
Sabato 30 aprile 1949 cade il quarto anniversario dalla dipartita di Adolf Hitler, ma l’attenzione degli sportivi italiani è tutta rivolta allo stadio di San Siro. Alle 16 infatti è in programma l’attesissimo scontro al vertice tra i padroni di casa dell’Inter e il Torino. I granata comandano la classifica con quattro lunghezze di vantaggio sui nerazzurri, calcolando che mancano quattro giornate al termine del campionato, se il Toro uscirà indenne da San Siro avrà tre quarti di scudetto in tasca (si ricorda che allora la vittoria valeva due punti e non tre come oggi!). Già, come mai si gioca il sabato? Perché martedì 3 maggio il Toro ha in programma una partita a Lisbona contro il Benfica, un’amichevole per festeggiare il capitano dei portoghesi Francisco Ferreira che ha conosciuto il suo idolo Valentino Mazzola nella recente amichevole Italia-Portogallo (4-1) giocata a Genova e che l’ha convinto a organizzare l’incontro. L’ultimo ostacolo è rappresentato da Ferruccio Novo: il presidente granata infatti pretende un pareggio o una vittoria a Milano perché in caso contrario non darà il lasciapassare ai suoi giocatori.
L’attesa per il match è febbrile, il tecnico del Torino, l’ungherese Ernő Egri-Erbstein dichiara alla vigilia: “Il Torino ha il vantaggio di una migliore difesa, ma l’Inter sarà scatenata per la conquista di un successo che le apre grandi possibilità: tuttavia non dispero, specialmente se l’arbitro controllerà bene la partita”. L’ebreo Erbstein, un tipo che è scampato in maniera rocambolesca alle persecuzioni naziste, sente terribilmente la partita e ha non pochi grattacapi per la testa: contro l’Inter infatti non ci saranno Maroso, Grezar e capitan Mazzola, rispettivamente il pilastro della difesa, del centrocampo e… di tutta la squadra! Già, Valentino Mazzola ha febbre e mal di gola e si presenta negli spogliatoi, un’oretta prima del fischio d’inizio, bianco come un cencio chiedendo ai compagni se hanno bisogno di lui, Mazzola è milanese e ha il proverbiale coeur in man: per i compagni si butterebbe anche nel fuoco! Fuori dagli spogliatoi la giornata è bruttina: il cielo è grigio e solo a tratti sbuca un pallido solo; sugli spalti di San Siro (che all’epoca aveva un solo anello di gradinate) non c’è il previsto sold-out con alcune chiazze di grigio qua e là: nell’industriosa Milano del dopoguerra il sabato è ancora un giorno da consacrare al duro lavoro. Quando gli altoparlanti annunciano il nome del semisconosciuto ungherese Shubert al posto dello spauracchio Mazzola, i tifosi della Beneamata tirano un grossissimo sospiro di sollievo e iniziano a crederci: “Inter! Inter! Inter!” è l’urlo che rimbomba nel catino.
Questo l’undici del Torino: Bacigalupo; Ballarin, Martelli; Castigliano, Rigamonti, Fadini; Menti, Loik, Gabetto, Shubert, Ossola. Il jolly Martelli e il giovane Fadini (considerato l’erede di capitan Valentino) rimpiazzano Maroso e Grezar mentre Shubert ha sulle spalle la pesante 10 di Mazzola. L’Internazionale è però una squadra di tutto rispetto, con un attacco atomico formato dai nazionali Lorenzi e Amadei e dal fortissimo magiaro Nyers. Il duo Cappelli-Asteley schiera questa formazione: Franzosi; Guaita, Pian; Fattori, Giovannini, Achilli; Armano, Lorenzi, Amadei, Campatelli, Nyers. Arbitra Gemini di Roma. Le due squadre sono schierate con il più classico dei WM (un 3-2-2-3 diremmo oggi), con i dieci giocatori in campo disposti a coppie rigorose secondo i dettami del modulo inglese: i terzini sulle ali, lo stopper sul centravanti e i due mediani sulle mezzali. Il Toro inizia, attaccando come di suo costume, ma si vede subito che i granata non vogliono scoprirsi troppo, così inizia presto l’assedio dell’Inter. Si sa che la vita è fatta di porte scorrevoli e al 5’ minuto ecco la prima sliding door della leggenda granata: Lorenzi serve Amadei per una sorta di rigore in movimento, il Fornaretto calcia il pallone nel sette, è gol! No! Non si sa come ma sbuca un guantone di Bacigalupo che sfodera la parata della vita strozzando l’urlo di gioia in bocca ai 35 mila di San Siro. All’11’ altro tiro all’angolino, questa volta scoccato da posizione più defilata da Veleno Lorenzi, Baci però ci arriva un’altra volta!
