1977: Juventus,

La primavera del 1976 è una delle più bollenti della storia della Juventus: i bianconeri hanno infatti appena perso lo scudetto contro i cugini del Torino che interrompono così un digiuno che risaliva al 1949, l’anno della nefasta sciagura di Superga. In casa Juve il colpo è davvero forte e scatta la resa dei conti: tutte le beghe all’interno dello spogliatoio vengono fuori in particolare quella tra il clan legato a Bettega e Causio e quello capeggiato da Capello e Anastasi che arrivano definitivamente ai ferri corti. La società capeggiata da Giampiero Boniperti reagisce con il solito cipiglio pragmatico: indovina il capro espiatorio nell’allenatore Carletto Parola (quello delle rovesciate, ex compagno di Boniperti nella grande squadra bianconera degli Anni Cinquanta) che viene immediatamente giubilato e si rimetta subito a testa bassa alla ricerca di un nuovo tecnico.

Da un ipotetico listone di venti nomi (tra i quali spiccano quelli di Nils Liedholm e Eugenio Bersellini) Boniperti estrae a sorpresa il nome di un autentico carneade della panchina: Giovanni Trapattoni, trentasette anni ex pluridecorato mediano del Milan che con i rossoneri vanta solo qualche comparsata in panchina come spalla del suo maestro Nereo Rocco. Il Trap, che prima di firmare con la Juve aveva già dato la sua disponibilità all’Atalanta, squadra satellite della Vecchia Signora, è individuato come nuovo tecnico della squadra bianconera soprattutto per un motivo: è amico ed ex compagno di squadra di Gigi Radice, l’allenatore del Toro che con il suo calcio d’ispirazione olandese (pressing a tutto campo e gioco fisico e totale) ha letteralmente conquistato la sponda granata di Torino.

Anche Trapattoni infatti è infatti un tecnico dai metodi innovativo che ama un calcio molto fisico, veloce e dove l’eclettismo la fa da padrone secondo il verbo michelsiano del “tutti attaccano e tutti difendono”. Il Trap, appena insediatosi a Torino fa a Boniperti solo due nomi: il roccioso mediano suo ex compagno di squadra al Milan Romeo Benetti e il panzer d’attacco Roberto Boninsegna dell’Inter. E proprio ora entra in scena Boniperti che confeziona un duplice colpo di mercato sensazionale: Benetti viene infatti preso a titolo gratuito dai rossoneri in cambio di Capello mentre lo stesso giochetto viene fatto con i nerazzurri, Bonimba va gratis sotto la Mole mentre Anastasi fa il percorso inverso in direzione Pinetina. Inutile dire che questo duplice scambio gioverà solo ed esclusivamente alla Juve: il “Gran Bisiaco” in casacca rossonera confermerà di essere un giocatore sul viale del tramonto e alle prese con un ginocchio ballerino mentre Anastasi in maglia Inter sarà una meteora o poco via. Si dice che Boninsegna, appena sentita la notizia che era stato trasferito agli eterni rivali della Juve abbia detto al presidente Fraizzoli: “presidente, ci vada lei alla Juve!”. Completano la rosa gli acquisti del giovane terzino mancino Cabrini (ne risentiremo parlare) dall’Atalanta e il centrocampista Marchetti dal Novara, altro club satellite della società bianconera.

Con la partenza di Capello manca un regista di ruolo, in precampionato Trapattoni pensa in un primo momento di impiegare in questo ruolo la seconda punta Bobo Gori o di avanzare il libero Scirea, il Trap però decide di seguire il suo istinto e le sue idee innovative decidendo di mettere in soffitta la figura del regista di centrocampo: il gioco non deve essere prodotto da un solo giocatore ma da tutti i dieci giocatori di movimento. Il giovane tecnico di Cusano Milanino si sente già un pesce nell’acqua e, coadiuvato dall’onnipresente Boniperti, non sbaglia più una mossa nonostante sia costretto ad allenare tanti suoi ex compagni o avversari dei tempi d’oro che si trovano un po’ in imbarazzo ad essere allenati da un tecnico così giovane cui non sanno se dare del tu o del lei. Lo spavaldo Boninsegna, di due anni più giovane di Trapattoni, da subito del tu al proprio tecnico, l’introverso Zoff invece si attiene al più formale lei.

