
C’è un solo posto, in tutto il pianeta Terra, dove i diritti umani sono stati (e sono tuttora) violati non con le bombe, non con le torture, non con la dittatura: con la monnezza. E questo posto è l’Italia, è la Campania. Ciò, in estrema ma non inesatta sintesi, è quanto ha sentenziato il 30 gennaio 2025 la Corte Europea per i Diritti Umani (CEDU).
Per quanto grottesco assurdo, incredibile possa sembrare, è così: siamo stati capaci di farci condannare per qualcosa che non ha, né mai ha avuto, eguali su tutto il pianeta Terra. E tale affermazione non è affatto esagerazione polemica. È invece da prendersi alla lettera. Esiste forse un altro posto al mondo anche solo paragonabile alla “terra dei fuochi”? C’è forse un altro posto al mondo dove esista qualcosa di anche solo paragonabile alle quasi trentennali piramidi azteche di 4.500.000 tonnellate di ecoballe?
E c’è forse un altro posto al mondo dove sia stato dichiarato uno stato d’emergenza, durato 15 anni (!!!), non per una catastrofe naturale, un terremoto, un’eruzione: ma perché “non sappiamo più dove mettere la monnezza”?
“L’Opinione pubblica”, traendo spunto e pretesto dalla recente condanna della CEDU, ha quindi deciso di fare un cosa molto scomoda e molto fastidiosa per il mainstream corrente: ricordare.
Ricordare come e perché e tramite chi ci siamo ritrovati, per quindici anni, in una situazione al tempo stesso grottesca, tragica, surreale, catastrofica, assurda: l’apocalisse monnezza.
Noi di “L’Opinione pubblica” lo sappiamo bene; in genere “ricordare” è fastidioso, noioso: “ancora a parlare di ‘ste cose! ormai è acqua passata!”; ma, come sa chi ci segue, abbiamo fatto nostro un proverbio russo “si cavi un occhio a chi rimesta il passato. Ma tutti e due a chi lo scorda”.
Soprattutto quando si tratta di un passato che in realtà non è mai davvero “passato”.
E lo facciamo iniziando da domani a pubblicare la storia dell’apocalisse monnezza in Campania. Dai suoi inizi, nel 1993, alla sua apparente conclusione, nel maggio 2008. Una precisa, attenta, rigorosamente documentata, ricostruzione; ma al tempo stesso, come sarà facile accorgersene, viva, appassionante; intrisa com’è di indignazione e persino di autentico dolore.
Precisiamo subito: in essa non troverete né gli aspetti più facilmente scandalistici, come l’immane sperpero di soldi pubblici dei quindici anni di attività commissariale (al 2005 circa 3 miliardi di euro1) o i mitici dipendenti dei consorzi di bacino “pagati per non lavorare”. Né si parla della questione dei c. d. “rifiuti tossici”. Troverete invece spesso e volentieri vere e proprie digressioni giuridiche: proprio perché (cercare di) comprendere come si è giunti alla catastrofe politica, civile, umana del gennaio 2008 significa anche (cercare di) comprendere quanto, nelle sue origini, è stato causato da leggi e provvedimenti e ordinanze o malfatti o generici fino al punto da consentire tutto e il contrario di tutto.
Del resto, la stessa causa prima, originaria, della catastrofe non può essere pienamente compresa senza andare a rivedere le motivazioni tecnico-giuridiche (e soprattutto la loro fondatezza) che hanno portato all’istituzione del commissariato per l’emergenza rifiuti, e, di conseguenza, alla caccia disperata, andata avanti per dieci anni, di “buchi” dove sversare la “monnezza”.
Seguendo questa prospettiva, pertanto, è evidente che solo risalendo fino alla prima legge non (o male) applicata del 1993, si sarebbe potuto (cercare di) capire come si sia arrivati poi alla vergogna finale del 2008. Passando ovviamente per le tappe cruciali di questa vera e propria discesa nell’abisso della vergogna senza fine: l’istituzione del commissariato (1994), il suo surreale sdoppiamento (dal 1996 al 2005); il (voluto?) fallimento della raccolta differenziata, pur prevista fin dal 1993: il (voluto?) infinito ritardo nella costruzione dei termovalorizzatori, nonché le singolari disposizioni della relativa gara d’appalto (di nuovo: senza cercare di comprendere anche dal punto di visto tecnico-giuridico perché tali disposizioni fossero “singolari”, non si può poi capire il nesso tra esse, la nascita delle piramidi azteche delle ecoballe ed il nesso tra esse e le rivolte di Giugliano o di Acerra del 2004).
Allo stesso modo, si è cercato il più possibile di evitare il ricorso alla compilazione di una, sia pur divertente (ma sempre non meno vergognosa) antologia di promesse solenni, impegni netti e improrogabili, ecc. venuti, nel corso dei 15 anni di vergogna, praticamente da tutte le parti politiche e da tutti i più noti esponenti politici. Sia di livello nazionale che locale. Sarebbe stato senz’altro (amaramente) divertente: ma non avrebbe aiutato a capire.
Infine: c’è un grande assente, la camorra. Il motivo è molto semplice: il presente lavoro è incentrato sulla “monnezza”, per così dire, “di sopra”, quella che, a un certo punto, sembrava essere diventata un periodico e quasi folkloristico nuovo tipo di arredo urbano. La camorra, come si può leggere tutt’ora sui giornali, aveva interesse alla monnezza soprattutto “di sotto”; e soprattutto, non aveva affatto interesse a che tutta, letteralmente, la stampa del pianeta si occupasse di Napoli, della Campania e della sua vergogna. Chiedendosi senza riuscire a trovare una spiegazione: come è stato possibile?
Tutto ciò non rende incompleto il lavoro con cui Peppe Carrese ha tentato di dare risposta a questa domanda: lo rende ancor più terrificante.
1 M. Della Corte, Bassolino. Amici e compagni, Napoli, Controcorrente, 2007, p. 171 – 172.