L’Inter assedia il Toro per ben trenta minuti ma ha il torto di attaccare troppo individualmente, il Toro dal canto suo è disposto in campo in maniera impeccabile: Loik fa lo schermo davanti alla difesa, Ballarin segue Nyers ovunque metta piede, Fadini fa lo stesso con Lorenzi, Ossola fa più il terzino che l’ala visto che sulla sinistra l’ungherese Shubert è un pesce fuori dall’acqua, infine Castigliano fa l’elastico tra difesa e l’attacco. Alla mezzora Nyers finalmente segna, ma la sua rete viene giustamente annullata per off-side; sul finire del primo tempo il Toro mette la testa fuori dalla sua metà campo ma Menti calcia male a lato da posizione invitante e all’ultimo secondo del primo tempo Martelli commette un fallaccio su Lorenzi, che con le regole più severe di oggi sarebbe stato da espulsione. Il secondo tempo inizia come il primo, con l’Inter avanti all’arma bianca e con un Torino mai visto così in speculativo e in difficoltà. Bacigalupo, nettamente il migliore in campo, dice di no per la terza volta agli attaccanti nerazzurri con una parata in due tempi e con un paio di uscite basse temerarie, per il resto l’Inter colleziona paurose mischie in area di rigore sulle quali però i difensori granata riescono sempre a spuntarla. In una circostanza in particolare Castigliano soffia il pallone a Campatelli proprio un attimo prima che il capitano nerazzurra la scaraventi in rete, già è l’ineffabile destino a non voler far perdere la partita al Torino!
Al 32’ il Toro avrebbe addirittura l’occasione per portarla a casa: Shubert fa la prima cosa giusta in tutta la partita e centra un pallone da sinistra, Ossola è solo soletto in area, basta toccarla in gol; l’ala però si ferma, convinta di aver sentito il fischio dell’arbitro, e Giovannini riesce così a passare il pallone a Franzosi, sarebbe stata una beffa eccessiva per l’Inter! E’ l’ultima emozione del match, al triplice fischio dell’arbitro Gemini i giocatori e lo staff tecnico del Toro alzano le braccia al cielo e poi si uniscono a festeggiare in cerchio a centrocampo. I tifosi dell’Inter iniziano a fischiare a più non posso i propri giocatori e lanciano i cuscini in campo in segno di disapprovazione. Il più festeggiato di tutti è Valerio Bacigalupo, venticinquenne studente universitario, che ha semplicemente disputato la partita della vita. Per il Toro il quinto scudetto consecutivo è quasi assicurato: i granata infatti avranno sulla carta quattro impegni contro squadre di medio-bassa classifica, di cui tre al Filadelfia, dove il Toro è abituato a cucinare a fuoco lento gli avversari e dove gli Invincibili non perdono dal lontano gennaio 1943.
Il Toro resta così a Milano e domenica primo maggio tutta la rosa a disposizione dei due tecnici Erbstein e Lievesley parte alla volta del Portogallo, anche il terzo portiere Dino Ballarin, il fratello minore di Aldo che non ha mai messo piede in campo. Se ne stanno a casa solo il terzino di riserva Sauro Tomà, infortunato, e il secondo portiere Renato Gandolfi, lasciato fuori per scelta tecnica: sarò la loro salvezza! Il popolare radiocronista Nicolò Carosio evita all’ultimo la trasferta a causa della proverbiale cresima del figlio. Gli Invincibili sono accolti nella Lisbona salazariana, povera e completamente isolata dal resto del mondo, come delle star, soprattutto Valentino Mazzola, che allora era considerato all’unanimità come il più forte giocatore del mondo assieme al brasiliano Zizinho.
Martedì 3 maggio si gioca il match all’Estadio Nacional, un bellissimo stadio costruito a semicerchio, con il prato tagliato fino all’inglese e gli spalti ricoperti di marmo. Il Toro si presenta con la sua formazione tipo, con la sola eccezione di Martelli che sostituisce nuovamente l’asso Maroso, non ancora al meglio ma presente lo stesso a Lisbona: Bacigalupo, Ballarin, Martelli; Grezar, Rigamonti, Castigliano; Menti, Loik, Gabetto, Mazzola, Ossola. Il Benfica, secondo nel campionato portoghese, schiera ben due giocatori di colore, fatto davvero inedito per l’epoca, in tribuna c’è Umberto II di Savoia, l’ultimo re d’Italia, che in Portogallo è in esilio. Il Toro parte a razzo e per venticinque minuti i lusitani non toccano terra, Mazzola si divora un gol fatto, mentre al 9’ Ossola sigla l’1-0 dopo un’azione da manuale; è il solito Grande Torino: ritmo, lunghi fraseggi palla a terra, reparti sempre corti con i due mediani che s’inseriscono come stantuffi all’attacco e i terzini che accompagnano l’azione sulle fasce, il pubblico portoghese è in estasi! Al 23’ però, al primo colpo, le aquile pareggiano con il “negro” Melão.