La rosa della Juventus edizione 1976/77

La nuova Juve viene così costruita dall’ex mediano del Milan: davanti alla saracinesca Zoff, Scirea è il libero che ha il compito di chiudere i varchi e soprattutto di proporsi come sontuoso regista arretrato, a destra viene dirottato l’eclettico (e impronunciabile!) Cuccureddu, catalano di Alghero che ha il duplice compito di marcare a uomo la seconda punta avversaria e di fluidificare sul suo out di competenza (e questa è la prima novità introdotta da Trapattoni a Torino), a sinistra a sorpresa viene inserito Gentile, giocatore che il nuovo tecnico fa allenare per ore e ore con il piede sinistro per abituarlo al cross con il piede debole. “Gheddafi” oltre che uno spietato mastino si rivelerà infatti un sontuoso terzino d’attacco grazie alla “cura Trap”. In mezzo alla retroguardia la quercia Morini ha il classico compito di custodire a uomo il centravanti avversario in tutte le zone del campo.

Ma è a centrocampo che giungono le novità più importanti: come abbiamo detto il nuovo tecnico bianconero rinuncia al regista classico e si inventa un inedito centrocampo a tre così composto: al centro l’instancabile Furino agisce da diga e frangiflutti, sul centrosinistra con il numero dieci (uno spergiuro per i tempi) viene impiegato il ruvido (e un tantino falloso!) Benetti che si rivela una formidabile mezzala a tutto campo quando al Milan Rocco non gli faceva superare la metà campo (“Romeo no sta andar avanti che ghe xe Rivera!” gli urlava il Paròn). E’ sul centro destra che però arriva la novità più clamorosa: inizialmente propenso a far giocare in quel ruolo il polivalente Cuccureddu, Trapattoni s’inventa nel ruolo di incursore un giovane esile e filiforme che fino a quel momento giocava prevalentemente come terzino destro: Marco Tardelli. Questa sarà una mossa decisiva perché con l’otto sulle spalle Schizzo si rivelerà il centrocampista universale per eccellenza prodotto dal calcio italiano dopo il mito Valentino Mazzola.

In attacco, stante l’assenza di un rifinitore nel nuovo modulo, Trapattoni con un’altra intuizione delle sue dirotta la discontinua mezzala di punta Causio sulla fascia destra con il numero sette, una mossa scopiazzata dall’amico Radice che con questa novità tattica ha fatto esplodere definitivamente l’estro di Claudio Sala, ex discontinuo trequartista scopertosi inesauribile tornante sulla destra nell’anno appena concluso. In avanti Boninsegna gioca al centro con l’altro panzer Bettega che parte defilato per poi tagliare verso il centro.

La nuova avventura della Juventus targata Trapattoni inizia il 15 settembre: il campionato inizia appena ad ottobre ed i bianconeri sono attesi da un’ostica trasferta valida per i trentaduesimi di Coppa UEFA sul campo del Manchester City, che non è ancora la squadra degli sceicchi, ma è comunque una squadra che in casa sua si batte con forza e volontà come tutte le squadre britanniche. In completo ritardo di condizione i bianconeri giocano una partita prettamente difensiva: Zoff si rende protagonista di diversi pregevoli interventi e deve inchinarsi solo al gol di Brian Kidd. Due settimane dopo a Torino, nel match di ritorno, si vede tutta un’altra squadra e la Juve s’impone 2-0 grazie alle reti di Scirea e Boninsegna che suggellano così la qualificazione ai sedicesimi di finale. Il tre ottobre inizia finalmente il campionato: la Juventus è attesa dall’ostica trasferta di Roma contro la Lazio orfana di Chinaglia; al termine di un incontro molto combattuto e sofferto la Vecchia Signora s’impone 3-2 e Trapattoni a fine partita si lamenta del caldo scirocco romano che ha fatto giocare ai suoi un match sotto tono, l’avesse fatto un Mazzarri al giorno d’oggi…

Ottobre porta con sé solo vittorie per la squadra del giovane Trap: Genoa, Foggia e Catanzaro vengono sconfitte mentre in Europa la Juventus è attesa da un’altra trasferta a Manchester, questa volta l’avversario da affrontare è il più prestigioso United anche se i Red Devils sono lontani parenti dello squadrone del decennio prima: l’unico reduce del trionfo in Coppa dei Campioni nel 1968 è infatti il portiere Alex Stepney. All’Old Trafford si vede una Juventus molto più pimpante rispetto ad un mese prima: Causio colpisce il palo in apertura, Boninsegna si divora un gol già fatto e così Hill su azione da calcio d’angolo punisce la squadra torinese, finisce ancora una volta 1 a 0. Al ritorno però non c’è partita, Boninsegna (due volte) e Bettega firmano la rimonta che porta la Juventus agli ottavi di finale.

