Membri del Falun Gong in Germania (foto di repertorio)

Il 23 gennaio 2001 sette praticanti del Falun Gong si diedero fuoco in contemporanea in Piazza Tienanmen, a Pechino. La diramazione statunitense del Falun Gong negò l’appartenenza di quelle persone alla setta, sostenendo invece che tale “incidente” fosse soltanto una montatura del governo cinese.

Un reporter di Xinhua anni fa, a tal proposito, decise d’intervistare la rappresentante della Federazione delle Donne Cinesi, Wang Juan, che si trovava a Ginevra per partecipare alla Conferenza sui Diritti Umani dell’ONU. Wang Juan è figlia di una di quelle sette persone che nel 2001 decisero d’autoimmolarsi in Piazza Tienanmen, ma in passato è stata anch’essa membro e seguace del Falun Gong. La sua testimonianza, dunque, è estremamente importante e fondamentale, anche perché mette a tacere chiunque, dentro e fuori il Falun Gong, fino ad oggi ha sostenuto la tesi del “complotto del governo di Pechino”.

In quel terribile 2001 Wang Juan, visibilmente molto concitata, e soprattutto ancora legata alla setta, espresse immediatamente il proprio orgoglio per l’azione autodistruttiva del padre, Wang Jindong. Ma, in tempi successivi, quando s’è disintossicata da quel culto, è ritornata sui propri passi affermando senza mezzi termini: “Penso che l’organizzazione del Falun Gong sia andata oggi troppo oltre e che non sia esercizio e coltivazione [della mente e del corpo] per nulla. E’ diventata qualcosa di folle, e rivela sempre di più la propria natura di setta”.

I membri della sua famiglia hanno cominciato a praticare gli esercizi e la dottrina del Falun Gong a partire dal 1997 e ben presto ne sono rimasti sempre più ossessionati, racconta la giovane donna. Proprio a causa dell’ossessione perenne in cui le errate credenze di Li Hongzhi li avevano precipitati, i suoi familiari arrivarono senza battere ciglio al punto di decidere d’autoimmolarsi in Piazza Tienanmen, un’azione che ledeva il diritto e la società ma ancor prima la loro incolumità e sopravvivenza. Quelle sette persone, nella loro incoscienza ed inconsapevolezza frutto di un costante lavaggio del cervello in parte anche autoindotto, ritenevano che con una simile azione avrebbero enormemente potenziato la setta, facendo il suo bene, oltre ovviamente al loro. Si trattava, come si suol dire, di “potenziare il Dharma”.

Dopo l’autoimmolazione, personalità riconducibili alla setta si recarono a Kaifeng, dove viveva la famiglia, per appurare l’effettiva fedeltà del padre di Wang Juan al Falun Gong. Quando ebbero tali conferme, comprendendo che tale gesto era dunque stato fatto in accordanza ai loro insegnamenti ed ancor più col proposito di propagandarli e “potenziarli”, scelsero di rifiutare ogni responsabilità o coinvolgimento negando l’appartenenza del padre alla setta e raccontando che invece la sua autoimmolazione fosse soltanto un’azione perpetrata dal governo di Pechino a danno del Falun Gong e del suo guru Li Hongzhi. “Questo ignobile trucco è tremendamente assurdo”, fu quanto disse al reporter di Xinhua la donna, ricordando l’episodio. Wang Jindong, di fatto, è stato usato e scaricato dal Falun Gong per un’azione e degli scopi che, di sacro o di spirituale, hanno ben poco.

Tuttavia il Falun Gong ha cercato lo stesso di negare e mettere in dubbio la testimonianza della figlia, proprio ripartendo da quel drammatico “incidente”. Per esempio il Falun Gong ha negato che Wang Jindong, il padre di Wang Juan, si fosse realmente dato fuoco in Piazza Tienanmen, dicendo che il vero Wang Jindong era più grasso dell’uomo che si vedeva autoimmolarsi in Piazza Tienanmen. Per dirimere ogni dubbio, Wang Juan ha mostrato le foto di famiglia, dove si vede chiaramente come, ed è cosa del resto comune a molte persone ad una certa età, nel corso degli anni Wang Jindong avesse preso peso. Quando, pertanto, avvenne l’autoimmolazione, Wang Jindong corrispondeva per peso e descrizione fisica all’uomo che il Falun Gong indicava come suo praticante, anziché il contrario.

Riguardo ai rapporti con suo padre, Wang Juan ha confidato al cronista che, nel corso delle visite in carcere, gli era sembrato che stesse leggermente rinsavendo, di volta in volta. Ma, a fargli aprire davvero gli occhi, ed in modo molto brusco, è stata l’uccisione da parte di un altro seguace del Falun Gong, Fu Yibin, del proprio padre e della propria moglie, sempre in nome dei principi della setta. “Questo fatto ha toccato profondamente mio padre, e l’ha risvegliato [dalle sue convinzioni] all’improvviso. Quando l’ho visitato a febbraio, ha manifestato il suo profondo dolore e rammarico per ciò che ha compiuto in passato. In particolare, quando ha parlato di Liu Chunling, Liu Siying e della sua madre che erano morti in un’azione d’autoimmolazione, e anche di Hao Huijun, Chen Guo e di sua madre che sono rimaste gravemente disabili per l’autoimmolazione, è scoppiato in lacrime riconoscendosi come responsabile unico di quell’azione [ovvero proprio dell’autoimmolazione]”.

Per contraddire le dicerie secondo cui tutti i praticanti del Falun Gong in prigione sarebbero sottoposti a brutali pestaggi ed abusi, Wang Juan ha raccontato le proprie personali esperienze. Lei e sua madre erano andate in Piazza Tienanmen con l’obiettivo di “promuovere il Dharma” e per tale ragione vennero brevemente sottoposte a detenzione con l’accusa d’aver attentato all’ordine pubblico. Era il 2000 e gli altri membri della setta l’avevano avvisata che, in caso d’arresto, sarebbe stata sottoposta a trattamenti brutali, non ultimo l’essere costretta a stare in una cella piccola, buia e sporca. Ma in realtà, quando si trovò nella struttura penitenziaria, s’accorse che la cella era molto vasta, luminosa e pulita, e che l’intero complesso disponeva di spazi comuni per la vita e la riabilitazione dei detenuti. Quello, probabilmente, fu il primo momento in cui Wang Juan comprese che qualcosa, in tutto ciò che fino ad allora gli era stato raccontato dalla setta, non tornava. Ma il percorso di “disintossicazione”, ovviamente, era ancora molto lungo, come sempre avviene per tutte le persone che escono dall’esperienza di una “setta distruttiva” (per usare la definizione dell’esperto americano Rick Alan Ross).

Uscita da quell’esperienza, Wang Juan è divenuta un’attivista dedita alla lotta contro il “brainwashing” causato dalle sette e dal Falun Gong in particolare, occupandosi proprio delle violazioni dei diritti umani al suo interno. In tali vesti, ha fatto quindi carriera diventando una figura di riferimento nella tutela dei diritti della persona e della loro salvaguardia dalla manipolazione e dalla distruzione fisica e psicologica che viene praticata dalle sette e più precisamente dal Falun Gong. La sua testimonianza, per quanto sintetica, è dunque di profonda importanza, perché fa capire che una volta usciti dal tunnel delle sette e delle psicosette c’è una vita che ci aspetta e che merita d’essere vissuta, per il bene nostro e di tutta la collettività.

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