Luigi Di Maio

Parliamoci chiaro, le primarie del Movimento 5 Stelle (M5S) sono la classica farsa: una buffonata orchestrata per nominare Di Maio candidato premier. E questo si sapeva già da un pezzo. Il giovane politico napoletano non è l’unico leader del partito degli attivisti guidati da Beppe Grillo, tuttavia il solco con il quale Luigi Di Maio ha preparato la sua leadership all’interno del movimento da quattro anni a questa parte è profondo e solido.

Luigi Di Maio, dei suoi colleghi di movimento, ormai diventati celebri dopo la loro elezione in Parlamento nel 2013, è colui che si presenta con il volto più rassicurante all’opinione pubblica e alla gente che conta. L’irpino che ha interrotto i suoi studi di Diritto si presenta come un avvocato un po’ perfettino, un po’ saccente, senza però rinunciare alla giusta dialettica politica.

Mentre il romano Di Battista tende a presentarsi come il classico “rivoluzionario”, il “garibaldino” tutto cuore e passione che non dispiace al pubblico femminile, l’altro personaggio di spicco, Roberto Fico (anch’egli campano) assomiglia piuttosto al classico ghostwriter, o meglio il “filosofo” che trama la sua tela dietro le quinte.

Entrambi avrebbero potuto aspirare al ruolo di leader politico del movimento (mentre quello gestionale, da presidenti di partito, resta a Grillo e Casaleggio naturalmente), magari suonandosene di santa ragione.

Ma le Primarie se da un lato possono essere un grande strumento di democrazia e un grande momento di partecipazione politica, dall’altro possono aprire facilmente delle crepe, che un movimento come quello grillino non può permettersi: già troppi i fuoriusciti e gli esclusi in quattro anni, per non parlare degli amministratori locali abbandonati strada facendo, in casi nei quali spesso il M5S ha avuto abbondantemente torto.

Il M5S organo in fondo dal centralismo democratico di togliattiana memoria ha già deciso chi deve essere il suo leader, almeno fino all’appuntamento elettorale. Di Maio come accennavamo tre paragrafi fa sa presentarsi come un uomo buono per tutte le stagioni. Contestatore, ma anche attento ad accreditarsi tra le lobby che contano, non solo in Italia ma anche all’Estero, vince il confronto con gli altri personaggi di spicco, suoi colleghi di movimento perché è sostanzialmente il più centrista del fenomeno grillino e forse l’unico in grado di mostrare alle parti sociali più moderate quello che il M5S finora non è stato in grado di essere (un partito di governo), o forse, secondo alcuni, il suo vero volto: un movimento nato per raccogliere e direzione il malcontento.

Lo dimostra l’ultima sua uscita al Forum Ambrosetti di Cernobbio, un consesso dove ogni anno si riuniscono capi di Stato e premi nobel dell’Economia. Proprio lì “Giggino” ha dimostrato di saper smentire anche se stesso e il Movimento se necessario a fini elettorali. E in fondo il vicepresidente della camera è il politico più adatto di questi tempi: come Renzi che tanto spesso critica, Di Maio è colui che sa parlare in funzione di quel termometro chiamato consenso a rischio di compiere memorabili gaffe. E in ciò, mi perdoneranno gli elettori grillini, non si distingue affatto dai suoi colleghi e predecessori della Seconda Repubblica: da Berlusconi a Renzi, passando per D’Alema.

Il leader grillino non ha né qualcosa in più né qualosa in meno di costoro. Perciò, tanti auguri al nuovo candidato premier…

Tuttavia se le primarie di un movimento che da sempre si vanta di voler raggiungere lo scopo di una democrazia diretta lasciano l’amaro in bocca, è altrettanto vero che proprio il PD su questo punto non può pretendere di insegnare alcunché a nessuno.

Si ricordi e non si dimentichi che le primarie vennero introdotte in Italia non certo in qualità di strumento di partecipazione democratica, come amano ripetere quelli del PD. Fu piuttosto un’intuizione dei dirigenti di spicco del centro-sinistra di allora che poté finalmente dare un “consenso popolare” alla candidatura da sempre più ecumenica che carismatica di Romano Prodi, dando vita egli stesso alla coalizione de l’Unione da lui guidata, che poi vinse le rocambolesche elezioni politiche del 2006.

Da allora le primarie, oltre all’essere da anni quasi sempre scandalosamente irregolari a livello locale, sono state come una costante, una vera e propria farsa nel centro-sinistra e nel PD: Prodi praticamente non ebbe avversari se non Bertinotti, che da leader post-comunista difficilmente avrebbe ottenuto il consenso necessario. Ciò si ripeté con Veltroni e Franceschini, sino alle ultime primarie che hanno confermato la segreteria renziana senza rivali di rilievo.

Proprio l’attuale segretario è stato colui che ha sfidato il sistema, liberale solo sulla carta, del centrosinistra italiano. Renzi, partendo comunque da una buona posizione sociale (il padre Tiziano era già dirigente della DC locale negli anni ’70 e ’80) è stato l’unico che è riuscito a sfidare e scardinare il sistema politico del centro-sinistra, sino alla scissione del suo partito più rappresentativo, il PD.

Le primarie delle due sfide tra Bersani e Renzi sono state quelle più incerte, seppure l’emiliano come i suoi predecessori era già designato ad essere il segretario del partito: la sconfitta, o meglio la non vittoria delle politiche del 2013, inaspettatemente hanno consentito a Renzi di approfittare del vuoto di potere e salire alla segreteria piddina. Fino alla clamorosa scissione con la vecchia guardia, che palesa proprio la difficoltà della vecchia dirigenza del centro-sinistra di cedere lo scettro del poter ad altri, vanificando tutte le chiacchiere veltroniane sul partito a vocazione maggioritaria.

Alla faccia delle primarie!

2 COMMENTI

  1. Mi dispiace ma io alle primarie non ci credo, sono a pagamento e servono a raggranellare soldi, tanto i candidati sono scelti lo stesso dal partito. Quando esistevano i partiti, e non i comitati elettorali come oggi, partiti che avevano sezioni ed erano centri di discussioni e proposte, anche da parte di non iscritti, i partiti sceglievano sì i loro candidati, ma dopo varie discussioni, accettazioni e bocciature e queste erano vere “primarie”. Poi i candidati andavano a portare avanti la politica del partito per cui erano eletti e non cambiavano così spesso casacca, oggi la maggior parte va a farsi gli affari suoi. Saluti Alvaro

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