Anche novembre prosegue senza nemmeno un mezzo passo falso in campionato: la Juve trionfa in rimonta a San Siro contro il Milan (da 0-2 a 3-2) e poi s’impone a fatica contro Verona e Cesena. In Coppa UEFA vige ancora la “legge del tre” a Torino, ne sa qualcosa lo Shakhtar Donetsk che esce dal Comunale con tre pappine sul groppone firmate Bettega, Tardelli e Boninsegna.

In patria intanto si profila un incandescente derby contro il Toro: i granata sono appena un punto dietro alla Juve avendo sempre vinto tranne alla sesta giornata quando la squadra di Radice ha pareggiato 1 a 1 a Perugia. Juventus e Torino sono le due principali attrazioni del campionato a causa del gioco innovativo, d’ispirazione “totale” praticato dalle due squadre: sulla sponda granata di Torino Radice può sbizzarrirsi in esperimenti anche molto innovativi (pressing asfissiante in mezzo al campo, difesa che a volte fa il fuorigioco), infatti il suo Toro rapisce per la sua rabbia agonistica, per il suo gioco veloce e per il suo pressing a tutto campo. Il suo amico Trap invece a Casa Juve non deve divertire il pubblico ma pensare esclusivamente a vincere partita dopo partita: la sua Juve, pur praticando un calcio michelsiano d’ispirazione, non ruba l’occhio per la qualità del suo gioco, quella bianconera è infatti una tipica “squadra panzer” che pensa principalmente a coprire centralmente gli spazi per poi sfondare con manovre collettive in verticale. Al derby del cinque dicembre 1976 i granata hanno più motivazioni: finisce infatti 2-0 (gol di Graziani e Pulici, “gemelli” anche nei derby) e la Juventus conosce la prima battuta d’arresto in campionato, seguita tre giorni più tardi da uno 0-1 indolore al ritorno in terra sovietica contro lo Shakhtar.

Boninsegna e Benetti, i simboli più fulgidi dello squadrone bianconero

Il 1976 bianconero si conclude con un pareggio contro la Fiorentina di Carletto Mazzone (che al Comunale ha fatto le barricate facendo arrabbiare Trapattoni) ed una vittoria striminzita sul campo di Bologna. Il Toro, sempre vittorioso e convincente, si porta così a +3 e sembra poter legittimare il bis in campionato. Ma si sa, alla Juventus “vincere non è importante, è l’unica cosa che conta” come ama ripetere il suo presidente Giampiero Boniperti e così il 1977 inizia alla grande con tre successi (contro Perugia, Napoli ed Inter) che permettono alla Juve di issarsi in vetta siccome il Torino ha iniziato il nuovo anno nei peggiori dei modi con tre pareggi. Proprio nell’ultimo turno di gennaio però la Vecchia Signora cade con un secco 3-1 a Roma e il Torino vincendo si rifà sotto a -1. Il girone d’andata si conclude nei migliori dei modi per il team di Trapattoni: secco 3-0 alla Sampdoria di Bersellini e primato che sale a +2 dato che il Toro ha pareggiato contro l’altra genovese. Febbraio prosegue liscio come l’olio: due vittorie (contro Lazio al giro di boa e Foggia) ed un pari contro il Genoa che permettono alla squadra zebrata di corroborare il suo primato stante la sconfitta del Toro contro il Bologna.

Marzo si apre all’insegna dell’Europa: la Juventus è infatti attesa da un’insidiosa trasferta in Germania Est sul campo del Magdeburgo di Jürgen Sparwasser, giustiziere dei cugini dell’Ovest ai mondiali del 1974. Su un campo completamente fradicio questa Juventus in formato d’acciaio si esalta: i tedeschi attaccano a testa bassa collezionando ben ventidue calci d’angolo, la Juve aspetta e poi colpisce con spietati contropiedi con Cuccureddu (schierato all’ala al posto di Causio), Benetti e Boninsegna, ininfluente la rete del solito Sparwasser. Ipotecata la semifinale i bianconeri si ributtano sul campionato: Bettega e soci espugnano Catanzaro, regolano il Milan 2-1 in casa (dolce vendetta per Trapattoni) e poi fanno 0 a 0 sull’ostico campo di Verona.

