
In questi giorni rimbalza la notizia dell’apertura di una sede Apple a Napoli. Pare, per dirla con le parole dei media, che ci saranno circa 600 nuovi posti di lavoro a tempo indeterminato. Il premier Renzi ha già iniziato la sua marcia trionfale annunciando a gran voce il ritorno delle imprese americane in Italia. Non solo, secondo lui e il resto del PD, l’investimento della Apple significa che l’Italia è uscita dalla crisi e che è finalmente appetibile sul mercato, ma anche che il Jobs Act funziona, che cresce l’occupazione.
A noi però, sembra che questo investimento della Apple, oltre a essere meno grande del previsto, sia anche frutto di vicende tutt’altro che vicine all’uscita dalla crisi economica. Facciamo un passo indietro.
Il 30 novembre 2015 si è conclusa la causa che aveva visto lo Stato italiano contro la multinazionale nordamericana, rea di aver frodato il fisco di ben 880 milioni di euro, attraverso società pirata e sedi finanziare fuori dal nostro paese. La causa si è conclusa con una vittoria di Pirro per lo Stato italiano, che anzi pare essersi genuflesso alle esigenze dell’azienda di Jobs:
Su 880 milioni di euro, la Apple ce ne ha dovuti restituire 318, con l’aggiunta che l’Italia rinuncerà a ogni futura pretesa nei confronti della multinazionale. E dopo neanche due mesi, ecco che la Apple concede un contentino al governo italiano, dando così la possibilità al team di Renzi di decantare la parabola dell’Italia che riparte. Insomma, più che un ritorno dell’Italia sui mercati internazionali, sembra tanto che questo investimento sia il frutto di un tacito patteggiamento tra il nostro Governo e i rappresentanti della multinazionale.
Non è solo la Apple, però, ad avere annunciato un investimento nel Bel Paese: a farle concorrenza ci sono la CISCO, Amazon e Google. Possiamo notare dei leitmotiv nelle aziende investitrici: sono tutte statunitensi, tutte legate ai software e all’informatica, e più o meno sono anche tutte indagate. Nella causa mossa dalla Procura di Milano contro la Apple, era infatti finito anche il magazzino virtuale Amazon, e la Western Digital, azienda di software ad alta tecnologia.
Queste multinazionali hanno fatturati così alti da permettersi di pagare qualsiasi debito con il nostro e altri paesi, ma un po’ per servilismo e un po’ per non rovinare i rapporti con Washington, si è preferito accontentarsi di un terzo delle somme dovute. Da questi investimenti emergono alcuni dati che vanno esaminati attentamente:
- Tutte le aziende nordamericane che hanno investito in Italia, lo hanno fatto nel settore della tecnologia informatica. Questo dimostra che il nostro paese, secondo gli indici di mercato, ha bisogno di modernizzarsi nel settore informatico, e che c’è bisogno di investirvici molti più fondi di quelli stanziati. Se la Apple a Napoli non ha aperto uno store, ma un centro di formazione, è anche perché in Italia mancano dei seri investimenti nella formazione di capitale umano preparato sull’informatica, che possa essere assunto tra i quadri delle aziende estere o che possa crear loro concorrenza. Più che per preparazione, infatti, pare che l’investimento dei colossi statunitensi sia dovuto alla scarsa innovazione dell’Italia in questo settore, rendendo per questo il terreno fertile alle multinazionali. Le quali con la scusa di “portare al top del settore” l’Italia, potranno divertirsi senza ritegno nel dare micro-contratti e offrire stage a pagamento ai disoccupati italiani del settore informatico. Un Governo volto all’indipendenza economica nazionale, vedrebbe questi investimenti come il segno di dover intervenire fortemente nella modernizzazione del settore, non solo per evitare di essere schiacciati da colossi esteri, ma anche per competerci su scala internazionale.
- Il Governo parla di 600 posti di lavoro a tempo indeterminato. Ci si è dimenticati, però, che i contratti a tempo indeterminato non esistono più, sebbene nel linguaggio mediatico il termine sia spesso utilizzato. Ma i posti a tempo indeterminato, sono quelli a tutele crescenti. Sarà facile per le imprese assumere nuovi impiegati, licenziarli dopo 6 mesi e poi riassumerli subito dopo con un contratto del genere, ottenendo i bonus voluti dal Governo Renzi. Se poi le imprese a utilizzare questo contratto sono le multinazionali, non c’è poi molto da fare; dato che già godono di numerosi vantaggi sul suolo italico. Diciamoci quindi la verità: altro che tempo indeterminato, qui si parla di stage dalle modalità ancora ignote che porteranno da un lato a una formazione professionale cui dovrebbe predisporre il proprio Paese e non certo un’azienda straniera, e dall’altro a nuova precarietà spacciata per un dato positivo nei grafici ISTAT.
- Non saranno italiani quelli a poter beneficiare degli stage, perché questi saranno aperti a tutta l’Europa. Un po’ sgradevole, dato che la Apple apre proprio in una città, Napoli, che sorge in una zona dove la disoccupazione è più alta che nel resto d’Italia, e che vede contrapporsi grattacieli e baraccopoli, università millenarie e campi rom. Abbiamo anche notato come il capitale umano italiano nel campo informatico sia arretrato rispetto al resto d’Europa, cosa che permetterà all’azienda di assumere tedeschi e inglesi, non certo italiani. Insomma, pare che la Apple apra a Napoli non per investire e creare occupazione, ma perché ci sono il mare, il sole, la pizza, gli sgravi fiscali e un’ottima predisposizione dei governanti a sottomettersi. Prima che Renzi, infatti, è stato il governatore campano Vincenzo De Luca a esultare per l’apertura della sede Apple.
Nel frattempo, attendiamo l’apertura di Amazon a Cagliari e quella di Google a Bologna, già pregustando le esultanze da stadio del premer all’arrivo dei liberatori americani. Una piccola riflessione però va fatta: i paesi BRICS stanno eseguendo piani equi di investimento con i paesi sottosviluppati o a economia distorta – come Cuba -. Questi piani offrono alle imprese estere di poter investire, a patto che vengano assunti cittadini del paese ospitante e che le imprese straniere seguano i piani di sviluppo stabiliti dai governi.
Quando avverrà che l’italia, patria di Enrico Mattei, aprirà gli occhi e capirà che il suo capitalismo può funzionare solo cooperando con paesi differenti dagli States? Per un attimo, si lasci perdere la teoria degli U.S.A. come miglior alleato del nostro Paese, e si pensi invece che la Cina e la Russia offrono da sempre una mano all’Italia prima che agli altri paesi, e che prima o poi dovremmo seriamente pensare di stringergliela.
Tete Mir
