L’arresto in Canada di Meng Wenzhou, direttrice finanziaria del colosso hi-tech cinese Huawei, costituisce l’apice di un’escalation fra Washington e Pechino che vede le due potenze contrapposte su più fronti: dal confronto militare nel Mar Cinese Meridionale alla guerra dei dazi, passando per la battaglia nello spazio cibernetico.  Quasi una riedizione della Guerra Fredda in cui la Cina costituirebbe lo sfidante dell’egemonia statunitense e del mondo occidentale.

Già nell’aprile scorso era emersa la posizione negativa degli USA nei confronti del progetto delle Nuove Vie della Seta, lanciato nel 2013 dal Presidente Xi  Jinping. Infatti la conclusione di uno studio pubblicato da Washington Center for Global Development  aveva messo in guardia l’Europa sull’“altruismo” cinese accusando la Cina di creare una situazione di dipendenza per tanti dei protagonisti dell’iniziativa. Ecco perché era auspicabile, secondo il think tank americano, che la comunità internazionale, invece di rimanere a guardare, iniziasse a dialogare con la Repubblica Popolare Cinese per definire regole ben precise nelle formule di finanziamento e nella loro sostenibilità, altrimenti il rischio era che la lunga mano cinese estendesse questo rapporto di dipendenza a molte nazioni.

Passato un anno da questi solenni avvertimenti, gli USA ancora una volta interferiscono avvertendo l’Europa che non è il caso di aderire al progetto cinese. Evidentemente ignorano che da almeno 3 anni – e con molta lungimiranza –  i nostri porti con le rispettive Autorità portuali si sono ben attrezzati per ricevere e rispondere alle proposte cinesi, in modo utile per tutti e senza scatenare guerre civili.

Infatti quello che si andrà a firmare (speriamo) è un Memorandum of Understanding, non un trattato vincolante e l’Italia sarebbe il primo membro del G7 ad entrare nel progetto infrastrutturale. La tesi dello scontro di civiltà è inoltre nettamente rifiutata dagli accademici cinesi, che presentano la crescita cinese come un’occasione per il resto del mondo e accusano gli Stati Uniti di cercare lo scontro.

È di questo avviso Yu Xuefeng, docente di politica internazionale all’Università degli Studi Internazionali di Pechino, ospite alla Farnesina a Roma per la commemorazione  dei cinquant’anni di Pietro Nenni. Il professore è stato intervistato da Formiche.net e qui ne trascriviamo l’intervista.

Professore come è stato accolto in Cina l’arresto di Meng Wenzhou?

L’opinione pubblica cinese è molto arrabbiata di questa azione che gli Stati Uniti hanno preso nei confronti di una persona cinese. Arrestare senza nessuna giustificazione la figlia del titolare di una società cinese competitor di aziende americane, dimostra che gli Stati Uniti credono di poter far valere le loro leggi come leggi internazionali. Gli Stati Uniti parlano sempre di democrazia e diritti umani, ma non sempre li rispettano. Non si può arrestare una persona solo perché è sospetta. L’arresto di Wenzhou ha lasciato spiazzato il popolo cinese, ma non è il primo caso.

L’allarme Huawei però è stato lanciato dall’intelligence di tanti altri Paesi. Regno Unito, Australia, Nuova Zelanda, perfino Italia. Sono tutte congetture?

Non credo siano accuse sostanziate dalla realtà. Nella storia la Cina non ha mai invaso la sovranità di altri Paesi né cercato l’egemonia globale. Se il mondo pensa che la Cina stia divenendo una minaccia, il popolo cinese fatica a capire questa preoccupazione, perché tali ambizioni non fanno parte della nostra storia.

Come spiega la diffusa percezione di un progetto egemonico sotteso alla crescita economica del Dragone?

La straordinaria crescita e la stabilità dell’economia cinese non può preoccupare il mondo, dovrebbe bensì essere un fattore positivo per contribuire alla stabilità del mondo. Senza crescita economica come può la Cina mantenere un miliardo e quattrocento milioni di abitanti?

Rifiuta dunque a priori la tesi di uno scontro economico e militare in atto fra Cina e Stati Uniti?

Non c’è nessuno “scontro di civiltà”. Gli Stati Uniti sono la prima potenza globale da tanti anni e hanno questa auto-percezione di sé. Comprendiamo in parte le preoccupazioni degli americani di fronte alla crescita della Cina sullo scenario globale. Quel che non capiamo è perché gli Stati Uniti guardino ai competitor nell’ottica dello scontro e della possibile “sconfitta”.

Alcuni studiosi americani hanno coniato l’espressione “sharp power” (potere affilato, ndr) per descrivere la sfida della Cina all’egemonia dell’Occidente.

Questa è una narrazione ideologica. La Cina è cresciuta molto in questi anni e ora sente il dovere, la responsabilità storica di costruire un mondo migliore e più armonioso, di aiutare gli altri con gli strumenti di cui dispone. È un concetto molto caro al presidente Xi Jinping.

Oggetto di crescente preoccupazione è la nuova Via della Seta inaugurata da Xi, il mastodontico progetto infrastrutturale che unirà via terra e via mare l’Asia all’Europa passando per l’Africa. Diversi Stati hanno denunciato le finalità politiche di questo piano.

La Cina ha proposto questa iniziativa per trovare una soluzione efficace ai problemi che sta affrontando a livello globale. Siamo divenuti la seconda economia del mondo, dobbiamo assumerci maggiori responsabilità. La via della Seta è la misura concreta per farlo, non un progetto egemonico.

Un caso è quello degli investimenti cinesi nei porti del Mediterraneo. Il porto di Trieste costituisce il terminale ideale per la via della Seta, ma in molti segnalano il rischio di una leva politica in mano alle compagnie cinesi che investono nelle infrastrutture europee.

L’obiettivo del governo cinese è sempre quello della doppia vincita. Gli investimenti della Belt and Road  non sono un gioco a somma zero, tutti devono trarne beneficio. Nessuno è così ingenuo da cercare appositamente lo scontro. La Cina ha già tanti problemi interni da risolvere, a cominciare dalla crisi demografica, che non ha bisogno di ricattare altri Stati attraverso gli investimenti nelle loro infrastrutture.

A cura di Maria Morigi

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