Il successo per 3-2 sul Cesena fa da antipasto al derby di ritorno del 3 aprile: la Juventus giunge all’appuntamento molto tesa e carica perché tre giorni dopo dovrà giocare la semifinale di andata contro l’AEK Atene, il Torino ha la mente sgombera da impegni europei (i granata sono stati eliminati ai sedicesimi di finale di Coppa Campioni dal Borussia Mönchengladbach) e che sogna il sorpasso. Il derby, molto acceso e nervoso come da tradizione è tutto riassunto nei primi minuti: vantaggio di Causio al 7’ minuto e pareggio di Pulici due minuti più tardi che approfitta di un clamoroso buco nella difesa juventina. Tutti i protagonisti sono d’accordo nel post-partita: il derby durerà fino all’ultima giornata di campionato ed entrambe le squadre hanno pari opportunità per spuntarla.

La semifinale contro l’AEK si rivela invece una mezza formalità e la vecchia Signora s’impone con un secco 4-1 che non ammette repliche: apre le marcature il solito Cuccureddu, poi pareggia l’AEK sfruttando un disimpegno errato di Furino, nella ripresa però la Juve si scatena con Bettega (doppietta per lui) e Causio che mette la ciliegina sulla torta di una prestazione memorabile. Il manifesto della nuova Juve trapattoniana è tutto racchiuso nel primo gol: Cuccureddu, terzino destro nominale, si trasforma in una vera e propria ala e dopo aver dialogato con un bel dai e vai con Causio va a concludere a rete, questo per dire che il discorso di “Trapattoni difensivista” è un semplice mito ideologico o una sparata da incompetenti che lascia il tempo che trova.

In attesa del ritorno la Juventus si conferma sempre più granitica espugnando il campo della Fiorentina con un secco 3-1 (Benetti segna la terza rete con una bomba al volo da trenta metri) mentre la domenica successiva i bianconeri regolano 2-1 il Bologna, il Torino non ci sta e resta sempre un punto sotto dopo aver sconfitto Catanzaro e Cesena. Ad Atene la Juventus non si accontenta di gestire il vantaggio e, su un autentico campo di patate, la corazzata del Trap segna l’1 a 0 nei minuti finali con un colpo di testa di Bettega su cross al bacio di Causio. Gli sforzi della trasferta ateniese affiorano la domenica successiva quando la Juve non va oltre l’1 a 1 sul campo del Perugia di Renato Curi, il cui cuore smetterà di battere per sempre proprio durante un match giocato contro la Vecchia Signora qualche mese dopo. Il Torino imponendosi di misura sul Verona si porta a pari punti con gli odiati cugini quando mancano quattro partite al termine.

La domenica successiva (è il Primo Maggio) si registra l’episodio decisivo di questa lunghissima volata: il Toro pareggia 0 a 0 sul campo della Roma mentre la Juve si impone sul Napoli per 2 a 1 con un gol di Furino a quattro minuti dallo scadere. Mercoledì 4 maggio la Juventus riceve al Comunale l’Athletic Bilbao nella finale di andata di Coppa UEFA, per la società degli Agnelli è l’occasione buona per issarsi per la prima volta sul tetto d’Europa esattamente come per la gloriosa squadra dei Paesi Baschi.

Quella tra Juventus ed Athletic oltre che la sfida tra due squadre al 100% autoctone (tutti italiani gli juventini, tutti euskaldunak purosangue i biancorossi) è anche il match tra due autentiche leggende del calcio: da una parte Dino Zoff, non ancora il Monumento di Spagna 1982, ma già considerato da critica ed esperti come il migliore portiere del mondo, dall’altra José Angel Iribar, che oltre che essere una fotocopia come aspetto, lineamenti somatici e portamento tra i pali di Super Dino (oltreché essere nato esattamente un anno e un giorno dopo il friulano) è un autentico mito del Bilbao per la sua fervente partecipazione alla causa indipendentista e antifranchista.

