Albania – Serbia, un anno dopo il drone, è ancora una storia intrisa di Balcani fino al midollo.
Innanzitutto i preparativi: Tirana blindata, Elbasan pure. Oltre 2.000 agenti schierati per una gara vista da appena 13.000 spettatori (quanti ne contiene la nuova Elbasan Arena). Il ritorno in voga di Ismail Morina, il nazionalista albanese che guidava il drone su Belgrado: arrestato a Tirana in possesso di armi e biglietti contraffatti per la partita. Edi Rama, primo ministro albanese, aveva investito molta della sua credibilità su questa gara. E alla fine l’ha spuntata, visto che, tranne qualche scaramuccia, tutto si è concluso senza scontri.
Sul campo l’Albania l’ha persa giocando una gara sottotono, sovrastata fisicamente e tecnicamente da una Serbia finalmente consapevole delle proprie potenzialità. Poco o nulla, infatti, hanno fatto i padroni di casa, che ora devono vincere in un’altra gara “particolare”, contro l’Armenia a Erevan. Non sarà facile, perché gli armeni non dimenticheranno la vicinanza storica, politica e religiosa tra gli albanesi e i turchi, loro nemici giurati. E, c’è da giurarci, Mkhitaryan e compagni venderanno cara la pelle.
La vittoria serba riabilita un gruppo che fino ad ora aveva regalato poco ai suoi tifosi, gettando letteralmente alle ortiche un girone di qualificazione giocato in modo imbarazzante.
Ma soprattutto, questo “derby” ci insegna qualcosa in più su quel fantastico ed incredibile mondo che sono i Balcani. A decidere la gara sono stati infatti due musulmani. Musulmani serbi. Gorani, un’identità etnica problematica. Parlano un dialetto affine al bulgaro, con influenze serbocroate, albanesi e turche. Per i serbi sono serbi di religione musulmana. Per gli albanesi sono albanesi di lingua slava. Per i bosgniacchi sono bosgniacchi, punto e basta.
Il primo, Miralem Sulejmani è proprio originario del Kosovo. Su alcuni giornali albanesi più oltranzisti è stato bollato come “traditore” dopo aver riesumato una sua intervista di una decina di anni fa in cui si dichiarava “orgoglioso di essere serbo” e in cui specificava che non aveva nessuna intenzione di chiedere la cittadinanza albanese. Entrato in corso di gara, con le sue accelerazioni ha spezzato in due la stanchissima difesa albanese. Suo padre, Miljaim, kosovaro di nascita, giocò a Belgrado, nell’OFK. Miralem nacque proprio nella capitale dell’allora Repubblica Federale Socialista di Jugoslavia. E proprio sul Danubio a cominciato a calciare i primi palloni, spiccando poi il volo verso l’Olanda, il Portogallo e la Svizzera dove ora gioca con lo Young Boys. Se, dagli spalti di Elbasan, erano in molti a cantare le lodi dell’UCK, l’esercito di liberazione del Kosovo, e dei kosovari della Kombetarja kuq i zi (Lorik Cana, Etrit Berisha e Amir Rrahmani, nati a Pristina, da Ermir Lenjani, nato a Kamenicë o Kamenica per i serbi, Burim Kukeli, nato a Gjakova, Alban Meha, nato a Mitrovica, fino agli “svizzeri” Taulant Xhaka, Shkëlzen Gashi, Arlind Ajeti, Amir Abrashi, Migjen Basha e Berat Djimsiti o al “norvegese” Heroldin Shala), Miralem però di Kosovo libero non ne vuole sentire parlare. Lui si considera serbo a 360 gradi. Musulmano, ma serbo. Anzi musulmano e serbo.
Musulmano e serbo come l’altro grande protagonista della serata: Adem Ljiaić. Nato a Novi Pazar, nel Sangiaccato, ad un tiro di schioppo dal Kosovo, il giocatore dell’Inter era entrato in rotta di collisione con Sinisa Mihajlović. Adem, tipino a cui non manca il tipico gusto balcanico della sfacciataggine (Delio Rossi ne sa qualcosa…), si rifiutò di cantare l’inno nazionale serbo Bože Pravde e il cittì ne annunciò l’allontanamento dalla nazionale. Per un fiero nazionalista come Mihajlović si era superato il limite, per una personalità come Ljiaić entravano in gioco troppe componenti, tra religione, passato familiare e nazione. Per il padre, Sahmir Ljiaić: “mio figlio ha solo vent’anni e il desiderio di giocare a calcio”.
A distanza di circa tre anni, con assist (per il gol di Kolarov) e gol nel finale in una delle più sentite partite della storia del calcio serbo, ne siamo certi Ljiaić ha fatto impazzire di gioia tutti i connazionali che, da ora, gli perdoneranno il silenzio durante l’inno. Ma il Dio invocato nel Bože Pravde avrà avuto un occhio di riguardo per il figliol prodigo Adem:

Quando verranno i giorni di lotta, guida il suo passo verso la vittoria”.

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Responsabile delle pagine sportive. Nato a Trieste, ha scritto "Con lo Spirito Chollima", "Patria, Popolo e Medaglie", "Vincere con Gengis Khan" e "Due a zero". Gestisce il blog "Chollima Football Fans"