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Addio ad Elsa Martinelli, una carriera tra Kirk Douglas e Mario Monicelli

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Addio ad Elsa Martinelli, una carriera tra Kirk Douglas e Mario Monicelli

Elsa Martinelli, nata a Grosseto il 30 gennaio del 1935, settima di otto figli, con un padre ferroviere ed una madre casalinga, ha avuto una storia che ricorda molto da vicino quella di Cenerentola: partita da umili origini, incantò il mondo dello spettacolo fino a sfondare anche in America. E lo fece sempre andando controcorrente: in un’epoca in cui dominavano le “maggiorate”, lei, alta, magra e slanciata (1 metro e 76 cm di statura) rappresentava davvero una mosca bianca, capace tanto d’interpretare ruoli da maschiaccio quanto da diva raffinata, al punto da venir definita la Audrey Hepburn italiana.

Gary Cooper, che la portò in America dopo averla notata, bevve champagne da una sua scarpetta, in suo onore e come omaggio alla sua bellezza. Il grande sarto romano Roberto Cappucci l’aveva notata, quando ancora faceva la commessa in una boutique di Via Frattina, e l’aveva subito voluta per le sue sfilate. Da lì era iniziata una carriera sfolgorante, coronata da un matrimonio da favola: quello col Conte Franco Mancinelli Scotti di San Vico, nel 1957, da cui aveva avuto la sua unica figlia, Cristiana.

Cassiera al bar o infilatrice di perline per aiutare il modesto bilancio di famiglia, finì quasi per caso sulle riviste di moda, entrò per scommessa nel mondo del cinema (le prime apparizioni risalgono al 1953 con “Se vincessi cento milioni” di Carlo Campogalliani e “L’uomo e il diavolo” di Autant-Lara da Stendhal del 1954), approdò sulle pagine della rivista “Life” e venne notata da Kirk Douglas, che la volle nella pellicola “Il cacciatore di indiani” di André de Toth del 1955.

Piacque a registi e produttori, trovando in John Wayne un convinto ammiratore (recitarono poi insieme in “Hatari” di Howard Hawks) e in Frank Sinatra l’uomo che le diede un breve ma intenso amore. Nel 1956, ad appena 21 anni, approdò da Mario Monicelli che le diede un ruolo da protagonista in “Donatella”. Il film, presentato al Festival di Berlino, le valse il premio come migliore attrice. Seguirono poi “La risaia di Matarazzo”, o ancora “La notte brava” di Mauro Bolognini (1959) insieme al più delicato “Un amore a Roma” di Dino Risi.

Con Roger Vadim interpretò “Il sangue e la rosa”, nel 1960, con Orson Welles “Il processo”, nel 1962, con Henry Hathaway “Il grande safari”, del 1963, con Elio Petri “La decima vittima”, insieme a Marcello Mastroianni, fino a “L’amica” di Alberto Lattuada, del 1969. Accanto a tutte queste storiche produzioni vi furono presenze e ruoli in tante altre pellicoli minori, amatissime dal grande pubblico.

Nel 1968 sposò in seconde nozze il fotografo e designer Willy Rizzo mentre nel 1971 venne addirittura chiamata a presentare il Festival di San Remo. Caduta un po’ nel dimenticatoio negli ultimi anni, Elsa Martinelli resta senza dubbio alcuno una delle personalità più significative del cinema italiano ed internazionale del Secondo Dopoguerra.