Nel match d’andata la Juve domina in lungo ed in largo ma i baschi piazzano Escalza a uomo su Causio e si chiudono in difesa. Ci vuole un gol di testa di Tardelli al 14’ su cross del libero Scirea per sbloccare la situazione, poi però i baschi si difendono con ordine e la Juve, che ha tanta garra ma poco fosforo, non riesce a segnare il gol della sicurezza. In campionato i bianconeri non sbagliano un colpo contro Inter (2 a 0 a San Siro) e Roma: al Comunale la squadra del Trap, che in campionato ha impiegato appena sedici giocatori, gioca con la testa tutta proiettata sulla finale di ritorno ma basta un gol in apertura di Bettega per piegare la Lupa di Liedholm.

Dino Zoff e José Angel Iribar, separati alla nascita….

Mercoledì 18 maggio è il giorno tanto atteso da tutto il popolo bianconero: lo stadio San Mamés di Bilbao sembra la bolgia di un girone dantesco piuttosto che uno stadio. Queste sono le formazioni delle due squadre che scendono in campo, Athletic Bilbao: Iribar, Lasa, Guisaola, Alexanko, Escalza, Villar; Churruca, Irureta, Amorrortu, Dani, Rojo. Juventus: Zoff; Cuccureddu, Gentile; Furino, Morini, Scirea; Causio, Tardelli, Boninsegna, Benetti, Bettega. Undici baschi purosangue che sfidano undici italiani doc, tutte cose che in Europa non si erano mai viste e mai si vedranno! Entrambe le squadre giocano a zona a centrocampo con un classico centrocampo a tre, la differenza è tutta nell’approccio delle due fasi di gioco. In fase difensiva la Juve gioca con classiche marcature ad uomo (Gentile su Churruca, Morini su Amorrortu, Cuccureddu su Rojo con Scirea battitore libero) mentre i Lehoiak in difesa giocano con una classica linea a quattro anche se Escalza di fatto marca ad uomo spesso anche al di fuori della propria zona Causio. Anche gli schemi d’attacco delle due squadre in campo sono molto differenti: nell’Athletic il centravanti Ammorrortu ha compiti più di manovra che di finalizzazione con la mezzala Dani che spesso deve sfruttare il suo movimento volto ad arretrare e risucchiare Morini. La Juve invece gioca con due autentici panzer in attacco (Boninsegna e Bettega) e un tornante come Causio dedito soprattutto al cross dalla fascia destra.

I quarantuno mila spettatori della Catedral si aspettano una partenza a mille dei padroni di casa e invece l’inizio della partita è tutto di marca Juve, che gioca con un’insolita casacca blu: Tardelli spara a lato la prima occasione del match poi al 7’ è ancora Schizzo protagonista con un magnifico cross teso che la testa di Bettega converte nel vantaggio bianconero, il sosia di Dino Zoff, Iribar nulla può sulla splendida volée dell’attaccante piemontese. Da questo momento la partita cambia completamente di faccia: gli undici agnelli in maglia biancorossa si trasformano d’incanto in undici leoni che costringono la Juventus, che forse ha avuto il torto di credere chiusa la pratica, a rintanarsi nella propria area di rigore. Il Bilbao schiuma rabbia da tutti i pori ma colleziona prevalentemente calci d’angolo, al 38’ la Juve si rifà viva ma la conclusione di Bettega è parata agevolmente da Iribar. Mentre all’intervallo in campo precipitano oggetti volanti da tutti i lati dello stadio (con Boniperti che come al solito lascia la sua postazione in tribuna d’onore andando a gironzolare nervosamente fuori dallo stadio…) il clima infuocato dello stadio basco viene reso ancora più infernale dalla pioggia che inizia a cadere su Bilbao.

