Il Presidente turco Recep Erdogan è volato a San Pietroburgo per l’atteso vertice col collega russo Vladimir Putin, che alcuni osservatori internazionali hanno indicato come “pivotale” per un deciso cambio di rotta (e non sarebbe il primo, negli ultimi anni) della politica estera di Ankara.

Tuttavia a mettere nella corretta prospettiva l’incontro è bastata una sola, ficcantissima, frase di Sergei Lavrov, capo della diplomazia moscovita, che alla fine del mese scorso ha chiarito come non ci siano “assegni in bianco” di nessun tipo che aspettano il capo di stato turco sulle rive della Neva:“Il futuro delle relazioni russo-turche dipende da quanto Ankara si impegnerà per una positiva soluzione della crisi siriana”, aveva tenuto a sottolineare Lavrov.

La Russia ha moltissimi argomenti per incentivare Erdogan e la Turchia a cambiare il loro atteggiamento sulla situazione in Siria: il flusso di turisti russi nelle località di villeggiatura anatoliche, l’import di prodotti agricoli e alimentari, i progetti gasiferi.

La Turchia, che fino al 2010 manteneva ottime relazioni con la Siria e stava persino per varare una zona di libera circolazione (una sorta di “Schengen in miniatura”) con Damasco, Bagdad e Teheran, dovrà sforzarsi molto per convincere i partner russi della sua buona fede, mezze misure e atteggiamenti ambigui difficilmente saranno ritenuti sufficienti o soddisfacenti.

Paolo Marcenaro