Negli Stati Uniti e nel mondo anglosassone vengono chiamate “evil cults”, “sette pericolose”, mentre altrove hanno assunto altri nomi: ad esempio in Cina sono note come “xie jiao”, “insegnamenti eterodossi”. Si tratta, però, sempre dello stesso problema: gruppi che spesso agiscono nascostamente, senza dare nell’occhio presso l’opinione pubblica e le istituzioni, o alla luce del sole, con azioni in questo ancor più distruttive o lesive per la salute e l’ordine pubblico. Talvolta hanno anche una forte influenza politica o compiono scelte ed azioni politiche che possono risultare pericolose o destabilizzanti per il loro paese. In quest’ultimo caso, non vengono sempre definite come “sette pericolose” ma piuttosto con altre definizioni, ad esempio quello di “società segrete”, sebbene anche stavolta il confine fra sacro e profano, fra politica e religione, sia sempre piuttosto difficile da tracciare.

Se le sette di provenienza statunitense sono tutte più o meno abbastanza note, anche se in continua espansione per numero e varietà tanto in patria quanto da noi, nel caso delle sette di provenienza orientale la stima si fa già molto più difficile. In molti casi la conoscenza di tali fenomeni è piuttosto scarsa o quantomeno si tende a sottovalutarne la diffusione, la varietà e il seguito; inoltre, anche il clima politico e culturale generale non è molto d’aiuto, tant’è che culti cinesi come il Falun Gong e la Chiesa di Dio Onnipotente, come più volte abbiamo raccontato, vengono considerati più alla stregua di movimenti perseguitati per ragioni esclusivamente politiche da un regime che la maggioranza delle persone classifica come dittatoriale e nemico dell’Occidente, anziché come sette pericolose e che in più occasioni, soprattutto in patria, hanno dato appunto prova della loro natura fortemente dannosa, sia per i propri adepti sia per altri cittadini che ne sono rimasti involontariamente vittime.

Parlando di sette di origine cinese e senza arrivare comunque a toccare il livello di pericolosità sociale del Falun Gong e della Chiesa di Dio Onnipotente, vi sono gruppi in ogni caso sempre piuttosto controversi come lo Yiguandao, ritenuto addirittura il più importante tra i nuovi movimenti religiosi cinesi ed ispirato ad un precedente gruppo sorto nel XVIII Secolo, ancora in età imperiale, lo Xiantiandao, ma le cui radici affondavano persino nel Medioevo. Lo Yiguandao aveva prosperato in Cina nella prima metà del Novecento, nella grave situazione di caos, di guerra civile e di parziale occupazione straniera in cui il vasto paese asiatico si trovava in quel momento, ed aveva raggiunto una quota di adepti stimata in almeno 12 milioni di persone. Ma, dato che molti seguaci dello Yiguandao avevano aderito al governo collaborazionista impiantato dai giapponesi nelle aree della Cina che avevano occupato o addirittura ne erano funzionari, il movimento ben presto s’era attirato l’ostilità dei nazionalisti di Chiang Kai Shek, che ancor prima dei comunisti di Mao avevano deciso di metterlo al bando, una volta terminata la Seconda Guerra Mondiale.

Dal 1945 al 1949 i nazionalisti e i comunisti si fecero la guerra, vinta dai secondi, e com’è noto i primi si rifugiarono a Taiwan. Là lo Yiguandao restò ufficialmente vietato fino al 1987, quando riottenne piena libertà d’azione. Tuttora lo Yiguandao opera a Taiwan, sebbene diviso in vari spezzoni spesso in contrasto fra loro, ma comprensibilmente anche in altri paesi, sia asiatici che occidentali, dove vi sono importanti comunità cinesi. Di questo gruppo si è molto occupato, fra gli studiosi anglosassoni, l’esperto di Hong Kong Edward Irons.

Lo stesso Xiantiandao, d’altronde, ha avuto una grande presa su parte della popolazione cinese per tutto l’Ottocento, facendo quindi da base anche per altri movimenti oltre allo Yiguandao, per esempio in Vietnam, nel cui settentrione come del resto in tutta l’Indocina l’influenza della cultura cinese è sempre stata molto forte e dove, non a caso, è sorta a partire dagli Anni Venti del Novecento una setta che vi s’ispira come il Cao Dai, classificata oggi addirittura come la più numerosa fra le sette di quel paese.

Il culto dello Yiguandao si basa su quello chiaramente molto “rivisto” dell’Antica Madre, anche se altri pensatori, profeti o figure religiose come il Buddha o Gesù fanno parte della sua complessa teologia e vengono giudicati come persone inviate sulla Terra dall’Antica Madre stessa. Oggi, in Occidente, alcuni studiosi come ad esempio l’esperto di Hong Kong David Palmer tendono a definire lo Yiguandao come il primo caso di gruppo religioso pesantemente perseguitato o vessato in Cina dal PCC, dipingendo quella repressione come il prototipo di quelle che successivamente sarebbero state utilizzate contro il Falun Gong e la Chiesa di Dio Onnipotente.

