “amore incondizionato”, che prima era invece considerato il prerequisito necessario anche solo per tentare di conoscere la verità.

Caratteristica saliente di questo sentimento è che va per l’appunto in ogni direzione, non esclude nessuno e quindi comprende anche l’amore per se stessi, che si manifesta e si alimenta proprio attraverso la cura di sé, che non ha come obiettivo la guarigione, quanto piuttosto una trasformazione.

Il fatto che troppo spesso, pur con qualche notabile eccezione, né i sacerdoti, più interessati al comportamento morale dei fedeli, né gli psicoterapeuti, centrati piuttosto sull’autostima e sulla performatività dei pazienti, né i filosofi, impegnati a dissertare su questioni prive di un reale impatto sulla vita delle persone, esortano gli individui ad aver cura di sé e a volersi bene, ha lasciato enormi praterie a disposizione di figure quali ‘lifecoach’, ‘consulenti filosofici’ o ‘spirituali’ e così via (vedi http://www.opinione-pubblica.com/gli-psicoterapeuti-imprevisti-concorrenti/).

E’ vero che in quest’ambito alcuni loschi personaggi cercano di perseguire iniqui vantaggi personali, ma bisogna riconoscere anche la benemerita presenza di coloro che insegnano che è necessario occuparsi di se stessi, non dimenticarsi di se stessi, prendersi cura di se stessi.

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