Passano gli anni e si amplificano i devastanti effetti di quella pioggia di bombe, fuoco e micidiali veleni caduta su Belgrado.

I “numeri” fanno accapponare la pelle: 78 giorni di “guerra umanitaria”, 34 mila missioni di cui 13 mila d’attacco; sganciate 20.000 tra bombe e missili, 450 bersagli fissi distrutti, tra cui il 57% delle riserve di carburante, 35 ponti e tutti i 9 aeroporti. Obiettivi centrati grazie ad un tradimento, quello del Primo Ministro Zoran Djindjic, colui che consegnò agli aguzzini della Jugoslavia le mappe.

Il 24 marzo 1999, i bambini serbi non videro le rondini nel cielo ad annunciare l’arrivo della primavera ma uno stormo di F-16 messaggeri di morte, distruzione ed umiliazione.

Il nuovo ordine dell’attuale Europa atlantica, è stato edificato sulle macerie di Belgrado. Il germe del salafismo è stato iniettato nel cuore del Vecchio Continente attraverso i Califfati di Kosovo e Bosnia, per poi essere utilizzato per smembrare la Libia, devastare l’Iraq e stuprare la Siria.

In quella nefasta primavera del 1999, con l’autorizzazione data dal governo D’Alema  all’intervento militare e all’utilizzo dello spazio aereo italiano per i bombardamenti, è stato introdotto quello “stato di eccezione permanente” che ha sfigurato il diritto internazionale, modellandolo ad uso e consumo della NATO. La partecipazione alla guerra imperialista contro la Serbia, voluta da Massimo D’Alema, forte del voto in Aula di una maggioranza che comprendeva Pdci e Verdi e del sostegno sui giornali, nelle sezioni e nelle piazze di una sinistra compiacente, fu un massacro travestito da “difesa attiva”.

Una colpa che dovrebbe pesare come un macigno sulle coscienze di chi finge di non ricordare o di chi, pur contestando in quel momento quell’attacco, qualche anno dopo votò “baffino” come ministro degli Esteri, aprendo la strada alla guerra in Afghanistan (ci riferiamo al Prc di Bertinotti).

I negoziati di Rambouillet e di Parigi, conclusisi inizialmente bene, furono solo una trappola (con l’indipendenza stabilita in modo unilaterale dai kosovari), per costringere i serbi ad abbandonare il tavolo, dando il pretesto al Presidente degli Usa Clinton per devastare il Paese guidato da Slobodan Milosevic.

E guerra fu: ufficialmente per “difendere” i diritti umani violati dai serbi a scapito dei civili del Kosovo di etnia albanese e porre fine alla “pulizia etnica” che altro non era se non la fuga di popolazioni dei villaggi dai bombardamenti Nato e l’espulsione di 300.000 serbi e rom ad opera degli ascari Nato e dei narcotrafficanti dell’UCK.

Wall Street Journal e New York Times, a marzo 1999, scrivevano che “il regime di Milosevic sta tentando di sradicare un intero popolo”, colpevolmente seguiti dai quotidiani italiani più cari al mondo della sinistra (per esempio “Liberazione”, allora diretto da Salvatore Cannavò) e dai girotondini come Flores d’Arcais.

La sinistra radicale italiana, invece che con i patrioti socialisti serbi, aveva una corrispondenza d’amorosi sensi con i sedicenti oppositori “democratici” di Radio B-92 e con la redazione di “Studio B” di Vuk Draskovic, sotto l’ombrello Cia di “Radio Liberty” e al soldo di George Soros. I suoi referenti politici erano i dirigenti di “Zayedno” e quelli di “Otpor”, addestrati a Sofia da generali statunitensi.

Sgherri con il bollino atlantico, teleguidati non solo per rovesciare Milosevic, ma per difendere gli interessi di Ambo (Albanian Macedonian Bulgarian Oil), entità registrata negli USA per costruire un oleodotto in funzione anti-russa da 1,1 miliardi di dollari (rimasto solo su carta) che avrebbe dovuto portare il petrolio dal Mar Caspio a un terminal in Georgia, per poi essere trasportato via nave attraverso il Mar Nero fino al porto bulgaro di Burgas ed attraversare la Macedonia fino allo scalo albanese di Vlora, strategico per imbarcare il greggio sulle petroliere dirette alle raffinerie statunitensi sulla West Coast.

Il “contributo” italiano alla distruzione della Serbia, è riassunto nelle parole pronunciate da D’Alema dopo l’accordo di “pace” siglato il 9 giugno 1999: “Vorrei ricordare che quanto a impegno nelle operazioni militari, noi siamo stati il terzo Paese, dopo gli Usa e la Francia, e prima della Gran Bretagna. In quanto ai tedeschi, hanno fatto molta politica, ma il loro sforzo militare non è paragonabile al nostro: parlo non solo delle basi che ovviamente abbiamo messo a disposizione, ma anche dei nostri 52 aerei, delle nostre navi. L’Italia si trovava veramente in prima linea”.

I “successi” della spedizione atlantica sono stati tanti, come il bombardamento del ponte di Grdelica ad opera dell’Us Airforce, il 12 aprile 1999, proprio mentre passava un treno (14 persone uccise e decine di feriti), le bombe sulle zone residenziali di Novi Pazar (31 maggio 1999, 23 morti), di Aleksinac (6 aprile 1999, 12 morti), di Priština (25 marzo 1999, 12 morti), di Surdulica (27 aprile 1999, 20 morti) e su una corriera di Lužane (1 maggio 1999, 40 morti); la pioggia di bombe sugli ospedali di Nis (7 maggio 1999, 13 morti), di Surdulica (30 maggio 1999, 20 morti) e di Belgrado (19 maggio 1999, 3 morti) e quelle sul villaggio di Koriša (14 maggio 1999, 80 morti) e sul ponte di Varvarjin (30 maggio 1999, 11 morti). Il 23 aprile 1999 fu anche intenzionalmente colpita la stazione tv di Belgrado con tutti i lavoratori all’interno (16 morti).

2500 morti, tra cui molti bambini, e centinaia di feriti. E migliaia di persone divorate da cancro e leucemia per l’uso massiccio di uranio impoverito. Più di mille le vittime tra i soldati e i poliziotti jugoslavi.

24 marzo 1999. Quel giorno a Belgrado non furono le rondini ad annunciare la primavera ma le bombe italo-atlantiche della sinistra. Per non dimenticare, mai.

 

Ernesto Ferrante
Giornalista professionista, editorialista, appassionato di geopolitica