I pentacampioni d’Italia, sfiniti dal lungo viaggio e dalla battaglia si San Siro, abbassano la guardia e al 33’ Arsenio ribalta il punteggio con bel colpo di testa scaturito su un’altra azione di contropiede. Al 37’ Bongiorni, subentrato a Gabetto (nelle amichevoli le sostituzioni erano ammesse), trova il pareggio, anche se due minuti più tardi è ancora Melão a segnare il nuovo vantaggio Benfica. Nel secondo tempo il match scade di tono: i granata non vedono l’ora che l’arbitro inglese Pearce fischi la fine, ma quando mancano cinque minuti al termine Pipì Rogerio sigla il 4-2: la difesa del Toro sbaglia nell’attuare la trappola del fuorigioco e così l’ala sinistra può filare in porta indisturbata. Il Toro non ci sta, e con le ultime forze, segna su rigore al 43’ con Menti l’ultima rete, sì proprio l’ultima! Finisce così 4-3: i portoghesi hanno giocato la partita della vita mentre il Toro ha messo in campo solo il 50% del suo potenziale, i tifosi delle aquile, però si sono divertiti sugli spalti e hanno decisamente apprezzato il gioco “totale” degli italiani.
Alle ore 9.40 di mercoledì 4 maggio 1949 la truppa sale a bordo del trimotore FIAT G.212 e lascia Lisbona, mentre alle 13 l’aereo fa scalo a Barcellona: proprio qui che si decide il destino degli Invincibili. A Barcellona i giocatori del Toro hanno pure incontrato i loro omologhi del Milan, reduci da un’amichevole contro il Real Madrid, il direttore tecnico rossonero Busini riferisce al dirigente granata Agnisetta della possibilità di fare un’amichevole Milan-Torino nello stadio dell’Espanyol, la proposta però salta, troppa è la voglia di tornare a casa! Torino è atteso dal Conte Rosso (il pullman ufficiale della squadra) a Milano, ma qualcuno, non si sa chi, proprio in Catalogna decide di puntare su Torino: è l’ultima porta scorrevole della leggenda granata. Non si saprà mai il motivo di questa decisione: forse Mazzola, uno dei pochi uomini in Italia che non aveva una bensì due mogli, temeva un arresto per bigamia nella città della prima moglie (la madre di Sandro e Ferruccio). Lo stesso probabilmente paventava il centravanti Gabetto che a Lisbona aveva comprato merci da contrabbando e già al rientro da una recente trasferta a Trieste (che allora era fuori dal territorio italiano essendo sotto amministrazione alleata) era stato messo in stato di fermo. O forse l’intera squadra, d’accordo con i propri tecnici, implorò l’equipaggio a raggiungere il più presto Torino giacché alla domenica al Fila c’era la Fiorentina da affrontare! Dopo aver valicato le Alpi l’aereo s’imbatte su un tempo che definire autunnale è un eufemismo: pioggia, freddo e una nebbia che si taglia con un coltello, è un altro segnale! A quota due mila metri l’altimetro si blocca improvvisamente, l’aereo brancola nel buio, ore 17.03, la fitta nebbia nasconde alla vista del pilota Pierluigi Meroni (omonimo del grande Gigi, altro scherzo del destino) la collina di Superga (posta a 600 metri di altitudine) che si para nella luce fioca dinanzi all’aereo. Il pilota nemmeno prova a evitare l’impatto con il terrapieno della basilica, è troppo tardi, muoiono tutti sul colpo: i diciotto calciatori, i dirigenti Agnisetta, Civalleri e Bonaiuti, il tecnico Erbstein (la vera eminenza grigia della squadra), il suo giovane assistente inglese Lievesley e il massaggiatore Cortina. Infine i giornalisti Renato Casalbore, Renato Tosatti (padre di Giorgio) e Luigi Cavallero più i quattro membri dell’equipaggio. Come i veri miti, vinto dall’imperscrutabile destino, il Grande Torino ha deciso di non invecchiar e, parafrasando Indro Montanelli, di andarsene semplicemente a giocare in trasferta per l’eternità!
Francesco Scabar