Chiaramente tale lettura storica tende a svolgere un’opera di revisionismo e riabilitazione nei confronti dello Yiguandao, facendone un nuovo argomento utile nel portare avanti la battaglia politica contro la Cina in nome della libertà religiosa e dei diritti umani ed ancor più un nuovo argomento da aggiungersi a quelli già abbondantemente in uso come le presunte persecuzioni a danno del Falun Gong e della Chiesa di Dio Onnipotente. Questo anche perché, in ultima analisi, pur di delegittimare un governo giudicato come “nemico” quale quello cinese tutto fa brodo.

Ad oggi lo Yiguandao, poco presente nella Cina Popolare, risulta invece come già dicevamo ben rappresentato a Taiwan, ma anche a Hong Kong, a Singapore, in Thailandia e in Corea del Sud, con chiaramente anche una non trascurabile presenza nelle comunità cinesi in giro per il mondo, a cominciare da quella negli Stati Uniti, tant’è che il più grande tempio al mondo della setta risulta essere proprio in California. Si stima che i suoi appartenenti, al di fuori della Cina, siano almeno 2,5 milioni e che, soprattutto a Taiwan, dove sarebbero almeno 800mila, ne facciano parte importanti uomini d’affari, non di rado legati a doppio filo con la politica locale. Una forte presenza, sempre a Taiwan, si nota nel settore della ristorazione vegana e vegetariana, dato che tale setta ha sempre promosso questo tipo d’alimentazione fra i suoi adepti. Anche in Italia lo Yiguandao è presente, sebbene in piccolissimi numeri, all’interno della comunità cinese e, nel 2011, a Roma, nel quartiere di Torpignattara è stato aperto il suo primo tempio.

Tuttavia fra il 2000 e il 2005 in Cina, dopo alcuni contatti tra le autorità e i suoi esponenti religiosi avvenuti negli Anni Novanta, lo Yiguandao è stato cancellato dalla lista degli “xie jiao”, venendo visto solo come “società segreta”, anche se talvolta è capitato che nei confronti dello Yiguandao si sia ancora usata questa definizione. Ciò ha portato alcuni osservatori, cominciando proprio da quelli taiwanesi o da quelli anglosassoni, entrambi accomunati da un approccio alla vita politica di Pechino neanche troppo velatamente ostile o comunque caratterizzata da una forte malafede, ad ipotizzare che il governo di Xi Jinping possa ben presto inserire nuovamente lo Yiguandao proprio nella lista degli “xie jiao”, attuando contro di esso azioni restrittive o comunque tese ad impedirne una rinascita nel paese. Questi studiosi, del resto, fanno parte di tutta quella schiera di personalità che ogni giorno parlano di una presunta crescita dell’insofferenza del governo cinese verso le minoranze religiose, citando continuamente proprio i casi del Falun Gong, della Chiesa di Dio Onnipotente, dei cattolici della “Chiesa sotterranea” o ancora dei musulmani Uyguri dello Xinjiang. Già questo dovrebbe bastare ed avanzare per farci considerare ciò che dicono o scrivono con la dovuta “relatività” e soprattutto con maggior attenzione e spirito critico.

Anche perché, nel crescente interscambio economico e tecnologico vistosi sin dagli Anni Ottanta tra Pechino e Taipei, alcuni uomini d’affari taiwanesi legati proprio allo Yiguandao hanno cominciato ad inserirsi in Cina facendovi i loro primi investimenti. In due province come il Sichuan e il Fujian pare che ormai la comunità legata allo Yiguandao vanti discreti numeri e che, soprattutto, operi tranquillamente. Addirittura, non mancano i casi di collaborazione fra lo Yiguandao e realtà accademiche o non governative all’interno della stessa Cina, anche se in tal caso il gruppo tende a presentarsi con nomi diversi, nella forma di associazioni come Tiandijiao, Dejiao o altre ancora, sebbene in questi casi il legame sia maggiore con l’antico Xiantiandao. In un tale e crescente clima di distensione e ritrovato interesse, dal 2010 sono poi apparse anche delle nuove pubblicazioni dedicate.

E, allora, perché in Italia e nel resto d’Europa si tende invece a far passare un messaggio sensibilmente diverso, come quello di una persecuzione quotidiana e addirittura in continuo aumento? Le notizie che addirittura vengono diffuse nei siti italiani non corrispondono a quelle di altri paesi occidentali, come Stati Uniti ed Inghilterra, e ciò crea ulteriore stupore. In Italia si parla di una messa al bando mai cessata e tuttora attiva, mentre nel resto dell’Occidente, sia pure a denti stretti, si ammette che ci sono stati dei grossi cambiamenti in positivo. La risposta più diretta o spontanea è che anche in Italia, al pari del resto dell’Occidente, si vuol sempre più strumentalizzare la questione dello Yiguandao per gettare ulteriore benzina sul fuoco della propaganda sinofoba o anticinese di cui del resto molti media o esperti nazionali di “diritti umani” e “libertà religiosa” fanno già ampiamente ricorso soprattutto occupandosi di gruppi come il Falun Gong o la Chiesa di Dio Onnipotente; solo che lo si fa con un eccesso di zelo o di fanatismo, rispetto ai “maestri” anglosassoni, che finisce rapidamente e goffamente per sconfinare nel campo delle “fake news”. Ciò, però, fa anche riflettere sul livello d’approssimazione che caratterizza coloro che dovrebbero correttamente informare l’opinione pubblica nazionale anziché ingannarla con esagerazioni che fanno leva su diffidenze e luoghi comuni decisamente immotivati.

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