Nel secondo tempo la Juventus di fatto non esce dalla sua area di rigore, più che per deliberata tattica difensiva, i bianconeri, che pure hanno il granito nel proprio DNA, non riescono proprio a contenere le furie basche. Al 15’ Trapattoni toglie Boninsegna per Spinosi: un attaccante per uno stopper, mossa criticatissima dalla stampa che da questo momento preciso in avanti inizierà a bollare il Giuàn come “difensivista”. La Juve passa di fatto a cinque dietro perché il Bilbao ha tolto un difensore ed inserito un attaccante. In campo intanto Benetti e Morini litigano con Lasa e Guisaola. Al 22’ la Juventus mette finalmente la testa nella metà campo avversaria ma Benetti viene pescato in fuorigioco. Al 24’ Rojo entra a gamba tesa su Zoff, un fallo da… rosso senza conseguenze gravi per il portierone bianconero. Il Bilbao attacca incessantemente ma in maniera altrettanto confusa e Zoff deve solo sbrogliare mischie in area di rigore, al 34’ però  azione di calcio d’angolo Carlos anticipa tutti e manda il pallone laddove Zoff non può arrivare, 2-1: al Bilbao basta un gol per completare la rimonta e sollevare l’agognata coppa. Gli ultimi dieci minuti di gara sono tutti giocati nell’area di rigore bianconera, dalle parti di Zoff si vede anche un eroico Bettega a saltare di testa davanti a Scirea e Zoff (a proposito, se Eto’o ha fatto il terzino nell’Inter del Triplete Mourinho è un grande tecnico, se Bettega ha fatto altrettanto contro l’Athletic, Trapattoni è uno squallido catenacciaro…), ormai gli schemi sono completamente saltati. L’Athletic potrebbe segnare il terzo gol al 45’ ma Zoff è superlativo su un tiro su calcio piazzato di Rojo, sulla respinta del portiere Causio involontariamente tocca il pallone con il braccio, lo stadio trattiene il fiato ma alla fine l’arbitro lascia correre. Al fischio del signor Linemayr esplode la gioia dei calciatori Juventini: dopo quattro tentativi andati a vuoto la Juventus trionfa in una manifestazione europea, la grande fatica ed i grandi patemi in campo sono almeno serviti a qualcosa. Per la prima ed unica volta nella storia della Coppa UEFA ha vinto una squadra composta totalmente da calciatori nati entro i confini patri, l’autarchia imposta dalla Federcalcio dopo la vergognosa spedizione ai mondiali del 1966 in Inghilterra ha dato finalmente i suoi frutti e a beneficiare si questa scelta, oltre che la Juventus, sarà la Nazionale italiana.

Stremati e sfiniti dalla battaglia di Bilbao, la Juventus deve conquistare altri due punti per laurearsi matematicamente campione d’Italia, a decidere le sorti del campionato sono le due squadre di Genova: il Torino riceve tra le mura amiche un Genoa ormai salvo mentre la Juventus andrà a Marassi a sfidare una Samp che versa in cattive acque e che ha un piede e tre quarti in Serie B. Capitano dei doriani con la maglia numero sei è un certo Marcello Lippi, allenatore è invece Eugenio Bersellini (futuro tecnico nerazzurro) che a maggio doveva sedersi sulla panchina bianconera al posto di Trapattoni, corsi e ricorsi storici… Al termine dei primi quarantacinque minuti il Torino vince agevolmente per 3-1 sul Genoa mentre a Marassi non si registrano sussulti: la Juventus vaga stanchissima per il capo mentre la Samp si difende con ordine. Nel secondo tempo la Juve entra in campo con tutt’altro spirito: Tardelli colpisce il palo con una botta sugli sviluppi di una punizione di Cuccureddu salvato sulla linea, al 61’ su uno spunto di “Schizzo” Bettega con un magnifico colpo di tacco manda il pallone alle spalle di Cacciatori, è il gol dello scudetto! All’85’ la festa è completata: Bettega scatta sul filo di fuorigioco su un lancio di Furino che in quest’azione sembra Pirlo, Bobby Gol irride in dribbling due difensori blucerchiati e poi serve il pallone a Boninsegna, Bonimba stoppa il pallone poi spara una cannonata tremenda che finisce sotto la pancia di un esterrefatto Cacciatori. Il campionato termina così con la seguente classifica: Juventus 51 punti, Torino 50 punti, Fiorentina (terza classificata) 35 punti, mai nel nostro campionato si è vista una graduatoria finale di questo tipo! Per Boniperti è la più grande soddisfazione della sua carriera perché questa storica doppietta è frutto soprattutto dei suoi azzardi estivi, per Giovanni Trapattoni questo è solo l’inizio di una carriera sterminata di successi con la Juve e non solo, per la Vecchia Signora è solo l’inizio di una lunghissima serie di trionfi.

Chissà se domani, 3 giugno 2017, negli spogliatoi del Millennium Stadium di Cardiff nel prepartita di una finale di Champions League che può significare tripletta, l’attuale tecnico della Juventus Massimiliano Allegri ricorderà ai suoi giocatori l’epica impresa dei “leoni di Bilbao”…